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Gianmarco Dosselli - Incipit

Ragazzo di paglia

Antipodes

pagg. 218 - € 15,00

 

Ovunque la veglia di Capodanno è sempre stata una notte “sorprendente” ma pure “sprecona”; di solito una festa a metà tra la discoteca e un party in casa. Per ogni umano l’accogliere il nuovo anno è l’attesa di tanta novità e speranza, di vedere la miglioria della vita; è il forte complesso di gioco di tradizioni e convenzioni, l’augurio di aprire il proprio avvenire perfettamente risolto, il ritrovarsi tra il prossimo con buon’armonia e stile di vita. Ovunque, i ragazzi decidono di organizzare da sé il veglione accordando le numerose idee con i pochi soldi disponibili.



Un boom erano quelle feste desiderate da giovani; tra queste una tal quale si svolgeva in una palestra dell’Oratorio di Poncarale, paese della Bassa bresciana che si estende ai piedi di una lieve zona collinare. All'Oratorio il rito si consumava di solito uguale. C’era un bel gruppo di settanta ragazzi al veglione e, per l’occasione, la palestra era un’incredibile identità cancellata: le attrezzature ginniche del tutto coperte da teloni con enormi decalcomanie e il perimetro del luogo trasformato in impianti stereofonici con luci psichedeliche fissate ad una parete. Festoni appesi, posters, palloncini multicolori. Bibite, tartine, panini: il tutto sopra un lungo tavolo. Un mondo hit life. Una festa picchiatella. Acconsentita dal parroco, pure lui “festaiolo” tra i parrocchiani, per una sola mezzora.



Per le ragazze, il fascino del tutto risiedeva proprio in quel momento preliminare; la scelta dei vestiti da indossare, l’accurata toeletta, anche l’acconciatura dal parrucchiere o dall'amica esperta.



Nel locale si scrutavano i volti di quanti erano già arrivati; dei saluti agli amici più stretti. Allo scoccare della mezzanotte, il tutto sul tavolo veniva divorato in meno di un amen. Solo per un attimo, come per incantesimo, si dimenticavano i disprezzi, le rivalità, i pettegolezzi e le “distinte” gelosie che sempre serpeggiavano tra i singoli. Ci si scambiavano auguri che in quell'istante erano onesti. Molte ragazze invitate al ballo; le più da “cavalieri” che magari avevano occhi su di loro, ma nei confronti dei quali esse non ritenevano di dover contraccambiare l’attenzione portata. Le coppie fisse si muovevano pigramente in pista, scambiandosi sguardi dolci e qualche bacio; altre restavano sedute a conversare o ammirare i ballerini. Solamente un ragazzo, tra i presenti, pare ignorasse il mondo attorno: Elio, quattordicenne; per dirla tutta, si sentiva ateo forsennato e anticlericale. Hippy dall'aspetto abbastanza curato, il viso poco scialbo e i capelli scomposti come quelli dei bambini quando si svegliano.



Il polso sinistro era "occupato" dal "fedele" braccialetto del sesso, nero, ultima moda erotica degli adolescenti brasiliani in voga anche tra i teen agers italiani. Al lobo sinistro, un orecchino ear cuff con segno della pace in argento. Egli non era così benvoluto da molti per il fatto che era passato dallo spinello a qualcosa di più. Il suo approccio con la droga era generalmente pesante, ma controllato. Il suo problema principale era lo sballo. “Rapido, e possibilmente poco costoso”: amava dire spesso.



La sua vita paragonabile a una storia immensa quanto la Bibbia. Orfano di genitori, studente scapestrato con due ripetizioni in seconda media, viveva in un attico angusto e stantio, con una sorella maggiore, squinternata, le cui mani, però, sapevano di rigovernatura.



