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Marco Di Carlo - Incipit

Regna su di me (racconti)

ebookvanilla.it

262 pagine, € 5,52 (Pdf) - € 14,50 (cartaceo)

http://www.ebookvanilla.it/regna-su-di-me.html

 

Primo racconto di “Regna su di me”.


GRASSAMORE



Era una ragazza grassa.

Mi voleva bene.

Pensavo volesse solo scoparmi...

invece mi voleva bene.

Non è proprio la stessa cosa.


Me ne sono servito

per poter splendere di meschinità,

(che nel buio mi si possa vedere!)

per essere un bastardo qualsiasi,

come gli altri,

quelli che ho sempre odiato.

Meno solo?

Non so...


Le mie scuse?

Io non posso accettarle

servono a poco

a niente, credo.

Per questo le ho sempre evitate,

e sono rimasto muto di fronte al tuo dolore,

ma se,

in qualche modo,

potessero asciugare

le vecchie lacrime,

e regalare un sorriso di misericordia

se ti capiterà di pensarmi

ECCOLE.


E' la poesia con cui ho aperto “Tempi dispari”, la mia seconda raccolta di racconti. La prima era uscita un paio di anni prima. L'avevano comprata solo amici e parenti. Per questa nuova opera non avevo aspettative di vendita molto superiori.

Era nata quasi per caso, Grassamore, l'avevo scritta in un momento in cui stavo scartabellando nella memoria in cerca di cose interessanti da raccontare. Cos'ero riuscito a trovare? Solo episodi mortalmente noiosi e tragicamente privi di significato, roba da cui puoi cavare solamente una domanda senza risposta: “Perché?”.

Alcuni avvenimenti rilevanti forse c'erano pure stati, ma si erano conclusi rivelando una morale poco edificante. Se li avessi tradotti in parole, un'eventuale lettore del futuro avrebbe potuto trarre delle conclusioni sbagliate.

I nostri antenati erano delle persone orribili!

Mi ponevo problematiche del genere. Non volevo calcare troppo la mano sul mio lato oscuro.

Poi mi era tornata in mente lei, una ragazza che mi aveva fatto la corte, come si può facilmente intuire, non esattamente una modella... quella, piuttosto, sembrava essersela mangiata, ma non divaghiamo.

Con un piccolo sforzo, tutti i particolari di quella storia sono tornati a galla.

E' una cosa successa dieci anni fa. A quei tempi andavo in giro dicendo: “L'aspetto fisico di una donna non conta. L'importante è essere belli dentro!”. Sì, certo... Beh, a Eleonora, tra le altre cose, devo dire grazie anche per questo: mi ha smascherato... e pensare che a quelle panzane credevo davvero! Già, mentivo a me stesso. Il più meschino di tutti i crimini.

Sarebbe stata una storia strappalacrime di amore non corrisposto. Sì, mi sono detto, potrebbe funzionare, e così ho cominciato.

Le pagine si affastellavano una sull'altra con la frenetica frequenza dei giorni migliori, quelli in cui l'ispirazione dettava il ritmo della mia vita. Ogni cosa era fatta in funzione della furiosa necessità di scrivere che muoveva le mie mani. Giravo con un taccuino in tasca, anche sul lavoro. Se mi scappava un'idea dovevo trascriverla subito. Era un'esigenza impellente, non diversa da bisogni fisiologici meno nobili.

Il protagonista maschile, riga dopo riga, ha cominciato ad assomigliarmi sempre di più. Non che la cosa m'infastidisse, ma c'era un problema: Matteo, il ragazzo vittima delle avance di Eleonora (che nel racconto chiamavo Alessandra), era un vero stronzo! La penna mi è caduta di mano. Ho stracciato quanto scritto fino a quel momento, e riflettuto a lungo... Per la prima volta, il senso di colpa mi ha tolto il sonno. Una notte in bianco, passata a rigirarmi nel letto.

Mi sono alzato alle prime luci dell'alba. Sono andato in cucina, ho preparato un caffè, e poi è nata “Grassamore”, così, di getto. Di solito non scrivo poesie, non mi piacciono nemmeno, a dire il vero, ma sono un buon modo per lavarsi la coscienza senza troppa fatica... almeno nel mio caso.

Come ho detto, non ero certo preoccupato che qualcuno di mia conoscenza, inclusa la stessa Eleonora (viveva in un'altra città, e non la vedevo da anni), potesse coglierne gli evidenti riferimenti autobiografici.

Stimavo di smerciarne una trentina di copie. Forse stavolta sarei riuscito a coprire le spese di stampa.

Ero in buona fede. Lo giuro. A mia discolpa, vorrei aggiungere: “come si fa a prevedere una cosa del genere?”. Si è portati a pensare che la buona sorte, specie se non ti ha mai arriso, non esista, che sia una scusa per i propri fallimenti (avrei potuto farcela, ma non sono un tipo fortunato, quindi...), e che, in quanto sfigato, certe cose a te non potranno mai succedere. Certo, spesso ci si azzecca, è questa la verità, ma può anche accadere che grazie ad un inaspettato passaparola il tuo libro finisca nelle le mani di una persona molto importante, e che il soggetto in questione se ne innamori follemente. Inverosimile, vero? Eppure...

Di quel noto regista, poi, non è che avessi molta stima, ma questo, per carità, tenetevelo per voi. Un tipo assai sopravvalutato, a mio avviso. Sapete di chi parlo, no? E' ovvio, anche voi avrete visto il film che ha tratto da un mio racconto. Se la risposta è “No”, probabilmente abitate in una zona inesplorata della foresta amazzonica. Siamo stati a tanto così dall'Oscar, ma questa è un'altra storia. Preferisco non parlarne...

