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Gianmarco Dosselli - Racconti e Poesie

LA CANONICA

di Gianmarco Dosselli

 

Ci devono essere fantasmi in tutto il mondo.

Devono essere innumerevoli come granelli di sabbia”

(Ibsen)


Un promiscuo lo depositò ad alcuni isolati di distanza da Titignano, il piccolo borgo della frazione orvietana, e mentre camminava lungo il fianco della “strada bianca”, con i pioppi che distendevano le loro foglie lunghe ed esili, don Emanuele lanciava sguardi timidi a due passanti, godendo il silenzio che li univa. Il giovane ed elegante prete, in clergyman, era prossimo a divenire nuovo parroco della chiesa laddove ci poteva ammirare il panorama del lago di Corbara.

Titignano: dall’aspetto di un “Vicus” raccolto a raggio alla Piazza centrale, nel punto in cui si trovava la Parrocchiale, una terrazza sul lago e sul Parco Fluviale del Tevere; il castello con il suo complesso chiesastico e il borgo medievale che lo attorniava…

Il giovane parroco, “eletto” sacerdote due anni fa, accentuava la sua camminata a capo chino. Di altezza e di corporatura medie, quello che distingueva in don Emanuele era la sua espressione seria che lo faceva apparire come imbronciato. Una ruga all’attaccatura del naso e tre pieghe che si disegnavano tese sulle sopracciglia lo facevano apparire più vecchio dei suoi ventinove anni. Trainando con sé una valigia, con rotelle, arrivò all’angolo della Piazza. Vistolo arrivare, un messo comunale e la perpetua esposero all’arrivato i “provvisori” saluti, come da galateo, mentre alcuni parrocchiani affollavano il cortile dell’edificio ecclesiastico e parlavano concitati, di già, della sua festa d’ingresso alla chiesa, prevista la domenica successiva.

Finita che ebbe la perpetua mostrargli la chiesa, il parroco congiunse le mani, alzò gli occhi al cielo, poi guardò le stanze del predecessore, fissandole a lungo con una inesprimibile espressione di dolore. L’idea di dover scegliere come stanza da letto quella occupata dal predecessore non gli sfiorò neppure la mente, nonostante quella fosse stata l’alcova delle fornicazioni. Un buon motivo che il Vescovado orvietano obbligò la sostituzione del sacerdote pederasta. Don Emanuele restò a lungo assorto nelle sue dolorose riflessioni; poi, con voce appressa chiese la cena. Verso le nove serali del giorno del suo arrivo, il colloquio di don Emanuele con altri parrocchiani durò un’ora, ed ogni sua proposta venne approvata. Alle dieci e quaranta, prima di coricarsi andò in punta di piedi a deliziarsi nella contemplazione dell’altare posto nella semioscurità. Il viso del parroco aveva uno sguardo grave che non gli era solito; si sarebbe detto che avesse passato una notte insonne, ma nella sua espressione cupa brillava non so quale fiamma di speranza per il buon prosieguo della vita parrocchiale, dopo lo scandalo…

Il giorno dell’investimento, la folla era assiepata tutta all’ingresso della chiesa: osanna e applausi per don Emanuele Donati commosso e compiaciuto dell’accoglienza. Presenti pure le autorità locale e regionale, personalità dell’Arma e mass media locali. L’allegra Titignano aveva offerto ogni forma di generosità; si era tolta la maschera imputridita dalle “immondizie” clericali e aveva assunto la direzione della festa. Fu la gente a dare il segnale d’incoraggiamento al nuovo parroco, facendo eseguire alla banda musicale una sinfonia.


******


Settimane a venire, don Emanuele si sentiva “re”, ammirato dalla sua gente. Con ausilio di due parrocchiani volle conoscere il complesso di grotte presso le gole del Forello. Straordinari e suggestivi i contrafforti rocciosi che scendevano verso il fiume. Grande l’interesse storico in quanto all’interno vennero ritrovati manufatti dell’uomo primitivo. Ammirando i dintorni, don Emanuele scorse in lontananza un edificio abbandonato; si trattava della canonica di Cavasella, qualificata come la “maledizione di Dio”. Il parroco chiese delucidazioni, ma nessuno dei due accompagnatori provò ardore di raccontare la storia.