 

Modalità di acquisto: catalogo libri sul sito: http://www.antipodes.it/prodotti/?titolo=ragazzo+di+paglia&cat=11 e disponibile su:

https://www.amazon.it/dp/8899751188/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1509974002&sr=1-1&keywords=ragazzo+di+paglia 

Vaticanus ImperterritÅ­s

Lettere Animate Editrice

pagg. 176 - € 13,90 (cartaceo) - € 3,99 (ebook)

 

Moura, distretto di Beja (Portogallo), 2054. Storica cittadina realizzata in pietra posta su un colle incoronato da una marea di ulivi, irrigata da corsi d'acqua spesso brevi e secchi in estate, con alcune colline basse e poco inclinate. Il suo nome abbinato alla leggenda della omonima principessa che si precipitò dall'alto del torrione per la sola colpa di aver posto ingresso a mori camuffati da cristiani, facendo sì che il villaggio cadesse nelle mani degli arabi.

La fattoria dalle linee architettoniche pure, si ergeva nella sua maestosa semplicità, fiancheggiate da torrette lignee e circondata da immensi boschi. Antichi scudi e crocifissi decoravano i muri della sala da pranzo arredata come nell’ambizione del defunto papa: la credenza di noce, le porcellane, l’argenteria e il fuoco che crepitava nel caminetto gettando caldi riflessi sui vasi cinesi e i piatti di rame. In un angolo della sala, esposti in tre bacheche c’erano ninnoli artistici: avori africani, statuette, icone e decorazioni cristallifere. Pesanti tendaggi di pizzo nascondevano una grande vetrata.

Moura non era dopotutto una zona sperduta, ma un vasto luogo con immense distese di boschi dov’era possibile incontrare organizzazioni di miliziani e sette religiose. Moura era baciata dal sole che splendeva in un cielo sereno e azzurro e si rifletteva sulle stradine acciottolate, gaie e rumorose in quella mattina “freddolosa” di aprile, occupate dagli adepti denominati The Soldiers of the Sun(“I Soldati del Sole”), una frangia minoritaria cristiana ma agguerrita di tradizionalisti che mai accettarono il Concilio e la riforma liturgica del Vaticano e che, secondo la loro teoria, i Papi romani succedutisi a partire dal Concilio non furono veramente tali perché s'allontanarono dalla vera fede. Unico (e ultimo) lodevole Vicario di Cristo fu proclamato Pio XII (Eugenio Pacelli), e dal 1958 in poi i suoi successori sarebbero dunque degli “antipapi”; nessuna importanza se legittimamente eletti secondo le regole canoniche da un regolare conclave: la loro colpa sarebbe stata quella di indire, celebrare e applicare quasi all’unanimità da 2.700 vescovi della Chiesa cattolica romana.

Lì, a Moura, da oltre quattro decenni furono creati tanti “Papa”, senza seguire l’ordine numerico dopo il nome scelto per governare.

Habemus Papam”. Gridarono la loro gioia ai quattro venti. Dal ranch, la fumata bianca usciva da uno striminzito comignolo. Un nuovo papa! Votato attraverso col sistema “XT23Kidd”, un modello di palmare “da collo”, dagli oltre tremila fedelissimi della setta sparsi ovunque nelle Americhe, Asia ed Europa della chiesa tradizionalista del distretto di Beja, costituiti di preti e di alti prelati fedifraghi, di simpatizzanti e volontari, ma anche di laici con certificato di battesimo “doc”, “rifatto e corretto”.

Il nuovo papa dell'Europa scelse il nome di Etelberto IV. Ex abate mitrato dell'abbazia di Alcobaca. Cinque papi prima di lui dagli anni della Prima guerra del Golfo Persico. L'ultimo suo predecessore: Alfonso III, regnante per soli quattro mesi.

L’“elezione” venne annunciata sul canale “Ton 5”, esclusivamente trasmesso sulla micro-tv a cristalli liquidi e diffuso privatamente ai soli adepti; nessun altro cittadino possedeva la frequenza codificata con aggiunta della password. Un vero apparecchio “clandestino” dell’avanguardia. Un ultra-portatile dotato di uno schermo da sette pollici su cui si poteva scrivere in diverse modalità, usando un bastoncino – stuzzicadenti, per le micro tastiere incorporate allo schermo.