Insomma, è capitato. E' capitato a me! Il fatto che il film facesse schifo non mi toccava più di tanto... ero più interessato agli effetti collaterali che, inevitabilmente, mi avrebbero investito. La mia vita stava per cambiare, travolta da uno tsunami di successo. Ne ero consapevole, come un calciatore che, superato il portiere avversario, vede il pallone rotolare lentamente verso la rete.

Il pessimo lungometraggio ha sbancato i botteghini, e dopo nemmeno un paio di mesi Tempi Dispari è stato acquistato da un grosso editore, uno di quelli a cui non credi possano interessare certe storie trasversali, di scarso appeal commerciale, a cui non mandi neppure i tuoi manoscritti migliori, perché, lo sai bene, finiscono direttamente nel cassonetto... non li estraggono nemmeno dalla busta in cui glieli invii. Non sto scherzando. Magari dentro c'è la Divina Commedia del XXI secolo, ma questo a loro non interessa. C'è da sperare che facciano almeno la raccolta differenziata.

Non ero più un semplice esordiente. Ero un esordiente dalla cui opera erano stati distillati, in modo non proprio ortodosso, parecchi milioni di euro.

Lasciai il mio lavoro prima ancora che un solo centesimo mi entrasse in tasca. Quando presentai la lettera di dimissioni, il libro era ancora in stampa... ma chi se ne frega, pensai.

Nella mia vita ho preso molte decisioni affrettate, che, alla fine, si sono rivelate tutte invariabilmente sbagliate, ma questo non mi ha frenato. Sì, avrebbe potuto essere un buco nell'acqua... Oh, chi prendo in giro! Non appena ho firmato il contratto editoriale tutti i miei dubbi si sono suicidati. Ero ebbro d'una felicità folle ed isterica. Avrei incendiato il mondo, e riso fino a bruciare io stesso. Ce l'avevo fatta!

I critici letterari? Facevano il loro sporco lavoro.“Un autore acerbo, confuso, e, diciamolo, sopravvalutato”... “Un fortunatissimo dilettante allo sbaraglio, non certo la nuova promessa che ci vuole vendere il suo editore”, e ancora: “L'equivalente letterario dei fenomeni stagionali dei talent show”... “Si spaccia per minimalista, ma di minimo, nelle sue storie, pare esserci soltanto l'ispirazione”.

Come la prendevo? I loro caustici commenti non mi toccavano affatto. La superbia, uno dei pochi peccati capitali che non aveva ancora macchiato la mia fedina spirituale, mi portava a ritenermi migliore di loro, a considerarli dei patetici scrittori falliti. Acidi quarantenni, presumibilmente infelici e malpagati, sepolti dall'enorme mole dei loro insuccessi umani e professionali. Ne ridevo. Ero una star, io. Che continuassero pure a vomitare bile su di me. Mi sarei mangiato i loro cuori avvizziti al prossimo party al quale sarei stato invitato. Muahuahuahah! Scusate... L'entusiasmo era alle stelle. Il mio nome sulla bocca di tutti.

Vista la capillare distribuzione di “Tempi Dispari” (ne ho trovate diverse copie persino in edicola), i miei racconti sono finiti facilmente sotto gli occhi di gente poco avvezza alla lettura, di conoscenti che hanno colto, qua e là, riferimenti più o meno diretti al mio vissuto, o, nello specifico, alla loro insignificante persona.

“E' una storia vera?”, mi domandavano di solito, come se questo sminuisse il valore di ciò che avevo scritto, o spiegasse la ragione del mio successo.

Me ne dovrei vergognare? Cioè, se di tanto in tanto mi sono ispirato a... a loro?

C'è chi mi ha tolto il saluto, naturalmente, asserendo che non era mio diritto usare la loro vita. Ma non c'erano solo quelli che si sentivano chiamati in causa ad ogni riga che scrivevo. No, la lista delle persone che mi odiavano era ben più lunga. Gente che avevo frequentato saltuariamente, pur non cavandone nulla di traducibile a livello letterario, diceva che mi ero montato la testa, che: “Non sei più quello di una volta!”. Meno male, pensavo, e poi... Hey, solo perché abito in una villa con piscina e giro in Porsche?

Tra i numerosi personaggi che, a vario titolo, si sono sentiti in diritto di dire la propria su di me, ovviamente, Eleonora non poteva mancare.

Mi è arrivata una lettera del suo avvocato. Me la sono rigirata tra le mani per un po', prima di aprirla... Mi diffidava dallo scrivere anche solo un'altra parola su di lei.

Ero fuori di me. Volevo telefonarle, ignorando i consigli del mio pool di Perry Mason. Hanno riso di quella missiva, immeritevole, a loro dire, della benché minima attenzione. Ah, il mio branco di pitbull da tribunale, gente feroce, capace di far assolvere Satana il giorno del Giudizio Universale... “Lasciala stare, non occorre che ti preoccupi per così poco”, mi hanno detto, “Ci pensiamo noi!”.

L'ho chiamata quella sera stessa. Erano cinque anni che non lo facevo. Pensavo che, se mai ci fossimo risentiti, sarei stato impacciato, legato dalle corde delle mie colpe, incapace di trovare le parole giuste per scusarmi di aver ferito una persona che voleva solamente donarmi il suo affetto: lei.