Fu la perpetua Adriana a fornirgli nozioni storiche. Secondo la leggenda, nella canonica era stato murato vivo il reverendo Piotti perché derubava denari alla gente frodandola, e il suo fantasma camminava ogni notte, dal 1786. La curiosità fu colma alcuni anni prima che cercarono di provare, con metodi pratici e tecnologie moderne, la realtà del fantasma. L’equipaggiamento usufruiti dai “cacciatori di fantasmi” consistevano in soprascarpe di feltro per “aggirarsi per la casa senza fare rumore”; metri a nastro d’acciaio per misurare lo spessore dei muri e scoprire eventuali stanze segrete; una macchina digitale a treppiede per riprese di interni ed esterni; una videocamera controllata a distanza; il materiale per rilevare impronte digitali e l’uso del walkie talkie. Un insuccesso! Anno dopo anno era sempre un “fallimento” per la Società di Ricerche “Marinella”.

Da quattro anni non era più stata ispezionata. Lasciata lì, così “dolcemente” nell’oblio. La fama della canonica di Cavasella era piuttosto modesta, quando don Emanuele cominciò ad interessarsene. A conoscere ampiamente la storia della canonica era l’ex sagrestano parrocchiale, Troletti. Questi era intento nello schiacciare un pisolino quando fu svegliato improvvisamente da un colpo secco alla porta. Si tirò su, spaventato. Don Emanuele ebbe così modo di conoscerlo: una faccia larga e pallida, una faccia vecchia e lasciva, con due grosse basette, occhi acuti, chiari, leggermente sporgenti, e una bocca tirata, tonda sopra il doppio mento.

«Siete il nuovo parroco, presumo.», disse in tono piatto. «Accomodatevi. Sono felice di conoscerla, e mi dispiace solo che non ci siamo incontrati prima. Mi chiamo Adriano Troletti. Prego!»

I modi erano civili; la voce serena, ma don Emanuele fu sconcertato dal luccichio equivoco degli occhi.

«La perpetua Adriana ha parlato molto di voi.»

«Ah, spero che ne abbia parlato anche bene!», disse l’ex sagrestano con una certa asprezza. «Non sono un uomo sporco come tanti vorrebbero che io fossi. Mai racimolai ragazzini per soddisfare le esigenze sessuali del vostro predecessore e mai io abusai di loro! Visto che non sono coinvolto nelle vigliaccherie sessuali, non intendo raccontare meschine vicissitudini del vostro “collega”!»

«Meno conosco lui, meglio sarà per me! Sono qui per capire chiaramente la storia della canonica di Cavasella.»

«Oh, buon Dio!», disse con petulanza, tra gli sbadigli. «Vorrà dire che avremo molto da conversare.»

L’ex sagrestano si aggirò per la stanza in cerca di qualcosa da fare. Su un tavolo era aperto un enorme album. Si trattava di vecchie fotografie, di almeno scattate nei primi Anni 30. Consegnò l’album al parroco e sfornò alcune considerazioni.

«Aspetti della canonica negli Anni 20-30. Seduti sulle sedie di vimini sono l’allora don Molini e due altri prelati di Orvieto. Altre foto dello stesso luogo sono delle donne vestite di bianco e gli uomini portavano i knickerbockers e, nonostante il caldo, le giacche erano di lana e a doppio petto. Ma era domenica, si celebrava ancora la messa a quell’epoca.»

Don Emanuele girò le pagine; c’erano scene di un matrimonio, i pali della cuccagna, una gatta con dieci gattini, bambini ilari in una festa patronale. Le foto erano scolorite, eppure irradiavano ancora la sensazione di quei periodi del subito dopo guerra Prima mondiale. Il silenzio sembrava quasi vibrare nella stanza morta, con i soli teli sulle sedie e la polvere che già si accumulava sui tavoli.

«Da quanto rimase isolata la canonica?»

«Dal 1949. In quell’anno, il curato don Amilcare e la sua governante erano disturbati da mobili che si spostavano da soli, chiavi che cadevano dalle serrature, rumori di passi e voce lagnosa del reverendo Piotti. Gli esperti di quell’epoca, chissà come, studiarono per tre giorni il fenomeno, quindi dichiararono di non avere trovato spiegazioni naturali, però erano riusciti a scorgere una figura evanescente che si era improvvisamente delineata davanti agli occhi di uno cinque esperti esaminatori, mentre guardava sbalordito: poteva essere lo spettro del reverendo, ma era tutto nero come una silhouette.»

