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Giuseppe Parisi - Racconti e Poesie

Il paese dell'anima

di Giuseppe Parisi

 

“ Ma tu non sei il figlio di Micu naschia tisa” gli chiese il giornalaio che gestiva l’edicola in piazza, dove Stefano era appena arrivato.

“Ma tu non sei il figlio di Micu naschia tisa” gli chiese Zì Carmela che gestiva il suo negozio di generi alimentari posto sotto l’arco della “lamia” appena imboccata la “Salita delle Lamie” che era la via principale del paese e che, partendo dalla piazza , lo divideva quasi in due e andava a finire su uno spiazzo della sovrastante collina punteggiato da spuntoni rocciosi e conosciuto come “calvario”. “ Ma tu non sei il figlio di …..”: era la stessa domanda - ricordò – che Zì Carmela gli fece quel giorno di circa vent’anni prima, quando se lo vide arrivare in negozio bagnato come un pulcino, pallido , piangente. Tirando su con il naso le diceva che il padre non era andato a prenderlo a scuola, che chiamava la mamma ma non rispondeva e che “non arrivava” a suonare il campanello di casa perché posto troppo in alto per la sua statura …….

Stefano era tornato al suo paese che ritrovava dopo anni di assenza forzata: Pettoranello, francobollo incollato alla collina, il paese della sua infanzia, delle facce dei suoi paesani. Il paese dove era tradizione chiamare o indicare le persone con il nome di battesimo seguito dal soprannome , senza che ciò costituisse ingiuria o offesa. ( naschia tisa – naso teso – era il soprannome con cui era conosciuto suo padre) . Era come l’aveva lasciato, il suo Pettoranello, e come lo ricordava : una magnifica terrazza sulla valle accarezzata dal fiume Alento che, ora placido ora irruento, andava incontro al suo destino e le sue splendide “lamie” che davano vita ad una scenografica architettura, con le strade e le viuzze che si attorcigliavano in arditi ghirigori e ripide scalinate. Un luogo così ,un paese così non possono morire. E nemmeno cambiare.

Capì, ma in fondo lo sapeva da sempre, che ci sono luoghi dove nascere , e vivere, è una grazia e una gioia: per il panorama, per i profumi, per l’alito del vento che fa tremare l’erba, per il ritmo lento e pacioso della vita, per il conoscersi tutti e non essere mai soli. Essere soli è il dramma dell’uomo moderno. Essere soli anche quando attorno pulsa la vita con i suoi ritmi vertiginosi. Non si può essere, o stare soli, soli fra simili: una brace che rimane isolata si spegne.

Inseguiva questi pensieri mentre entrava nella casa che era stata dei suoi genitori e dove era nato e che era stato costretto a lasciare , ragazzino , dopo il dramma che aveva travolto la sua famiglia.

Appoggiato al tavolo della cucina, Stefano sente gravare su di sé il silenzio surreale che avvolge quella casa : lo spesso strato di polvere sparso dappertutto racconta anni di abbandono; briciole della tinteggiatura delle pareti dimostrano l’assenza di manutenzione e di vita; brandelli di tende gridano il dolore di cui erano state testimoni; infissi arrugginiti e sbilenchi confermano che la luce è stata lasciata fuori da quella casa per troppo tempo : tutto è decadenza ,tramonto, buio …....

Ora piove.

Stefano guarda fisso il picchiettio della pioggia sul vetro della finestra. Piove. Come quel giorno di tanti anni fa. Il ricordo è vivo nella sua memoria. Invece di bere il latte, con il cucchiaio a mezz’aria e la bocca spalancata, seguiva lo scendere della pioggia, mentre suo padre lo guardava con una certa severità e tamburellando con le dita sulla superficie del tavolo gli faceva:

“Su, su ..sbrigati Stefano …..è ora di andare a scuola. Sbrigati se no faccio tardi. Che hai da guardare? Non hai mai visto piovere …. Sbrigati …” continuò brusco e teso, mentre indossava l’impermeabile.

Voleva salutare la mamma prima di uscire ma seppe dal padre che non era possibile: un forte mal di testa che l’aveva tenuta sveglia per quasi tutta la notte la costringeva a stare a letto.

Stefano capiva – nonostante l’età – che non era quella la verità. Aveva ascoltato, tremando di paura dietro la porta della sua cameretta , le voci concitate del loro ennesimo litigio, fatto di urla, accuse reciproche, sbattere di sedie e di porte fin quando non era calato , improvviso, il silenzio rotto solo dal pianto della mamma. Erano state poche le volte che aveva visto sua mamma sorridere o serena : era stato muto testimone dei suoi pianti e degli improvvisi abbandoni – seguiti da altrettanto improvvisi ritorni a casa – del padre. Ora intuiva che qualcosa di irreparabile e di definitivo si stava verificando, perché aveva sentito la voce di suo padre dire : “ ora basta … sono stufo …. me ne vado e per sempre …….”