Hey, squilibrata! Non mi sembra che sulla poesia ci sia scritto il tuo nome, che te l'abbia dedicata, o cose del genere! Se ti senti offesa per qualche motivo, che so, magari perché la protagonista è grassa, beh, ti svelo un piccolo segreto: non sono affari che mi riguardano! Sono stanco di voi parassiti! Non avrete un centesimo dei miei soldi, maledetti morti di fame! Ti diffido io dal farmi arrivare anche solo una cartolina da quel pagliaccio che chiami avvocato. Hai capito?!”.

E' sì, è questo che ho urlato, senza lasciarle il tempo di aprire bocca. Sul serio, non ho sentito il suono della sua voce... Ho scagliato il cordless contro la parete, maledicendo lei e tutti quelli che, da un giorno all'altro, si erano ricordati della mia esistenza, persone che prima di “Tempi Dispari, best seller milionario!” (era scritto sulla copertina di una rivista letteraria. Ne ho comprate 100 copie e ci ho tappezzato una parete della camera da letto) mi degnavano a malapena di un saluto. Per fortuna, come dicevano i miei picciotti togati, anche se le mie esternazioni erano un po' sopra le righe, non avevo di che preoccuparmi.

“Sono solo dei poveri frustrati. Lasciali sfogare. Non fare il loro gioco. Se poi alzano troppo la voce, beh, sai a chi rivolgerti”.

Mi sentivo Don Vito Corleone. Un'intoccabile. Una persona importante e pericolosa, una di quelle che fanno togliere il cappello ai vecchi, e piangere i bambini, quando passano per strada.


Erano passati circa tre mesi da quell'increscioso episodio. Non ci avevo messo più di un paio di giorni prima di archiviarlo nel dimenticatoio. Avevo ben altro a cui pensare. Una vita intensa ed invidiabile, la mia, esigeva di essere goduta appieno. Interviste radio televisive, ospitate in trasmissioni sportive, persino una piccola parte nel nuovo film di Ruggero Trioiami, per cui, dicevano, avrei ricevuto una candidatura al David di Donatello... ah, sì, di tanto in tanto trovavo addirittura il tempo di buttare giù qualche pagina. La mia nuova opera sarebbe uscita solamente in autunno, ma già non si parlava d'altro.

A dire il vero ero piuttosto lontano dall'ultimarla. L'editore, solitamente rispettoso della mia indolenza, dei miei tempi rallentati dall'alcol, aveva cominciato a pressarmi. “Ci sono molte aspettative”, diceva, “Te ne rendi conto, spero... Sarebbe un peccato se fossero disattese. Non trovi?”.

Sono un'artista io, me ne fotto delle vostre aspettative. Sono un poeta, un vate! Sozzi ignorati, come vi permettete di rivolgervi a me in questa maniera!. Glielo avrei urlato in faccia, se fossi stato ubriaco, ma a volte ero fastidiosamente sobrio, e conscio tanto della bontà delle loro ragioni, quanto della consistenza del mio mutuo trentennale.

L'ispirazione latitava. Ogni pagina era una montagna bianca. Insormontabile. Avevo il mal di stomaco, e non riuscivo a dormire. Era questo quello che avevo desiderato, quando mi bruciavo l'anima per portare a casa poco più di mille euro al mese? A guardarmi allo specchio, finemente fasciato da abiti costosi, con i miei muscoletti alla creatina, e un colorito “acceso”, nemmeno fossi stato nativo del Maghreb, avrei potuto dire che sì, era quella la forma di un uomo di successo. Mi ero liberato dal giogo del lavoro, dai buongiorno sorridenti fatti a perfetti sconosciuti, ma qualcosa continuava a mancare.

Me ne stavo davanti allo schermo bianco da quasi un'ora, quando cominciò a lampeggiare l'icona della mailbox. La aprii, e lessi:

Ciao Massimo, mi dispiace di come sono andate le cose... Cerca di perdonarmi, se puoi. Non è stata una mia idea, quella di farti scrivere da un avvocato, intendo. So che la poesia è ispirata a me, ma non ti serbo nessun rancore, anzi, mi è anche piaciuta. Eri, e sei, un ragazzo speciale, e, come hai scritto, ti ho voluto molto bene. Me ne sono fatta una ragione, sai... del fatto che non mi hai mai amata, intendo, e anche del tuo comportamento non proprio esemplare. Perché mi hai trattata così? Non c'era bisogno di togliermi il saluto, di trattarmi come una sconosciuta. Forse avrei fatto meglio a non dichiararmi. Ti ho messo in difficoltà, vero? Ma lasciamo perdere, è acqua passata. In fondo ti capisco. Avevi altre mire, e poi, come mi hai detto una volta, eravamo troppo diversi... Vivi in pace la tua vita, che mi auguro sia lunga e felice. Sono davvero contenta che tu abbia realizzato i tuoi sogni. Continua così.

La “sempre tua” Eleonora”.

Ricordo di essere rimasto immobile, per un tempo che non saprei quantificare. L'ho riletta un paio di volte, prima di... di rendermene conto. E' stato strano. Non credo di aver mai pianto in quella maniera. Nemmeno dodici ore prima l'avevo quasi divorata, e adesso lei mi augurava il meglio per cent'anni e forse più.

Mi sono guardato intorno e ho provato disgusto per tutto quello che mi circondava. Un profondo senso d'incompiutezza ha pervaso ogni fibra del mio essere.

