Niente di nuovo sotto la Mole
(racconto comico)
di Luigi Schifitto
La decisione del Comune di Torino di allargare all’intera città il sistema di raccolta domiciliare dei rifiuti ripropone ancora una volta l’allarmante e annoso problema dello smaltimento degli stessi. Il problema dei rifiuti ha da sempre assillato il genere umano. Già le più antiche civiltà hanno lasciato chiare testimonianze su come si fossero ingegnate per escogitare soluzioni più o meno definitive. Recentemente degli archeologi neozelandesi hanno trovato, durante degli scavi in una tomba egizia, dei papiri che hanno fornito informazioni preziosissime per chiarire come i faraoni avessero risolto brillantemente lo smaltimento dei rifiuti.
Sembrerebbe che inizialmente si fosse deciso di raccogliere i vari rifiuti in aree apposite paragonabili alle nostre discariche. Tale metodologia fu però abbandonata dopo duecentotrenta anni, in seguito alle numerose lamentele da parte degli aurighi addetti alla guida delle bighe compattatrici. Infatti le frequenti tempeste di sabbia finivano per ricoprire completamente i rifiuti depositati fino al giorno prima, così da rendere praticamente impossibile agli addetti alla raccolta ritrovare, al termine della tempesta stessa, il sito destinato alla discarica. Grazie all’aiuto di esperti egittologi del museo egizio di Torino si è riusciti anche a decifrare la frase che veniva proferita dagli autisti/aurighi quando, dopo aver terminato il giro di raccolta, si recavano a scaricare i rifiuti: “ma dove minchia è finita la discarica?”. Si trattava in genere di lavoratori immigrati da altre regioni mediterranee, quasi sicuramente dalla Sicilia, almeno questo è quello che lascia supporre il tipico intercalare “minchia” molto in voga tra le popolazioni sicane stanziatesi all’interno dell’isola.
Abbandonata l’idea della discarica si decise di ricorrere alla termodistruzione, in pratica all’inceneritore. Purtroppo, dopo mezzo secolo, anche questa tecnologia fu abbandonata, sotto la pressante richiesta dei sacerdoti del Dio Anubis, addetti all’inceneritore, esasperati per le continue esondazioni del Nilo che spegnevano il fuoco sacro trasportandosi dietro per chilometri e chilometri i rifiuti accumulati in attesa di essere inceneriti.
Fu così che non sapendo più a che divinità votarsi, il faraone Micerino XXXV, figlio di Micerino XXXIV e padre di Micerino XXXVI, decise di bandire una gara pubblica per risolvere in maniera innovativa e soprattutto definitiva il problema. Il bando di gara fu rivolto anche ai paesi confinanti e non, e così nei successivi centoventi anni furono esaminate centinaia di proposte giunte da società di consulenza di ogni dove. Bisogna tenere conto che a quei tempi non si usavano ancora le e-mail né tanto meno i fax, per cui i tempi occorrenti a trasmettere il bando, tradurlo nelle varie lingue dei paesi coinvolti, scrivere il documento di risposta e ritrasmetterlo al faraone committente erano, gioco forza, molto lunghi. Toccò quindi al faraone Micerino XLI, discendente diretto del benemerito Micerino XXXV, il compito di assegnare l’incarico alla Società individuata dopo attenta analisi delle proposte fatte pervenire.
La vincitrice della gara fu una cooperativa di sofisti greci con sede a Corinto: la
Riportiamo di seguito alcuni dati relativi all’innovativo progetto di raccolta rifiuti denominato: P.I.R.R.A.M.I.D.E. – Progetto Integrato Raccolta Rifiuti Alla Maniera Innovativa Domiciliare Ellenica.
Il sistema, rivoluzionario per l’epoca, prevedeva di fornire ad ogni singola utenza servita, fosse essa una capanna, un tempio o una piramide, dei contenitori in vimini forniti di coperchio e ruote piroettanti, da utilizzare per la raccolta separata delle singole frazioni di rifiuti. Le frazioni individuate erano le seguenti:
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carta papiro (ad esclusione del papiro carbone e dei poliaccoppiati come il tetrapapirack)
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organico (scarti di cibo, avanzi della lavorazione della carta papiro, frattaglie di origine umana o animale derivanti dalle attività di imbalsamazione, schiavi deceduti durante il trasporto di blocchi di pietra…)
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tessili (vestiti dismessi, sandali consumati, parrucche usate, bende da mummie avanzate…)
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vetro e lattine (in realtà, la raccolta delle lattine non fu mai avviata, perché nessuno riuscì ad inventarle in tempo)
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inerti (in particolare macerie derivanti dalle numerose attività di costruzioni di piramidi)
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rifiuti speciali (soprattutto fanghi quali il limo derivante dall’attività di esondazione del Nilo)
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Ingombranti (sarcofaghi rotti, steli spezzate, sfingi mal riuscite…)
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indifferenziato (già allora risultò molto difficile capire cosa andasse conferito nell’indifferenziato, probabilmente il tetrapapirack, i contenitori di unguenti esausti, i secchi di pittura tombali vuoti e le plastiche miste).