 

Modalità di acquisto: Mondadoristore
Youcanprint

Il pozzo di Catrum Govonis

Pegasus Edition

pagg. 157 - € 13,00

 

Il ventisettenne Carlo Fornari, esploratore per hobby da dieci anni, si sentiva attratto soprattutto dal fascino dell’ignoto e dai cunicoli angusti. Offriva gratuitamente lezioni agli amici; spiegava come imparare a rilevare le grotte, a usare l’equipaggiamento, ad apprendere nozioni di bio speleologia e di geologia, di fotografia e di meteorologia in grotta, oltre all’allenamento in tecniche di salvataggio e pronto soccorso. Lui e i tre intimi amici, tutti coetanei, formavano una sorta di confraternita definita “Fervil 85”, gruppo nato per condividere la comune passione.

Intrufolarsi nelle grotte non è detto che debba essere sempre pericolosa. Una buona tuta impermeabile, con biancheria calda, stivaloni o scarponi da roccia e un casco munito di due lampade - acetilene e l’altra a batteria – è quanto occorre per l’avventura. Ricordatevelo!”. Era la sua diffusa proposta anche a ragazzi delle scuole superiori quando gli chiesero come mai gli speleologi vadano matti per queste esperienze nel mondo ipogeo e vogliano tenersele tutte per sé.

Stavolta il compito esplorativo di “Fervil 85” era tenace: la discesa più profonda mai praticata! Una mattina domenicale, facendosi strada nell’oscurità, Carlo e i suoi tre compagni avanzavano cautamente dentro la grotta dell’Arco, nell’entroterra laziale. Imbacuccati nelle loro tute termiche color giallo camomilla e carichi di apparecchi per l’illuminazione, sacchi a pelo e amache, i quattro avventurieri prediligevano con grande entusiasmo alla speleologia, attratti dalle profondità della terra, a scopo ricreativo.

Dopo un cunicolo, curvo e fangoso, i quattro si trovavano a penzolare da una sporgenza: il meandro conduceva a uno strapiombo di novanta metri! A quel punto, tornavano “doverosamente” indietro strisciando intirizziti e imbrattati di fango. Tutti impressionati nell’avere veduto quanto sarebbe scuro e misterioso lo strapiombo individuato. Ritornarono alla base, dove ad attenderli c’era il gruppo di altri speleologici, estranei, ma collaboratori.

«Una straordinaria visione sotterranea, vero amici?» ammise Giampietro, biondo, baldanzoso ragazzo con aria da principiante che, in effetti, non lo era. L'unico con tatuaggi in varie parti del corpo; ne aveva fin sotto il mento: un'aquila!

«Di questo primo contatto con gli abissi dovremmo ora meditare a premunirci contro certi pericoli. Si rischia di restare al buio se le pile o il combustibile delle lampade del casco si esaurissero. O di essere incastrati da qualche frana di rocce o da una improvvisa inondazione.» spiegò loro, Carlo. Capelli neri mossi e la barba che ne rivelava la mascella quadrata. Possedeva i movimenti sinuosi del predatore, fluidi e controllati. Un concentrato di potere ben padroneggiato e naturale grazia.

«Se ci uniamo agli amici del club alpino potremmo sentirci più sicuri e attratti dal fascino dell’ignoto.» disse Raffaello, alto e dall’espressione impenetrabile. Scuro di colorito, aveva i capelli lisci e neri, il naso grande, aquilino; poteva essere considerato un ragazzo dall'aspetto piacevole, ma c'era nel suo sguardo un che di selvaggio, tale da farlo qualificare più un mercenario che un gentiluomo.

«Che cavolo vai ammettendo!» protestò il quarto del gruppo, Loris. Alto, dritto, robusto, la faccia larga. «Carlo è il nostro maestro, il nostro capo guida. Ti rammento che è l’unico di noi che può accedere nei Catasti Speleologici Regionali. Restiamo tra noi, noi quattro e sempre in quattro, noi del “Fervil 85”.»

«Loris ha ragione!» precisò Giampietro.

«Grazie amici, mi siete simpatici. Ora vorrei darvi un comunicato favoloso. Un’impresa da compiere nell’entroterra savonese, sempre che la accettiate e disposti a dare gonfiore al vostro portafogli.» annunciò Carlo con entusiasmo.