Mi sono infilato un paio di jeans sdruciti, e una maglietta sbiadita. L'ho fatto in fretta. Ho chiuso la porta di casa. La Porsche l'ho lasciata in garage, e ho preso il vecchio motorino. Era un sacco di tempo che non lo facevo. L'ho acceso, e ho dato gas.

Era incredibile che quella ragazza nutrisse ancora dei sentimenti per me. Con la sua semplice presenza, era riuscita a dimostrarmi che esisteva gente del tutto diversa dai protagonisti dei miei racconti. Squallidi guitti, vili, ignoranti, boriosi, arrivisti, incoerenti, mangia pane a tradimento, invidiosi. No! C'erano, nascoste non sapevo dove, persone amabili e gentili, autenticamente buone. Perché non mi trovavo lì con loro? Nelle grotte, a difendere la nostra stirpe eletta dalle bestie feroci che per convenzione chiamiamo uomini...

Mi sentivo in colpa nei suoi confronti, ma soprattutto nei miei. Ero stato incapace di accettare il suo amore. Eleonora non aveva nulla a che spartire con noi beceri esteti della domenica, faceva parte di un'altra specie, una razza realmente superiore. E' per questo che non ci siamo mai incontrati, così mi fa comodo credere adesso, e magari tirare fuori la storia vera, ma forse relativamente importante, dei caratteri differenti, dei gusti e dei modi di vedere il mondo diametralmente opposti. Ahimè, la verità è ben più meschina. Può essere sgradevole confrontarsi con questa realtà, ma è una dura legge di natura, e io non credo di poterci fare qualcosa. Siamo animali, in fondo, camminiamo in posizione eretta, ma non sono molte le differenze che ci distinguono da una scimmia. Stesse finalità, mi viene da pensare, con un po' di amarezza.

Mi si porse su un piatto d'argento, e il vero motivo che mi spinse a rifiutarla non era certo che a me piacevano i Black Sabbath e a lei la Pausini, anche se mi risulta complicato immaginarmi al fianco di una persona che non condivide le mie passioni... ma non tergiversiamo, e diciamolo: se avesse pesato 40 chili in meno probabilmente adesso starei raccontando una storia differente. Eppure, mai come in quel momento me ne rendevo conto, nessuna donna mi aveva voluto bene in quella maniera: incondizionata. Mia madre? Forse, ma cosa c'entra, quello è un'amore viziato dal vincolo di parentela più stretto che esiste, è un'altra cosa.

Giravo da più di mezz'ora, senza sapere dove andare, senza un'idea in testa. Vuoto. Mi sono fermato vicino un parco e ho assicurato il motorino ad un palo. Ho sentito il bisogno di camminare. Mi sono inoltrato nell'area verde finché il rumore del traffico non è diventato un vago ricordo. I prati si sono popolati di famiglie. Giovani padri e madri che spingevano carrozzine; qualche cane, di tanto in tanto... e poi colori, colori vividi, così diversi da quelli che lo schermo del computer rifletteva sulla mia faccia abbronzata artificialmente. La testa ha smesso di girare. Mi sono seduto su una panchina e ho fissato il mondo con uno sguardo allucinato e stupefatto, non troppo diverso da quello che avevo da ragazzo quando mi masturbavo davanti ai video porno. Mi sono sentito sporco ed estraneo. Poi ho ripensato ad Eleonora... Un bambino ha lanciato una palla verso di me. Non l'ha fatto apposta. I suoi genitori mi hanno sorriso. C'è mancato poco che mi rimettessi a piangere. Non saprei dire perché.

C'era qualcosa che non andava, e per la prima volta in vita mia sapevo benissimo di cosa si trattava.

Mi sono alzato, e sono uscito da quel parco. A tornare a casa ci ho messo meno di un quarto d'ora.

Entrato del mio studio, ho acceso il computer. Il cuore batteva un po' più veloce del solito.

Prima ho riletto la sua mail, poi:

Carissima Eleonora, le tue parole sono, come sempre, eccessivamente benevole nei miei confronti. Sono anni che ti penso e che mi dolgo per come ti ho trattata. Sono una persona pessima, molto diversa da quella di cui ti sei innamorata, ma vorrei poter rimediare. Quando torni in città, ti prego, chiamami. Sarei felice se avessi l'opportunità di chiederti scusa guardandoti negli occhi. Non sai quanto ne ho bisogno. Come vedi, oltre che pessimo, sono anche egoista. Penso solo alla mia redenzione.

Ti abbraccio, Eleonora. Spero di rivederti presto. Il Tuo Massimo”.

Era la prima cosa che scrivevo, da mesi. “E non è poi tanto male!”, ho pensato rileggendola. Avrebbe potuto funzionare, se, in qualche modo che ancora non sapevo, l'avessi trasformata in un racconto? Ero letterariamente alla frutta, ma non m'importava... Tamburellavo con le dita sul mio scrittoio di mogano. In attesa. Guardavo le preziose stampe cinesi che avevo davanti. Mi parvero stupidi scarabocchi, e mi trovai a domandarmi se chi le aveva realizzate, mille anni prima, fosse mai stato innamorato.

Non avevo idea di cosa stessi cercando da quella povera ragazza. Avrei potuto farla soffrire di nuovo, ma era un rischio che ero pronto a correre, e poi avevo voglia di rivederla, anzi no, come le avevo scritto, ne avevo bisogno.

