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Gianmarco Dosselli - Racconti e Poesie

L'ultimo incontro

di Gianmarco Dosselli

 

Il freddo pomeriggio invernale delle “Gole del Sagittario”, riserva naturale abruzzese, era avvolto nel piĂą assoluto silenzio. Nico, guardacaccia prossimo alla pensione e veterano della vita all'aria aperta, aveva trascorso gran parte della esistenza tra i boschi “segreti” della valle che si estende tra Villalago e Cocullo. La reputazione dell'uomo come difensore delle leggi a protezione della fauna era elevata, e non solo tra i bracconieri.

Stava rincasando dopo aver trascorso la mattinata libera e solitaria nella dolcezza dell'eremo di San Domenico, attiguo alla diga omonima. Copriva un percorso privo di sentiero, proibito, ma per lui familiare e ambito; purtroppo, una insidiosa lastra di ghiaccio gli creò la distrazione che non era da lui: un inciampo, una “scivolata” nella scarpata non profonda, poi... “buio”.

Stava cercando una posizione comoda, tentando di combattere la spossatezza che lo invadeva. Un formicolio nel braccio gli fece capire che aveva perduto conoscenza per un po'. Mentre cercava di adattare gli occhi nei paraggi, fu attanagliato dalla paura. A meno di dieci metri da lui c'era la stazza minacciosa del lupo che lo osservava senza muoversi. In Nico una angoscia, avvertendo quella presenza ancora più vicina. Studiò l'animale. Di sicuro era rimasto là a fissarlo per infiniti minuti. La bestia doveva avere la sua stessa età, a giudicare dal muso grigio e quando sbadigliava mostrava i denti, un tempo tenaci, ormai opachi e scheggiati. Non l'aveva mai vista; da che parte sarà giunta sin lì?

Nico aveva un'anca rotta. Prese immediata iniziativa di salvezza: camminò per duecento metri reggendosi su una stampella di fortuna, ed infine il dolore e la fatica lo avevano costretto a fermarsi ai piedi di un pino, su un morbido tappeto di aghi. Il lupo lo seguiva a distanza, senza indice di aggressivitĂ . Il vento gelido gli levava le ultime forze e, data l'eccezionale calma dell'animale, prese a vagare attraverso i ricordi, tentando di non meditare alla trappola che la senilitĂ , la caduta, l'isolamento del luogo e l'inverno gli avevano teso. A intervalli un barlume di coscienza gli illuminava la mente offuscata da quella specie di sogno e si trovò a pensare alla casa, alla moglie e al suo scomparso cane Doy che era stato un bell'incrocio “eschimese e pastore”. Quando Doy alla fine cessò di svilupparsi pesava oltre 45 chili; aveva le spalle forti del cane eschimese, le zampe lunghe e il pelo del pastore e un muso che era una miscellanea delle due razze. Era talmente forzuto quanto sapiente e Nico intravedeva che l'animale intuiva i suoi pensieri prima ancor che emanasse una parola. Lo seppellì, a insaputa di tutti, nel bosco di Prato Cardoso a un centinaio di metri dall'altare in onore della TrinitĂ .

Nella sua interminabile solitudine richiamò alla mente le care nostalgie tenute in serbo per anni. A bassa voce chiamò il lupo col nome del suo indimenticabile quatto zampe. Nico scosse la testa, come per destarsi da un colpo, e notò il lupo avanzare verso di lui con passo incerto e claudicante. Urlò esterrefatto da obbligare l'animale a fermarsi. Percepì ugualmente il pericolo della aggressività dell'animale La stampella-ramo era al suo fianco: posò la mano su una estremità.

Nico e l'animale si fronteggiavano, attigui. A un certo punto il lupo sembrò allontanarsi, e il sollievo del guardacaccia fu tanto intenso che le forze quasi l'abbandonarono. Dopo pochi metri il lupo voltò il capo con pigrizia iniqua. Nico teneva la sua stampella ora soggetta ad arma di difesa, consapevole che il lupo poteva riavvicinare infuriato da un momento all'altro. Cominciò a riflettere sulle decisioni da prendere, ma quali? Non poteva camminare, il sentiero turistico distava a due chilometri in linea d'aria; meglio restarsene nella radura in attesa dei soccorsi. Sarebbe stato in grado di difendersi da solo? La stampella-arma era inutile contro una simile creatura. Aveva ancora un'ora per decidere: il tempo che lo separava dall'arrivo a casa. Si sentiva debole e il dolore all'anca aumentava, e, per il cedimento dei muscoli del collo, la testa gli pendeva su una spalla.

Si stava facendo buio quando Nico sentì i primi fiocchi di neve posarsi sulla sua fronte. Si sollevò un gomito osservando il cielo granito attraverso i rami scuri degli alberi. Cercò di sistemarsi dietro un cespuglio senza perdere di vista il lupo più che mai quieto. Il silenzio scese insieme alla neve e il bosco divenne identico a una nitida, silenziosa cattedrale.

All'arrivo della mezzanotte le nubi si spezzarono. La neve rifletteva la pallida luce della luna sulle due figure separate da tre metri di suolo bianco.

Aprì gli occhi e vide il corpo scuro del lupo sopra di sé. Con le braccia mimò e insegnò all'animale di accostarsi. L'avvicinamento avvenne come d'incanto. Nico provò gioia immensa tra le sue sofferenze fisiche mentre tendeva una mano per accarezzare quella grossa testa dal morbido pelo. Parlò con esso della figura dello scomparso Doy: così, tanto per trascorrere la speranzosa attesa dei soccorsi.


Due giorni di ricerca. Dei soccorritori individuarono Nico. Principalmente la squadra sentenziò che la morte dell'uomo era dovuta dall'assalto feroce del lupo a sua volta ucciso, ma il capo delle guide appenniniche affermò il contrario. Questi si inginocchiò e vide che il guardacaccia aveva un braccio intorno al lupo, una mano sul muso posato sul suo petto, e un tenue sorriso sul volto grinzoso. Toccò il volto dell'uomo, poi il pelo arruffato del collo del lupo. Sentì gli occhi bruciargli per la commozione e sollevò lo sguardo sui suoi compagni che, pure loro coi lucciconi agli occhi, approvarono le decisioni del superiore.


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