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Giuseppe Parisi - Racconti e Poesie

Dante e il Vangelo

Alla ricerca delle radici cristiane della nostra cultura

di Giuseppe Parisi

 

Dante “ concepisce la Divina Commedia come una ricerca della verità alla luce delle sue conoscenze filosofiche ; si inoltra in un cammino che qualunque persona matura sente il bisogno di compiere per cercare una spiegazione fondamentale ai perché della vita , e a poco a poco questo viaggio della mente si trasforma in un itinerario di fede : perché solo la fede può dare risposte convincenti.”

Partendo da questa considerazione Lucia Cotzia, professoressa fiorentina profonda cultrice del Sommo Poeta, ha scritto un agile e documentato saggio su “ La Commedia di Dante alla luce del Vangelo - Alla ricerca delle radici cristiane della nostra cultura “, a testimonianza dell’attualità di Dante che si manifesta non solo nelle letture dell’Opera ( Sermonti, Benigni, Albertazzi) che registrano un grosso successo di pubblico.

Per la Cotzia, Dante si rivolge a noi, cristiani del post Concilio Vaticano II, per chiederci quale mondo vogliamo : l’inferno con le sue pene , le sue disperazioni e le sue solitudini frutto dell’egoismo e dell’assenza dell’amore di Dio ; il purgatorio le cui sofferenze vanno viste nella prospettiva del bene futuro, o il Paradiso, regno della beatificazione e alla presenza della fonte dell’amore che è Dio.

Nasce da questa scelta il cammino dell’uomo che, per la nostra Autrice, si snoda lungo il significato della preghiera ; della ragione e della fede; della libertà dell’uomo e dell’intervento della

Provvidenza ; del Giudizio di Dio e dei giudizi degli uomini ; della politica.


LA PREGHIERA

 

La preghiera è il mezzo attraverso il quale risalire alla nostra fede: se

“ ……. Il priego da Dio era ( è ) disgiunto “ ( Purg. VI, 42) ci troviamo di fronte alla preghiera del pagano che è soliloquio, voce di un uomo solo , abbandonato a se stesso , in una vita che è fatta di prevaricazione, competizione, possesso, solitudine. Per il cristiano, viceversa, la preghiera assume il valore dell’intercessione ( … vedi Beatrice con quanti beati per li miei prieghi ti chiudon le mani ….. Paradiso XXXIII, 38,39 ), si riflette e si concretizza nel vivere comunitario. Dante ci da due mirabili esempi nell’ XI canto del Purgatorio con il Padre Nostro recitato dalle anime di superbi e nel canto XXXIII del Purgatorio con la “Preghiera alla Vergine “.

Vertice della preghiera cristiana sono le parole di Cristo sulla Croce : “ Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito “ (Luca, 23,46) in una prospettiva di vita che è amore, servizio, condivisione,comunione, abbandono in Dio.


Ragione e Fede

 

Ragione e Fede non si escludono a vicenda, ma si integrano : “ credo ut intellegam, intellego ut credam”, afferma S. Agostino, che non rinnega la sua cultura classica e profonda, ma la rielabora alla luce della fede.

L’Uomo che confida nella sola ragione vive una vita arida, limitata.

L’uomo che si affida alla sola fede rischia di estraniarsi dalla realtà e di non vivere in piena consapevolezza la sua fede.

E’ necessario usare con umiltà la ragione: serve riscoprire il ruolo della fede.

Quando tutto sembra perduto , arriva dall’alto l‘aiuto insperato: Virigilio sollecitato da Beatrice.

“ Io era tra color che sono sospesi,

e donna mi chiamò beata e bella…. ( Inf. II , 52-53 )

Virgilio e Beatrice – Ragione e Fede.

Perché un poeta e una donna? Che significato hanno questi due personaggi? Perché un Poeta e non un filosofo, perché Virgilio e non Aristotele a rappresentare la ragione? Perché una donna comune, Beatrice e non, per esempio, Maria , a rappresentare la fede?

Virgilio e Beatrice non sono simboli, ma persone che fanno parte della vita di Dante : l’uno la fonte della cultura alla quale ha attinto, l’altra la donna angelo che ha amato e cantato in gioventù. Virgilio è il vate dell’epopea latina, uno di quei grandi spiriti a cui è affidato il compito di trasmettere la cultura da una generazione all’altra, da una civiltà all’altra : “ Tu sei lo mio maestro e ‘l mio autore ( Inf. I, 85).