Nessuna notizia ci è pervenuta sul destino riservato alle pile e alle batterie esaurite. Si teme che venissero gettate senza ritegno nel mar Rosso, inquinando chilometri e chilometri di barriera corallina e conferendo alle acque quel tipico colore da cui deriva il nome di tale tratto dell’oceano Indiano.
I contenitori in vimini venivano assegnati in base al numero dei componenti del nucleo familiare e in base all’attività svolta dalle utenze commerciali coinvolte.
Riportiamo a titolo di esempio le tipologie di cesti in vimini assegnati alle singole famiglie per la raccolta della frazione organica o umido che dir si voglia e in particolare per gli avanzi dei pasti:
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Famiglia faraonica (1 – 2 figli): 1 cesto da 660 litri
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Famiglia di sacerdote (2 – 3 figli): 1 cesto da 360 litri
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Famiglia di scriba (3 – 4 figli): 1 cesto da 240 litri
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Famiglia di allevatore di cammelli (4 – 5 figli): 1 cesto da 120 litri
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Famiglia di coltivatore di datteri (5 – 6 figli): 1 cestino da 25 litri
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Famiglia di schiavo (7 – 10 figli): nessun contenitore (non tanto per la mancanza degli avanzi, quanto per la mancanza dei pasti).
Come si può notare, curiosamente e apparentemente contro ogni logica, il contenitore in vimini assegnato era di volumetria inversamente proporzionale al numero dei componenti il nucleo familiare. Ancora oggi gli egittologi del museo egizio di Torino, sentiti anche i pareri illustri dei loro colleghi egittologi dei musei egizi del Cairo e di Londra, non sono riusciti a spiegare questo arcano.
Anche a commercianti e artigiani furono assegnati dei contenitori in vimini per la raccolta degli scarti derivanti dalla loro attività lavorativa:
Templi:
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1 cesto da 660 litri per l’organico (resti di sacrifici animali e non)
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1 sacco di iuta da 110 litri per il verde (fiori secchi, foglie di palme…)
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1 cestino da 50 litri per la carta papiro
Artigiani imbalsamatori:
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1 cesto da 660 litri per l’organico (frattaglie varie)
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1 cesto da 240 litri per il tessile (bende da mummia)
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1 cestino da 50 litri per la carta papiro
Artigiani Scultori
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1 container scarrabile manualmente da 240 schiavi per gli inerti (scarti di lavorazione di steli o statue di divinità)
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1 cesto a tenuta ermetica per il vetro (che andava preventivamente sciacquato nelle acque del Nilo)
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1 cestino da 50 litri per la carta papiro
Studi tecnici (scribi, cartografi…)
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1 cesto a tenuta ermetica per il vetro (boccettine di inchiostro vuote)
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1 cestino da 25 litri per l’organico (penne spuntate di oca e altri volatili…)
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1 cestino da 50 litri per la carta papiro (fogli di brutta…)
Cartiere
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1 cesto da 660 litri per la carta papiro (rifilature di carta papiro, ritagli…)
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1 sacco di iuta da 110 litri per il verde (ciuffi e scarti di fusto di papiro…)
Studio del Faraone
Non sembrano esserci dubbi sulle modalità e sui mezzi utilizzati per la raccolta e lo svuotamento dei cesti in vimini. Agli utenti veniva distribuito un calendario con i giorni di passaggio per le varie raccolte e una brochure esplicativa sul materiale da conferire nei singoli contenitori (sembra però certo che a quei tempi non si usasse il termine brochure ma ). La brochure era un pieghevole in carta papiro per le classi più abbienti, mentre per i contadini e gli allevatori si trattava di una piccola stele in pietra del peso approssimativo di 40-50 kg, evidentemente non pieghevole. Per gli schiavi non era invece prevista alcuna brochure, essendo obbligati a tenere tutto a mente e guai a loro a sbagliare giorno di esposizione.