«Ehi, ma questa è una meraviglia! E sarebbe la prima esperienza in terra ligure!» fece Giampietro.

«Vi attenderò domani sera al “Club Corchia”. Siate puntuali, mi raccomando.» concluse Carlo.

 

Modalità di acquisto: indirizzi librerie: http://www.pegasusedition.it/distribuzione.html oppure http://www.libreriauniversitaria.it/pozzo-castrum-govonis-dosselli-gianmarco/libro/9788899239107

Più che tarati!

Antipodes

pagg. 151 - 13€

 

Era un giorno di settembre del 1947, uno dei più bei del mese che ci si potesse augurare. L'ex soldato, Mauro Tendi, che fu stato capitano al comando del generale Carlo Caneva al tempo dell’occupazione della Tripolitania e la Cirenaica, se ne stava sdraiato sull'erba mossa da una leggera brezza, all'ombra di un pino del giardino di Corte Rosetta, fumandosi la sua inseparabile pipa. Si rilassava scrutando il cielo sereno, pregando Dio di sentire subito il vagito dell'ultimo nascituro, sperando trattasi del secondo maschio. Mentre lasciava salire al cielo lente volute di fumo dalla sua pipa, pensava alla sua prole composta da cinque femmine e un maschio.

Se dovesse nascere un'altra femmina era tutto deciso quasi con ostentazione di ripudiare la realtà, come se la nascitura appartenesse a qualcun altro, non fosse sua. Nessun vagito nell'aria. Troppo presto! Nel frattempo rispolverava nella mente quei lunghi periodi della sua vita, trascorsi in Libia: scoppi, assalti, pranzi e gala con damigelle...

Il nascituro non era ancora uscito dalla pancia materna. Il tramonto stava mettendo piede nel bel cielo, con le sue luci e i suoi colori fino all'occaso. Un popolare eco cominciava a ronzare nelle orecchie del papà. Bruscamente egli si raddrizzò e, adagiando le schiena al tronco, strinse la pipa oramai terminata tra le mani, quasi a volersi concentrare. Veramente aveva udito lo strillo del neonato, lui che era un po' sordo? Un movimento dall'altra parte del sentiero privato attirava la sua attenzione. Si irrigidiva, gelato dalla paura che la domestica gli dicesse: “Una femminuccia!”.

«Un maschio, signor Tendi, un maschio!»

Felicissimo. Una gioia esplosiva! Lui si era messo a danzare ridicolmente, i movimenti fluidi e potenti, proprio come un puma saltellante da un ramo all'altro.

«Signor Tendi, ma che cosa fa? Vada a vedere il neonato, invece di fare l'imbecil... oops, il balletto surreale!»

Il tono drastico della domestica, accompagnato da quello sguardo di avvertimento, lo convinse a raggiungere, in un baleno, moglie e neonato. La levatrice era appena uscita, e il signor Mauro aveva modo di esprimere liberamente la sua infinita gioia, coccolando la moglie e sfiorando il visino del piccolo.

«Brava, congratulazioni per il parto regolare e per il bel bambino che mi hai donato, “Passerella”!»

«Che cosa hai detto?»

«Ho detto che sei stata brava!»

«Non quello. Come mi hai definita?»

«“Passerella”. Non lo sapevi? Hai la più preziosa cosa del mondo!»

«Sono “Passerella” per il settimo figlio! Alla mia prima creatura ero “Pennarella”, poi “Succiatella”, “Scopatella”, “Tettarella”, “Boscarella” e “Stornella”: ma che sfilza di soggetti per festeggiare le nascite. Uno più stupido dell'altro!» disse con voce tagliente. La sua bella faccia si deformò in un ghigno cattivo.

«Mia adorata, perdonami! Con questo mio modo di esprimere titoli in tuo onore sono voluto essere partecipe alla gioia della famiglia.» ammise in tono supplichevole. «Impugnerò una promessa: alla nascita dell'ottavo figlio non accennerò nessun vezzeggiativo in tuo onore.»