Virgilio, la Ragione, che indica Beatrice, la Fede, a guidarci oltre i limiti della nostra umanità:

“ Veramente a così alto sospetto

non ti fermar, se quella nol ti dice

che lume fia tra il Vero e l’Intelletto:

non so se intendi, io dico di Beatrice:

tu la vedrai di sopra, in sulla vetta

di questo monte ridere e felice “ ( Purg. VI, 43 –48)

Beatrice, la Fede, “ Quel sol che pria d’amor mi scaldò il petto……” ( Par. III, 1), che è testimonianza di amore : sembra che Dante voglia farci sentire l’affinità tra fede e amore.

Si può rifiutare la fede in nome del laicismo, del relativismo, del consumismo?

Rifiutare la fede è un paradosso su piano culturale, che rinnega il passato e rinuncia al futuro..

Quando il Sommo Fiorentino dice : “ Qui veggion l’alte creature l’orma de l’eterno valore”, indica il Paradiso come luogo dove l’intelligenza dell’uomo viene appagata perché vede nell’ordine e nell’armonia l’impronta del Divino Architetto.

La Ragione accompagna l’uomo fino alla soglia del trascendente, poi lo affida alla Fede : questa potenzia la Ragione senza escluderla:

“ Matto è chi spera che nostra ragione – possa trascorrere la infinita via – che tiene una sostanza in tre persone - .State contenti, umana gente , al quia, - che, se potuto aveste verder tutto – mestier non era parturir Maria ……- ( Purg. III, 34- 39)


Libertà dell’uomo e Provvidenza divina


Dante, cristiano, crede nella esistenza di un piano provvidenziale di Dio , ma considera BENE irrinunciabile anche la libertà e per cercarla si assoggetta ad un lungo e faticoso cammino.

Dovrà attraversare l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso per arrivare alla conoscenza del Bene e del Male, presupposto di una libera scelta.

Nell’Inferno Dante constaterà l’assoluta mancanza di libertà , essendo ognuno inchiodato alla sua pena eterna ed immutabile.

Nel Purgatorio avrà modo di constatare come l’ascesa al monte per liberarsi della zavorra sia particolarmente ardua, ma indispensabile.

Solo nel Paradiso avrà la chiara visione di cosa sia la Libertà, libertà che coincide con la felicità e con la piena realizzazione dell’uomo, in quella stretta correlazione che c’è tra libertà dell’uomo e il piano della Provvidenza di Dio.

Scrive Sacharov : “………..la libertà è soprattutto responsabilità……….più c’è libertà più la vita diventa difficile….. ma è la libertà che dà all’uomo la felicità”.

E Dante ammonisce :

“ Libertà va cercando, ch’è si cara - come sa chi per lei vita rifiuta…” ( Purg. I, 71-72), in quel viaggio difficile ma gratificante:

“……..Questa montagna è tale,- che sempre al cominciar di sotto è grave, - e quant’uom più va su e men fa male….” ( Purg. IV – 88-90). C’è una forza che attira verso l’alto, che per Dante cristiano ha un nome : Amore, principio creatore di ogni cosa, che assicura l’ordine universale, che è la meta a cui tende ogni creatura. Amore,infine, è la realtà divina che si manifesta a Dante nel Paradiso.E’ una realtà trascendente, ma tangibile ( “ La gloria di colui che tutto move - per l’universo penetra e risplende…..” Par. I, 1-2) , che si manifesta nella bellezza del creato, nell’armonia che regola il movimento dei Cieli, specchio di Dio Creatore .

“….. Le cose tutte quante - hanno ordine tra loro, e questo è forma – che l’universo a Dio fa somigliante “ ( Par. I, 103 – 105)

Amore che nell’uomo non è soltanto istinto o moto del cuore, ma riguarda la sua parte più alta, l’intelletto, attraverso il quale l’uomo Dante conosce , nel Paradiso, la realtà di cui godono le anime che vi si trovano immerse.

Amore che riconduce l’uomo a Dio che non ha creato una volta per tutte, ma continua ad operare e a garantire con la sua presenza ogni armonia. Significativa la corrispondenza tra il primo e l’ultimo verso del Paradiso: “ la Gloria di colui che tutto move……L’amor che move il sole e l’altre stelle “.

Per entrare a far parte della realtà “ AMORE” è necessario uscire da noi stessi ed aderire alla volontà di Dio e al suo progetto: E’ necessario essere in sintonia con gli altri e con ciò che circonda: questa è la vera libertà


GIUDIZIO DI DIO E GIUDIZI DEGLI UOMINI

 

“ Non giudicate per non essere giudicati, perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati……..” ( Matteo 7, 1).