Erano passati tanti anni, ma la sua memoria tornava sempre a quel giorno , a quella pioggia, al latte che si raffreddava nella tazza, a suo padre che , accigliato e nervoso, lo sollecitava a sbrigarsi. Suo padre … non aveva avuto mai più - nonostante le sue ricerche - notizie. Come fosse scomparso nel nulla insieme con la sua nuova compagna.

Ora piove . Come quel giorno. La pioggia era stata l’icona sul display della sua vita. Gli eventi più significativi e importanti della sua esistenza erano legati a giorni di pioggia, tanto che aveva imparato a “smorfiarla”: quando cade lenta e normale significa abbondanza, fecondità ; sottile, ritardo negli affari; abbondante , sinonimo di noia, pericolo.

Come era quella pioggia che stava cadendo ora e che gli ricordava un giorno della sua vita di ragazzo ? Ora stava cadendo lenta e normale: quel giorno …..invece …….

Quel giorno, invece, cadeva abbondante, obliqua e ventosa su quel gruppo di persone e di vigili urbani che entrarono in casa dopo aver scalato una finestra e rotto i vetri …. : gli frullano ancora nella mente le voci ora concitate ora soffuse ….. rivede figure umane correre per la casa … .risente il loro respiro affannoso e le loro urla strozzate …… ricorda il caldo abbraccio di qualcuno che cerca di portarlo via sussurrando “povero bimbo”. Seppe dopo che avevano trovato sua mamma riversa per terra, esamine con ancora un flacone di pillole stretto fra le dita fredde e rattrappite con accanto una lettera indirizzato a lui : “ a mio figlio Stefano : perdonami. Perdona questo mio gesto che conclude la mia vita fatta di delusioni, dolori, umiliazioni. Non sono stata moglie perché tuo padre non mi ha mai sposata, non sono stata amante perché sono stata lasciata per un’amante, non sono una mamma perché ti lascio solo, piccolo e indifeso, anche se sei il mio vero grande ancora … perdonami, Stefano …. Ti bacio ……..”

**********

“ Non farlo,Stefano “, si sentì dire mentre il suo sguardo inseguiva lontani orizzonti e la sua mente pensieri lontani.

“ Non farlo ,Stefano” : era la voce del Sindaco , che insieme al Parroco era andato a sedersi accanto a lui su quella panchina della piazzetta antistante la “ Chiesa Madre”.

“ Non venderla la casa. Vendere la casa che fu dei genitori e dove si è nati e cresciuti, anche se non per lunghi anni , vuol dire tagliare le proprie radici, oscurare il passato, pensare che partendo dal presente e guardando al futuro il paradigma della vita sia più snello o diverso. Non venderla e resta qui a Pettoranello. Abbiano messo su un gruppo di persone con l’obiettivo di rivisitare il passato e la tradizione del nostro paese per proporlo più aggiornato e più consono ai tempi. Ci siamo proposti di ricercare e aprire nuove vie per riportare chi se ne è andato e far restare chi c’è. Le premesse ci sono : l’aria buona, i colori forti, il paesaggio , lo stile di vita, la gastronomia , la storia, si anche la storia, e le tradizioni. Stiamo studiando e organizzando servizi per il turismo e l’artigianato. E poi non dimenticare il miracolo architettonico delle nostre “lamie” e le luci e i ghirigori delle strade….Sarebbero una location ideale per film, fiction, sfilate di moda …. Ma c’è bisogno di intelligenze e dedizione per studiare programmi di promozione e diffusione …. Non andartene, Stefano. Pettorarello ha bisogno di tutti i suoi figli e tu sei uno dei migliori. Restando, nemmeno la tua professione di avvocato soffrirebbe limitazioni : non siamo lontani dal Capoluogo e i buoni avvocati si vanno a trovare dove stanno. Pensaci, Stefano ……”.

“ Possiamo diventare – aggiunse il parroco – una comunità vera ed esemplare : basta volerlo e crederlo ed essere uniti. Sottoscrivo, Stefano, l’invito che ti ha rivolto il Sindaco e spero che lo accoglierai : questo è un paese che non può morire perché è il paese dell’anima. Della nostra anima. Questa è una comunità che aspira a diventare famiglia ….”

Sull’orizzonte lontano dove vagava il suo sguardo , Stefano credette di vedere l’immagine di una donna che gli sorrideva e lo salutava, come gli sorrideva quella ragazza che lo aveva inavvertitamente urtato mentre meditava sull’invito che gli era stato rivolto dal sindaco e dal parroco.

Per una strana associazione di idee ricordò un pensiero che non era in grado di dire dove lo avevo sentito o letto : “ per amore dei luoghi che non vogliono veder morire, spesso gli uomini devono tracciare strade immaginarie e tutte loro perché torni la vita ….”

La valle che degradava verso il fiume, sembrava – con i suoi colori - la tavolozza di un pittore, mentre sullo sfondo l’arcobaleno, manifestazione del patto tra Dio e l’umanità, invitava alla speranza.


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