Per quanto riguarda i mezzi di raccolta gli egittologi di Torino affermano che trattavasi di modelli di bighe appositamente adattate allo svuotamento dei cesti e alla compattazione dei rifiuti. I modelli più in voga sembra che fossero:
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Biga leggera con vascone da 5 metri cubi, fornita di apposito sistema di compattazione (uno schiavo di piccole dimensioni con apposito rastrellone costipatore).
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Biga compattatrice dai 10 ai 25 metri cubi, con sistema di compattazione costituito da una squadra di schiavi di grosse dimensioni, che saltellando a ritmo sul cumulo di rifiuti raccolti nel vascone ne riducevano opportunamente il volume.
Lo svuotamento dei cestoni avveniva tramite un complesso sistema oleodinamico azionato da un ultimo schiavo, che soffiava dentro i tubi dell’olio mettendo in pressione il liquido e assicurando il movimento del complesso sistema di leveraggi che sollevavano e svuotavano i contenitori.
Non si è riusciti invece a ricavare notizie sui costi di tale servizio, anche se non si ha difficoltà a credere che fossero estremamente contenuti, considerate le paghe giornaliere degli addetti al servizio:
- impiegato amministrativo: scriba di 5° livello – 2 manciate di legumi misti al giorno
-autista: auriga di 3° livello – 1 manciata di legumi misti al giorno
-addetto allo svuotamento/costipazione: schiavo senza livello - 1 legume (ovviamente non misto) a scelta al giorno (già allora gli alimentaristi insistevano moltissimo sulla opportunità di seguire una dieta varia per evitare l’insorgenza di malattie cardiovascolari).
Inutile dire che il ricambio tra gli addetti allo svuotamento/costipazione fosse elevatissimo, probabilmente si trattava di personale fornito da cooperative sociali, non sempre dotato dell’opportuna formazione professionale in materia di sicurezza sul lavoro.
Terminata la distribuzione delle attrezzature alle singole famiglie, operazione preceduta da una accurata azione di monitoraggio sull’intero territorio dell’alto e basso Egitto, a dorso di dromedario, da parte di personale altamente qualificato fornito dalla società di consulenze di Corinto, il servizio iniziò quando al trono d’Egitto sedeva ormai Micerino LXIII.
La popolazione, contro ogni aspettativa, si mostrò restia ad accogliere le novità imposte dai consulenti greci che furono accusati di voler imporre una scuola di pensiero lontanissima dal modo di vivere dell’alto ma anche del basso Egitto. Clamoroso il caso della popolazione ebraica, ospite da tempo del sacro suolo egiziano, che, sotto la guida dell’indomito amministratore di condominio Mosè, preferì abbandonare l’Egitto piuttosto che venir meno ai comandamenti delle Sacre Scritture, che si esprimevano chiaramente in materia di differenziazione (“non osi separare l’uomo ciò che Dio ha unito”) dando così vita a quello che poi è passato alla storia col nome di Esodo.
Ad ogni modo la raccolta domiciliare andò avanti per circa duecentotrenta anni, quando un’insurrezione popolare portò alla caduta della lunghissima dinastia dei Micerini. Sembra che in seguito alla decisione del faraone Micerino LXXXIV di imporre al popolo, ormai stremato da più di duecento anni di raccolta domiciliare, un ennesimo cesto in vimini da 240 litri per la raccolta separata dei semi di dattero, la piazza sia insorta. Una folla oceanica, mai vista prima di allora (due-trecentomila persone, secondo i sindacati, appena quattrocentocinquanta facinorosi, secondo la Questura imperiale del faraone) marciò, all’urlo di “morte al differenziatore”, verso il palazzo di Micerino, che fu impalato seduta stante, esposto al pubblico ludibrio a bordo di una biga compattatrice da 5 metri cubi e inumato dentro un cesto in vimini da 120 litri senza neanche essere preventivamente imbalsamato, così come era avvenuto per i faraoni suoi predecessori. Fu nominato suo successore il figlio di un suo fratellastro, certo Nodomiciliar, che come primo atto del suo lungo e florido regno promulgò una legge con la quale rendeva libero il popolo egiziano di fare dei rifiuti quello che voleva, seguendo l’esempio di molte ridenti città della Magna Grecia, anch’esse in disaccordo con la visione esageratamente ambientalista in auge nella madrepatria. Tale legge è ancora adesso in vigore, come si saranno sicuramente resi conto i numerosi turisti che hanno visitato l’area delle piramidi o il centro del Cairo.
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