Ne consegue che il giudizio è solo di Dio. I giudizi degli uomini sono molteplici, soggettivi, contraddittori.

Dante vuole approfondire questo tema e ricorre ad alcuni episodi avendo sicuramente presente le parole di Isaia : “ I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie “( Isaia

55,8).

Che cosa rappresenta, sul piano della “ logica di Dio” e su quello dell’approfondimento di Dante,Guido da Montefeltro, uomo stimato, famoso, amico del Papa?

Dante lo trova all’Inferno, perché in realtà non si era mai convertito ed anche nel girone infernale si preoccupa della sua fama, della sua “ sapienza” e ricorre alla logica umana per scaricare sul Papa la responsabilità della sua dannazione : “ ….il gran prete. A cui mal prenda, che mi rimise ne le prime colpe,,,,,,” ( Inf: XXVII, 70-71).

Guido, per tutta la vita ha messo la sua intelligenza al servizio del profitto, della menzogna, pensando che, raggiunta “ l’etade dove ciascun dovrebbe – calar le vele e raccogliere le sarte…”, bastava convertirsi per aggirare il giudizio di Dio che è basato sulla verità e sull’amore gratuito. Non sono consentiti formalismi perché “ ….assolver non si può chi non si pente , - né pentere e volere insieme puosssi – per la contraddizion che nol consente…..” ( Inf. XXVII,118-120). Dall’esempio di Guido scaturisce un monito : la ragione umana non va usata in modo autonomo, senza Dio, fidando sulla autosufficienza e sulla sapienza umana, che ha i suoi limniti.

In contrapposizione, potremmo dire, della dannazione di Guido la vicenda di Buonoconte ( Purg. V , 88 – 129), vissuto nel peccato, morto di morte violenta, ma capace di convertirsi in extremis: “ … Nel nome di Maria finii…….” ( Purg. V, 101).

Ecco : l’amore divino vince sulla malizia , sulla logica del mondo “…..abbiate fiducia : io ho vinto il mondo “ ( Giovanni, 16,33).

La stessa salvezza di Buonoconte la trova Manfredi ( Purg. III, 103 . 145) , figlio di Federico II, successore del padre alla guida del Regno di Sicilia, morto nella battaglia di Benevento sconfitto da Carlo D’Angiò.

“ Orribil furon li peccati miei, - ma la bontà infinita ha sì gran braccia, - che prende ciò che si rivolge a lei “ ( Purg. III, 121 -. 123), confessa Manfredi, facendo risaltare la grandezza della misericordia divina.

Quale l’insegnamento per l’uomo ? Pregare con il Salmo : “ Mostrami, Signore, la tua via, perché nella tua verità io cammini, donami un cuore semplice che tema il tuo nome “ ( Salmo 85, 11).


LA POLITICA

 

Dante è profondamente convinto che la politica non è una prerogativa per alcuni , ma un preciso dovere dell’uomo e del cittadino interessarsene e parteciparvi. La considera una cosa seria perché rappresenta la dimensione sociale alla quale nessuno può sottrarsi se vuole realizzare la sua natura e la sua dignità di persona.

Pur con queste convinzioni Dante non è un uomo politico, né un teorico della politica, né tanto meno un uomo di parte.

Si schiera tra i Guelfi Bianchi solo quando Firenze rischia di essere trascinata allo sbaraglio dai Neri, faziosi e violenti, disposti a far intervenire anche una potenza straniera, la Francia.Con altrettanta fermezza prende le distanze dai Bianchi, quando – esule - si rende conto delle manovre disoneste dei suoi compagni di partito per rientrare in Città e vendicarsi dei Neri.

Con dignità e coraggio si stacca dalla “ compagnia malvagia ed empia “ (Par. canto XVII) e comincia a “ far parte per se stesso” ( Idem) : rimane esule, rifiuta ogni compromesso e i patti inaccettabili che gli avrebbero consentito di tornare in Patria. Fino alla morte andò peregrinando per l’Italia provando come “ sa di sale lo pane altrui e come è duro calle lo scendere e salire per l’altrui scale…….” Grande dignità,quindi, ed estrema coerenza, ma senza rassegnazione, perché per tutta la vita profuse impegno ed ardore nell’attività politica, cristiano vero che vuole mettere al servizio degli altri i suoi talenti.

Nella “ COMMEDIA “ Dante dedica tre interi canti al problema della politica : il VI dell’Inferno, il VI del Purgatorio e il Vi del Paradiso. Scritti in successione di tempo segnano il graduale sviluppo della riflessione dantesca sul tema.