Il tempo pareva aver preso a scorrere più lentamente, e il silenzio della mia casa da mille e una notte mi soffocava. La sua risposta, in realtà, non tardò ad arrivare. Cinque minuti, forse meno. Una prontezza sospetta. Mi stava aspettando? Ne sono certo... Mi diceva di essere contentissima che l'avessi perdonata, -Mio Dio, io perdonare lei!- e che avessi voglia di confrontarmi, (“è bello che tu abbia voglia di confrontarti con me”, aveva scritto). Domani sarebbe stata dalle mie parti. Mi andava di prendere un caffè? Certamente! Anche lei aveva pensato molto a me, in questi anni, (lo credo bene) specie dopo aver letto i miei splendidi racconti. Così li aveva definiti: splendidi. Buongustaia. Anche come attore non ero male, a sentir lei. Lo sapevo? Una rivelazione che mi fece sorridere, e mi diede nuova forza. Scrissi un paio di pagine. Dopo averle rilette le cancellai. Mi sembrava impossibile aver partorito certe banalità.

Eleonora, mia cara, saprò essere alla tua altezza, vedrai!

L'eccitazione che fermentava nella lunga attesa mi rese iperattivo. Cominciai mettere in ordine cose che di norma gettavo alla rinfusa, che rimanevano a marcire nella polvere finché non passava la mia domestica, un paio di volte alla settimana. Poi, visto che malgrado il mio impegno il tempo non scorreva alla velocità desiderata, piuttosto che scenderci a patti ed occuparlo in maniera costruttiva, decisi di tramortirlo. Aprii la dispensa dei liquori e ne trassi del brandy.

“Non ce la farò”, mi dicevo, mentre bevevo. Sarei caduto di lì a qualche ora, la bottiglia quasi vuota in grembo, completamente ubriaco. Sarei stato preda di incubi orribili in cui tutto ciò che sapevo, alla fine, si rivelava una grottesca montatura, un perverso gioco di Dio atto a punirmi per non so quale peccato. Versai tutto il mio sudore. Se in casa ci fosse stato qualcuno, le mie grida di terrore lo avrebbero svegliato.

Solo, sul ciglio di una strada, in un paese straniero. Nessun soldo in tasca. Ero magrissimo. Stavo per morire, credo. Per quanto mi sforzassi di parlare la loro lingua, quelle persone mi ignoravano. Nessuno riusciva a capirmi. Ero solo un pazzo che strillava in un idioma sconosciuto.

“Sono un grande scrittore!”: le parole che avevo in bocca al mio risveglio.


Le prime ore dopo la grande sbornia. Le braccia morte lungo i fianchi. La testa piena di pensieri confusi, incoronata da una grossa corona di ghisa. La certezza di non valere granché. La repulsione verso la luce, o il rumore, anche il più trascurabile. Voglia di una sigaretta... cioè, di essere una sigaretta tra le sue labbra. Morire in cinque minuti, e finire schiacciato sull'asfalto... ora perso tra l'immondizia, mentre un'ultima nuvola di me si perde tra i suoi capelli, in attesa di essere spazzata via al prossimo shampoo.

Erano passati circa dieci anni, dal nostro ultimo incontro, ma nonostante gli innumerevoli successi avevo l'impressione di non aver combinato nulla di buono. “Mi sembra di aver solo dormito per poche ore”, pensavo. Il solito sonno inquieto, screziato da sogni molesti.

Non c'era qualcosa che ritenessi di dover definire “importante”. Niente mi emozionava più come un tempo.

Prima di uscire mi ero guardato allo specchio. Il viso gonfio e stanco. Ero ingrassato di qualche chilo. “Ma ho ancora tutti i capelli in testa”, ho pensato chiudendomi la porta alle spalle.

Cos'ho davvero in mente? In che modo mi comporterò? Molte le domande che mi affollavano la testa, ma soprattutto una mi aveva gettato nell'incertezza: “Sarò in grado di rimediare agli errori fatti e di darmi una possibilità di essere felice come un qualsiasi personaggio delle favole?... “o come mio padre?”, mi venne da pensare. Amava mia madre. Erano diversi. Molto diversi. Spesso, guardandoli, mi sono chiesto che avessero da condividere, cosa li togliesse dall'impaccio del silenzio quando uno non capiva la battuta dell'altro, o quando io e mio fratello non gli stavamo tra i piedi ricordandogli quali erano i loro compiti, perché dovevano resistere e tollerarsi reciprocamente.

Mio Dio, troverò la forza di essere migliore di quello che sono, di amarla per quello che è, e non per come appare?

Ho pensato alla risma di carta, piena di polvere, poggiata sul piano del mio scrittoio. Ho spalancato gli occhi. Sembravo giunto ad una conclusione importante. Una grande verità sul mondo, sul significato della vita di ogni essere su questo pianeta, stava per essermi rivelata, ma ero già arrivato al luogo dell'appuntamento. Ho smesso di pensarci, e ho preferito concentrarmi sulla mia vita.

Non ero emozionato. Mentre l'aspettavo, seduto ad un tavolo all'aperto di un bar del centro, un caffè ormai freddo davanti, il mio cuore batteva allo stesso ritmo di sempre. Ne ero sorpreso. Guardai le mie mani. Mi chiesi quanti anni avevo, come se non lo sapessi. Poi sfiorai la tazzina con le mie vecchie dita, e storsi la bocca quando dai finestrini di un'auto in corsa fuoriuscì della pessima musica da discoteca.

Eleonora, dove sei? Dopo averle scritto quella mail, ho aperto le finestre e mi sono sporto nel vuoto. Ho guardato in basso. Non ho provato nulla. E' questa la verità. Ho respirato a fondo e ho richiuso le imposte.