«L'ottavo! Basta, mi sono stufata coi pancioni... Questo è l'ultimo!» sbottò.

«Come capostipite deciderò quando terminare le nidiate.» fece, intimorito.

«Senti, bello di mamma, il mondo è pieno di caporioni, di uomini-dei, di capo rango e casato... e la donna è sempre sottomessa dal consorte, messa in un angolo e chiamata per sgobbare e creare un'altra vita.»

«Per favore, Ileana! Sei davvero impetuosa: cerca di essere più pacata.»

La puerpera guardò il marito per pochi secondi, in silenzio, poi disse sottovoce:

«Mi sento debole, come se il cuore mi mancasse da un momento all'altro. Ora che ho spinto fuori questa peste, i miei muscoli e legamenti cominceranno a ritornare alla normalità nel giro due mesi. Domani inizierò con degli esercizi per aiutare i miei muscoli a ritornare normali, e quindi a far riprendere la linea pre-parto.»

«Ha parlato la dottoressa!»

«Sono una dottoressa! Dottoressa di ostetricia presso il nosocomio “San Francesco”.» precisò. Sembrava avere l'aria di volerlo rassicurare ancor più. «Non ti dispiacerebbe prendere in braccio il tuo settimo e, definitivamente, ultimo pupillo, che mi voglio sistemare alla bell'e meglio sul letto? Vorrei evitare sforzi eccessivi per almeno dieci giorni. E, ricordati, niente rapporti sessuali per un mese! Conosco nozioni di questo genere perché sono...»

«...una dottoressa! Cribbio, ad ogni nascita dei nostri, c'è il solito commento che mi fa rovesciare il cuore nella parte della schiena!» schernì l'uomo, interrompendola, nel mentre cullava il bimbo frignante nelle sue braccia. «Come frigna il piccino! Sarà un ottimo cantante: più sgola, più...»

«...stona come suo padre!» precisò, interrompendo a sua volta il discorso del marito.

 

Modalità di acquisto: catalogo libri sul sito www.antipodes.it e disponibile su http://www.libreriauniversitaria.it/piu-tarati-dosselli-gianmarco-antipodes/libro/9788896926574

Le Terre del Sirio

Antipodes

pagg. 141 - € 13,00

 

Prologo. 1631. La “Verona-Brescia-Cremona” era il tragitto di chi volesse salire sulla unica esistente diligenza. Un giorno autunnale, sul mezzo di trasporto pubblico dove era in sosta nei pressi di Peschiera, salì un forestiero. Questi indossava il tabarro e portava calato sul viso un cappello a cencio come desiderava esporsi meno ai passeggeri. Il forestiero aveva un’espressione oscura e un tarpano atteggiamento che i “colleghi” di viaggio osarono appena sbirciarlo di sottecchi, agitati da quell’atteggiamento che aveva qualcosa di macabro, di rivoltante. Tra i viaggiatori, seduto accovacciato sui calcagni, un nano acondroplasico dalla faccia perfetta e liscia come un braccialetto d'oro senza fronzoli; alle spalle una curiosa sacca da viaggio. Egli, con la paura quasi di respirare scrutava il forestiero. Il fantomatico passeggero non fiatava e solo quando il vetturino doveva fermarsi per far riposare i cavalli che faticavano trainare la vettura, emanò un rosario di imprecazioni irripetibili.

Il vetturino avrebbe donato un anno della sua esistenza per capire la ragione di tale inconveniente: la prima volta che i suoi cavalli, appena due chilometri dalla partenza, arrancavano e non erano in grado di trainare. Dispiaciuto, pregava i passeggeri ad una nuova e forzata sosta. I quadrupedi avevano le narici sformate dalla stanchezza e gli occhi infiammati. Il fantomatico passeggero se la prendeva coi cavalli senza apparente motivo, col vetturino e col nome di Dio, della Madonna e di tutti i Santi.