Riflessioni che lo portano a capire che il disordine politico dipende dal disordine morale e che, quindi, la politica non può essere disgiunta dalla morale ; che le difficoltà non si risolvono con rimedi approssimativi ( l’ammalato non trova sollievo ai suoi dolori cambiando posizione nel letto); che non si può cambiare partito per cambiare la situazione.

I modelli che propone Dante – nella convinzione che la storia vada vista dall’alto e con gli occhi di Dio che la governa - sono Giustiniano che ha ricostituito le basi del potere politico sul diritto, riordinando il corpus iuris civilis e Romeo esempio di virtù cristiana, osteggiatone denigrato per la sua posizione contro corrente.

L’uno rappresenta l’ideale politico di Dante ( “ Cesare fui e sono Giustiniano “ ), l’altro – Romeo, il pellegrino che va Roma per il Giubileo – il modello di vita al quale lui stesso è rimasto fedele ( “ …. Indi partissi povero e vetusto – e se il mondo sapesse il cor ch’elli ebbe – mendicando sua vita a frusto a frusto – assai lo loda, e più lo loderebbe “ Par. VI. 139 – 142).

Tutta la riflessione sul tema della politica porta a queste conclusioni :

la politica deve essere al servizio dell’uomo e non uno strumento di potere ( “ il Figlio dell’Uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita” - Marco 10 ,42-45);

la buona politica non può essere una ideologia, ma deve avere come punto di riferimento i veri valori che sono quelli del Vangelo : ( “ Se il Signore non costruisce la casa invano vi faticano i costruttori , se la città non è custodita dal Signore invano veglia il custode “ – Salmo 126)-

Non possiamo non sottolineare due annotazioni che nel saggio della Cotzia hanno una significativa rilevanza: la differenza fra il viaggio di Ulisse e quello di Dante e un profondo richiamo all’Amore, visto sempre alla luce del Vangelo.

Ulisse si mette in viaggio al termine della sua vita ( “ Io e’ compagni eravam vecchi e tardi…”), Dante invece nel pieno vigore intellettuale e fisico per il bisogno di dare un senso alla sua vita (“ Nel mezzo del cammin di nostra vita….”).

L’eroe greco, espressione della cultura dell’autosufficienza che mitizza la ragione umana, è accecato dalla presunzione che non gli fa capire l’inadeguatezza dei mezzi ( “ misi me per l’alto mare aperto – sol con un legno….” – “……de’ remi facemmo ali al folle volo “ ).

Anche Dante si serve per il suo viaggio dell’ingegno, ma è guidato dalla fede: anche il viaggio del Poeta è folle ( “…temo che venuta non sia folle “) , ma con umiltà si affida alla “ Guida” che gli manda il Cielo ( “ tu duca, tu signore, tu maestro…..”) dice a Virgilio.

La fede non nega la ragione,ma la potenzia. Ulisse si avventura per mare affidandosi al solo ingegno , ma quando crede di essere giunto alla meta naufraga. Ulisse pretende di compiere un volo ardito, ma in realtà non si stacca dal suolo : l’asse del suo viaggio è orizzontale e porta verso il buio , verso la fine.. E’ vero che anche nella “ Commedia “ conserva le qualità per cui è celebrato nella tradizione letteraria ( “ …fatti non foste a vivere come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza ….”) ma il fine cui Ulisse esorta è un obiettivo esclusivamente umano, legato ai limiti e ai difetti che questo comporta, compreso il peccato. Non l’eroe dell’ingegno umano, ma l’uomo che trascura i suoi valori morali :

“ ……né dolcezza di figlio, né la pièta – del vecchio padre, né il debito amore – lo qual dovea Penelope far lieta – vincer poter dentro a me l’ardore – ch’io ebbi a diventar del mondo esperto – e de li vizi umani e del valore - ma misi me per l’alto mare aperto…..” (inf. XXVI, 94 – 100).

L’altra annotazione riguarda l’AMORE che è il soffio vitale all’origine della creazione , la forza che garantisce l’ordine e l’armonia dell’Universo, la sinfonia che Dante trova nel Paradiso, che inizia con l’incontro di una donna bellissima – Piccarda – e si chiude con la preghiera di San Berardo alla Vergine.

La Vergine Maria rappresenta non solo l’ideale umano che porta Dio, ma anche il sommo ideale estetico della Bellezza che racchiude e rappresenta ogni altro ideale etico personificato nell’Amore che sconfina in qualcosa di più alto : la Carità.

“ Tutto copre, tutto crede, tutto spera , tutto sopporta. La Carità non avrà mai fine “ ( Paolo I° Cor.)


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