L'auto, intanto, si era fermata davanti a me, in doppia fila. I finestrini oscurati. Non riuscivo a vedere all'interno. La portiera si è aperta. Sono spuntate due gambe ben tornite, fasciate da calze nere. Hanno camminato verso di me. “Buongiorno”, mi ha detto la proprietaria di quei notevoli arti inferiori, “Posso accomodarmi?”. Dando le spalle al sole, davanti ai miei occhi, si stagliava la figura di una donna non molto alta, ma slanciata, e formosa nei punti giusti, insomma, quel che dalle mie parti si usava definire “una gran fica”. Indicava la sedia libera vicino a me, e aspettava che le dessi il permesso di sistemarci sopra il suo splendido culo.

“Oh, beh, mi dispiace signorina”, ho detto mordendomi la lingua e guardando l'orologio, “ma sto aspettando una persona”. Mi sono istantaneamente pentito di aver pronunciato quelle parole avventate.

La donna ha riso rumorosamente. Una risata che mi è parso di conoscere.

“Penso che tu stia aspettando me”.

L'ho stretta nella morsa attenta dei miei occhi.

“Eleonora?”

“E' già!”.

Qualcuno mi stava tirando un brutto scherzo? Poteva essere una candid camera. Sono cose che a noi vip capitano spesso.

“No”, mi sono detto, “non può essere”, e guardandola ho provato a gonfiarle mentalmente il viso. Le ho allungato i capelli, e ho piazzato un paio di occhiali dalla montatura pesante sul suo naso. Era lei! Forse si era rifatta gli zigomi, e magari un po' del grasso che le avevano aspirato dai fianchi se lo era fatto iniettare nelle labbra, non so, ma... beh, sì, era proprio lei!

“Eleonora!”, ho esclamato, entusiasta, “Sei... cambiata!”.

“In meglio, spero”, ha detto scostandosi un ciuffo di capelli da davanti gli occhi.

Che dire? Ero senza parole.

“Beh, direi di sì. Sei dimagrita parecchio. Almeno trenta chili”.

“Quaranta”, ha ribattuto. Un'espressione improvvisamente dura ha preso possesso del suo nuovo viso. “Quaranta chili”, ha ribadito, a denti stretti, guardandomi negli occhi e sorridendo con un po' di fatica. “Anzi, quarantatré, per essere precisi”. Ha riso nervosamente e, dopo avermi stampato due baci sulle guance, si è accomodata vicino a me.

Non mi ha messo in difficoltà, come temevo, anzi... Dopo i convenevoli di rito, e aver parlato brevemente degli anni in cui non avevamo saputo niente l'uno dell'altra, dolcemente illuminati dal sole al tramonto, abbiamo convenuto che ormai era troppo tardi per un caffè. Magari, vista l'ora, sarebbe stato più appropriato... “Che ne dici di un aperitivo?”, mi ha chiesto, “Se non hai impegni per la serata, poi, potremmo andare a mangiare qualcosa”. A dire il vero avevo altri programmi, ma improvvisamente mi parvero cose assolutamente dispensabili, di nessuna importanza. Il mio destino, quello a cui per futili motivi di natura estetica avevo arrogantemente voltato le spalle, munifico come non mai, era tornato a bussare alla mia porta.

“No, non ho altri impegni”, le ho detto, simulando indifferenza, “Mi andrebbe. Anzi, ti dirò, mi sta proprio venendo fame. Andiamo!”.

Ero sempre stato un uomo senza passato, dal presente discutibile, per questo non avevo mai avuto interesse per il futuro. Era un tempo indefinito, privo di fascino.

Dal malessere generato da questa condizione esistenziale erano germogliati i racconti che mi avevano reso quello che ero... adesso però avevo bisogno di qualcos'altro. “Magari solo di una buona scopata”, pensai. Ma durante la cena la voglia di sesso scemò, o meglio, prese forme più complesse. Lei era stata un fiume in piena. Acqua chiara e fresca a rigenerare le mie stanche membra. Mi sono steso trai flutti impetuosi dei suoi complimenti, tra quelle parole incredibilmente dolci. Ero ubriaco, anche se non avevo toccato vino. “Strano!”, pensai.

“...e adesso com'è la tua vita? Dopo il grande successo, voglio dire”.

“Beh...”

“A proposito...”, così dicendo, aveva estratto una copia di “Tempi dispari” dalla borsetta. Potevo autografarglielo?

“Oh, ma dai, non vorrai mica che...”. Facevo finta. Il mio imbarazzo era spirato parecchio tempo prima. Non ero affatto lusingato. Ne avevo firmati a centinaia di libri. Scrissi: “Ad una persona speciale. Massimo Meridiano”. Sentivo il potere di Dio sulla punta della mia penna a sfera. Questa bellissima donna mi voleva ancora.

Bello, brillante, ricco, e ora anche amato. La mia autostima era ai massimi storici.

Poi mi aveva chiesto: “E' molto che vivi qui?”. Le sarebbe piaciuto vedere dove abitavo. Potevamo andare a bere una cosa a casa mia? Ma certo!

Oh, sì, mi desiderava, eccome! Mi spogliava con gli occhi. Ebbi un piccolo tuffo al cuore quando mi scoprii a pensare a lei come a un'ottima madre.

Oh mio Dio! E dire che stavo per lasciarmela scappare, eppure era lì, sepolta sotto uno spesso strato di grasso. Sarebbe bastato guardare meglio? Forse, ma che senso ha pensare a questo? Lei è qui. Qui per me. Mi sono perso solo il peggio: il sicuramente faticoso percorso di redenzione gastrica che l'ha portata a mutare forma in modo così radicale.