Lenti passavano i minuti, ma ancor più lento era il viaggio come se sulla diligenza fosse celata la maledizione. E fu notte fonda a Desenzano quando il vetturino fermò di nuovo il trasporto pubblico. Per la prima volta, i sei cavalli non riuscirono continuare il percorso ordinario. Si ripeté l’incresciosa scena delle incandescenze, delle imprecazioni più insensate del forestiero. Poi, avvenne l’irreparabile; il fantomatico passeggero scese e si allontanò come un indignato. I cavalli ripresero forza e vivacità, tanto vero che i passeggeri si sentirono rallegrati del fatto. Appena passato un paio di minuti, il vetturino fu il primo a segnalare l’arcano in lui. I passeggeri imitarono l’atteggiamento. Notarono dietro la diligenza, occhi enormi e accesi come braci ardenti nell’oscurità alla cui guida di uno strano carro equiparabile al landò e trainato da due quadrupedi ibridi, era lo stesso diabolico uomo. Il “piccolo” passeggero della diligenza si levò la sacca e la strinse a sé come coccolare un pargoletto.

La diligenza rallentava daccapo, mentre l’altro strano carro s’accostava con destrezza. Il vetturino non perse d’animo. Sferzò agitatamente i forsennati quadrupedi che s’immersero dentro ad una coltre spessa di nebbia. Dopo la faggeta, c’era una curva alta su di un ciglio e, più avanti, la palude fumante. I cavalli tirarono diritti mettendo a rischio l'equilibrio della diligenza. Un'altra rapida corsa e il mezzo pubblico si rovesciò, si sfasciò. Due dei sette passeggeri sbalzarono poco prima che diligenza e cavalli scomparvero nelle paludi malsane.

La lacustre Desenzano “dormiva” fra il tenue chiarore delle sue lanterne. Due mercanti, arrivati con le poche mercanzie sulle spalle, assistettero senza trepidazione al macabro incidente della diligenza. Anche il chiaro di luna permise loro di notare le forme ombrose, come silhouette, di due persone a terra.

Lì, i mercanti non si trovavano a trascorrere una nottata romantica di luna piena, anzi, essendo forestieri intendevano evitare le gabelle che il signore della città s’era creato. L’esoso nobile sapeva bene quanto furbo fosse chi praticava l’arte del commercio, così come intuiva che i viandanti prediligevano viaggiare di notte, sperando di evitare controlli. Di traverso sul selciato che delimitava il lago, i due mercanti intravidero un corpo immobile e l'altro, di bassa statura, che strisciava lemme lemme fino a immobilizzarsi del tutto. Si accostarono; udirono che il “piccolo” emanava gemiti e rantolii mostruosi.

I mercanti cercarono plausibili risposte all’insolito fatto; pensarono che, forse, il superstite fosse un mago della fiera, dato che arrivò a sbalzare dalla diligenza prima che essa precipitasse nello stagno paludoso. Il primo mercante, pisculento, dai denti cariati, si prodigò soccorrerlo, ma l’altro, con tanto di abito decente, filosomato e falotico, lo sconsigliò.

«È bene evitare ogni movimento a qualunque arto infortunato. Credo sia una botta alla schiena, per cui è necessario evitargli ogni movimento. Muovere una frattura è possibile provocare lo spostamento delle ossa e danneggiare in modo irreparabile il cervello o il midollo spinale. Chiaro il concetto, “sozzo”?»

«Madonna! Come le sai queste cose!», lo fissò ostilmente.

«Studiavo medicina, ma provocai la morte di quattro militari d’alto grado. Volevano me davanti il plotone d’esecuzione, per incapacità. Me la svignai in tempo.»

«Buono a sapersi, dopo sei mesi insieme!», sbottò secco il “sozzo”. «Che tu ben sappia, la mia intenzione è quella di trafugare le tasche di costui in cerca di monete o preziosi. Che questo nanerottolo poi crepi per le fratture subite non sono disgrazie mie!», concluse, con tanta presunzione.

Con maniere da trivio, ispezionò gli abiti del malcapitato; quel che poté estrarre dalla sacca da viaggio era un elemento piatto, con cinque finestrelle posizionate nel modo arcuato e due fori laterali. Non riuscì ad aprirla. Provò inserire le dita nei fori: niente da fare.

«Sei una tacca, dalla a me!»

 

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