Ero fuori di me dalla gioia. Bello, brillante, ricco, amato, e... “Sei uno scrittore davvero eccezionale”, mi aveva detto. Oh, sì, piccola, pensavo, vincerò il Nobel, stanne certa, e dal palco della premiazione, col Re di Svezia al mio fianco, ti manderò un bacio. “Alla donna più importante della mia vita”, dirò.

Mia madre? Oh, andiamo, ancora con questa storia? Ma è una fissazione!

Non prendemmo il dolce. Chiesi il conto, e lasciai una cospicua mancia. Percorremmo la strada che ci separava da casa mia ad una velocità di molto superiore ai limiti del buon senso. Il dodici cilindri ruggiva, feroce, divorava l'asfalto e fomentava la voglia di lei. Sentivo l'adrenalina pervadere ogni cellula del mio corpo.

Sarebbe stato bello se papà avesse potuto vedermi. Rido, ripensando alle sue paure. Temeva che sarei finito come una specie di barbone. Così diceva: “Se non metti giudizio diventerai una specie di barbone!”.

Bello, brillante, ricco, amato, scrittore, e pilota. “Un uomo fatto e finito!”, mi avrebbe definito con orgoglio. “e potresti mica farmi fare un giro sulla tua Porsche?”.

Misi il braccio sulle spalle di Eleonora. La sua pelle nuda era liscia e profumata. Ne pregustavo il sapore come un raffinato gourmet. Lei mi aveva sorriso. Mi ero sentito in pace. Adesso, ho pensato, non ho più bisogno di niente. La splendida sensazione di essere arrivati all'apice di se stessi, di non necessitare che di un po' d'ossigeno per andare avanti. Il resto, tutto il resto, l'indispensabile come il superfluo, è già nelle tue mani.

La mia casa splendeva di luce propria. Un gioiello incastonato nel verde di un giardino tirato a Versailles per l'occasione. Siepi dalle forme animalesche, sentieri di pietra pomice a punteggiare un velo di prato all'inglese, statue equestri, e gigantesche fontane da cui i putti alati spruzzavano piccoli zampilli d'acqua. Eleonora pareva positivamente impressionata... e vorrei ben vedere, con tutto quel che mi era costato. Adesso il marmista e il giardiniere potevano permettersi vacanze da calciatore. Ma va bene così, mi ero detto, privo di preoccupazioni, firmando gli assegni, visualizzando l'espressione stupefatta che ora spalancava la bocca della futura signora Meridiano.

All'interno, le stanze sembravano essere state scolpite nell'oro e nella cera. L'aria era fresca, e sapeva di buono. Che casa! Nessuna persona sana di mente avrebbe voluto uscirne. Avessi commesso un reato che prevedeva gli arresti domiciliari, mi sarei comunque sentito il privilegiato assoluto che ero.

L'avevo fatta accomodare sul mio sontuoso sofà, ed ero andato a preparare un paio di Martini. Misi su un disco di Bacharach. Era tutto perfetto. Non avrei mai potuto scrivere nulla del genere, narrare di un momento così idilliaco. Una storia priva di ombre, in cui la luce pretendeva il suo spazio, e lo strappava alle forze maligne che volevano ricacciarmi nella mediocrità di una vita a basso costo, una vita grama, da single disoccupato. Ex scrittore. Ex Vip. “Ex uomo”, mi viene da pensare adesso.

Ogni cosa stava andando infinitamente meglio della più brilla fantasia.

Giunti in prossimità della mezzanotte, l'alcol aveva cominciato a glassare i pensieri di tenerezza, a parlar d'amore, ma pure a chiedere timidamente tutto ciò che lei aveva sempre desiderato.

“Siamo così diversi. Ora poi sei una celebrità...”. Aveva riso piano, schiacciata dalla soggezione che aveva di me. “Sono contenta che tu abbia voluto rivedermi, ma non m'illudo, sai. Lo so che non ti piaccio, e...”.

A questo punto, forse anch'io avevo bevuto un po' troppo. E' stato facile lasciarsi andare a un gesto, e a parole che, a vederlo fare, e a sentire tali nefandezze pronunciate dal protagonista di un brutto film, sarei inorridito. Cosa ho fatto? Cosa ho detto? Oh, beh, nulla di che... e poi, ricordiamolo, ero moderatamente ubriaco.

Le ho messo l'indice sulle labbra... una bella sensazione, che mi ha dato un brivido caldo, e poi ho detto: “E tu che ne sai di cosa mi piace?”

“Beh, pensavo che...”

“Lascia che a pensare sia io”

Mi sono avvicinato quanto bastava a frantumare i confini di cose inutili, per giungere a casa, sulle sue labbra. Le mie mani avevano già cominciato a correre sotto il vestito leggero, sulla sua nuova pelle. Allora ho ripensato a quella ragazza grassa e impacciata che pensavo volesse solo scoparmi, e che invece, come avevo scritto, mi voleva bene. Ho tentato di capire quanto ci fosse di lei tra le mie braccia... almeno la metà, direi. Muahuahuahah! Scusate... Scherzi a parte, in quel momento non ero molto interessato a saperne più di quanto mi aveva detto. Le diete, gli interventi, e bla, bla, bla, sì, ok, ma era la stessa cucciolona di un tempo, e, ripeto, mi voleva bene! Che grande conoscitore dell'animo umano ero! Sfido che avevo venduto quasi un milione di copie!

Mentre le succhiavo un seno ho pensato a quanta strada aveva fatto per giungere a me, vestita di nuovo, e mi sono sentito molto più importante di quando ho vinto il Campiello. E dire che in quell'occasione ho pianto come un bambino! E' stato il primo riconoscimento importante. Mi ero preparato un lungo discorso. Avrei dovuto parlare dei miei esordi incerti, del vagare nel silenzio dei pomeriggi passati davanti al computer, e delle promesse dei falsi eroi che: “scrivi davvero bene. Dovresti pubblicare con noi... per soli 2000 euro”. Avrei riso dicendo che i lettori di “Testuggine”, la mia opera prima, li avrei potuti tranquillamente ospitare nella mia cameretta di adolescente, e... “ci sarebbe rimasto comunque abbastanza spazio per mettersi a ballare. Ahahah! Incredibile, vero?”. Applausi. Poi avrei ringraziato, naturalmente, e sarei uscito di scena mostrando il pugno in segno di vittoria. Invece mi sono rivisto solo, davanti ad un futuro incolore, un futuro part time, che mi vedeva sputare sangue per arrivare, dopo trenta giorni, a voltare pagina al calendario con pochi miserabili spicci in tasca e la consapevolezza che di nuovo, quel mese, avrebbe avuto soltanto il nome. Uno dopo l'altro cadevano, come foglie in autunno, i giorni inutili passati a sognare ad occhi aperti... Non ce l'ho fatta a fare il gradasso. Ho pianto e basta. Non sono mai stato così sincero come allora, “e come adesso”, ho pensato entrandole dentro, lasciando fuori mille paranoie.

E' stato dolce. E' stato inteso. Non saprei dire quanto è durato, ma devo aver fatto una bella figura. Nemmeno le puttane d'alto bordo che pagavo per urlarmi nelle orecchie avevano mai goduto così rumorosamente.

Ah, che stallone, il padre dei tuoi figli! Potrai dirti una madre fortunata, Eleonora!

Un attimo prima di venire, perso nel vortice spastico della lussuria, una domanda simile a quella che mi aveva tormentato poco prima mi si era conficcata in una piega del cervello: “Sarei qui con lei se pesasse ancora cento chili?”. Anche in questo caso, non ritenni fondamentale darmi una risposta. Perché? Semplice, sono un vigliacco. “Esprimiti, su, di la verità!”, mi spronavo, per poi ribattere a me stesso, nemmeno un secondo dopo: “Adesso non mi va!”.

Mi ero appisolato, abbandonandomi, il viso perso nella foresta dei suoi capelli, ai sogni migliori che avessi mai fatto.

Avevamo dormito abbracciati... almeno così credevo.


Il giorno mi aveva svegliato con la sua luce invadente.

Nel letto c'ero soltanto io. L'ho chiamata: “Eleonora?”.

Mi sono alzato, senza fretta, e ho spalancato la finestra. Mi sono sporto del vuoto. Ho sorriso al nuovo giorno, felice. “Eleonora?”, ho ripetuto.

Avrei avuto di che scrivere, in un modo o nell'altro...

Un uomo, il cane al guinzaglio e un quotidiano sottobraccio, mi ha salutato. Non ero sicuro di conoscerlo, ma gli ho urlato: “Buongiorno!”.

Mi sentivo una persona migliore. Ero proprio fortunato. Mi è venuto da ridere, e l'ho fatto. Il suono della mia risata, nella stanza vuota, aveva un non so che di macabro che ne ha ucciso il crescendo. Ho taciuto. Mi sono schiarito la voce, e l'ho chiamata di nuovo, quasi urlando, stavolta: “Ele?! Dove sei?”.

Nessuna risposta.

Il cane dell'uomo di cui non conoscevo l'identità si è messo ad abbaiare. Poi ha smesso, e sono riuscito a sentire il rumore del mio respiro. Il cuore batteva forte.

Mi sono steso sul letto sfatto. Mi sono avvolto nelle lenzuola, le ho annusate profondamente. C'era ancora il suo profumo.

“Cazzo!”, ho detto, senza che un pensiero vero e proprio si fosse fatto spazio nella mente a giustificare quell'esclamazione. Ho guardato il soffitto per un po', poi mi sono girato su un fianco, dove fino a poco tempo prima c'era lei, o perlomeno il suo corpo... E' stato allora che l'ho vista. Una copia del mio libro sul comodino. Era quella che le avevo autografato la sera prima. L'ho presa e me la sono rigirata tra le mani, come se fosse un oggetto a me sconosciuto. C'era una rosa rossa, infilata tra le pagine. Il libro mi è caduto di mano. L'ho guardato, lì, a terra, e ho pensato: “Forse è meglio lasciarlo sul pavimento”. Ho sentito un forte calore propagarsi dal petto fino al viso... Poi l'ho ripreso, e l'ho aperto dove mi suggeriva la rosa. Era la prima pagina, quella di “Grassamore”. C'era un passaggio sottolineato con una penna rossa:

Pensavo volesse solo scoparmi”. L'avevo scritto non ricordo quanti anni prima.

A fondo pagina, laddove le parole lasciavano spazio alla riflessione, e all'inquietante bianco della loro assenza, c'era scritto:

Avevi ragione, brutto figlio di puttana. Non volevo niente di più.

P.S. Non vali niente, ne come amante, ne come scrittore.

La MAI PIU' tua Grassamore”.

 

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