«È mia ambizione far “risorgere” la canonica. Desidero ristrutturarla per futuri convegni parrocchiali, fare il grest estivo, un ritrovo per preghiere, un eremo… Un qualcosa di slancio turistico anche per altre parrocchie! Istituirò collette in tutte le frazioni, stilerò mutui con le banche, cercherò sponsor e contributi comunali.»

Don Emanuele attendeva la risposta dal frastornato ex sagrestano; quando s’accorse che non sarebbe venuta, ripeté:

«I fenomeni poltergeist sono baggianate, e scompariranno del tutto alla completa ristrutturazione della canonica. Trovo convinzione in tutto questo.»

L’ex sagrestano si fece forza. Gli occhi scrutarono intenti il parroco.

«La vostra giovinezza vi rende la testa frivola! Dovevano mandare un parroco bacucco e malandato che pensasse solamente alla sua salute! Voi preferite pensare alla rinascita della canonica maledetta da Dio, mah! Dico: le persone rimaste chiuse fuori dalle stanze, le suppellettili scomparse dal nulla, le finestre rotte, i mobili in movimento qua e là, gli odori e rumori in continuazione… non vi forniscono nulla? Sentite: una notte, la governante fu buttata giù dal letto e picchiata da una mano invisibile che le fece un occhio nero. Non solo; una volta fu quasi soffocata da un materasso. Poi, incominciarono ad apparire sui muri strani messaggi quasi indecifrabili come: “Aiutatemi a ottenere” e “Luce, messe e preghiere”. Non vi spaventa?»

«Nessuno pensava di attribuire alle manipolazioni della governante, vero?»

«Don Emanuele, che dite mai!»

«La canonica, dunque, fu di nuovo vacante dal 1949. Tanto tempo, e l’ultima “revisione” non ha individuato nulla, per cui… per cui cercherò volontari per ispezionare il suo interno!»

«Don Emanuele, pensi alle pecorelle in fila per le Messe, non faccia l’archeologo! Se pensa che io venga con lei, si sbaglia grossolanamente!»

«Quattro anni fa le ricerche degli esperti della “Marinella” giunsero che la canonica non fosse infestata. A detta di altri si narra che gli ultimi due abitanti avevano manipolato alcuni fatti grossolani. Per quel don Amilcare, probabilmente, Cavasella doveva essere il suo capolavoro, e non volendo probabilmente che le sue testimonianze rimanessero incredule, aveva un po’ troppo aiutato le proprie interpretazioni dell’ignoto.»

«Come fate a dire queste cose, signor curato!», esclamò Troletti, gli occhi pallidi che mandavano bagliori di rabbia. «Una cosa è certa: che la canonica debba trasformarsi in…»

Fu zittito dall’improvvisa entrata della perpetua Adriana nel salotto. La donna fece un respiro profondo.

«Masha e Armanno sono stati visti risalire il sentiero della canonica! Ostinavo sempre ai nipoti di evitare il sopralluogo, ma loro prediligono il rischio dell’avventura spericolata per colpa di tutti quei cartoni e telefilm televisivi!»

Il viso del curato cambiò e s’irrigidì.

«Vado a riprenderli!»

Una fitta di indignazione dette a Troletti la temerarietà di dire:

«I ragazzi sono anche nipoti miei. Verrò con voi, don Emanuele.»

Il vento soffiava fresco e pungente. Superata la curva del sentiero in terra battuta, poterono osservare in lontananza la canonica, con un piccolo cimitero sul dietro. La casa era di granito grigio a forma di L, e racchiudeva un cortile e la vecchia chiesetta della Disciplina. La canonica era liscia, con finestre quadrate e ante divelte. Vicino c’era un torrente e più in là una stamperia in completa rovina.

«Masha! Armanno! Dove siete?», replicò più volte l’ex sagrestano.

«Aggiriamo l’edificio. Io vado a destra, voi la parte opposta.», propose il parroco; non staccò lo sguardo dal suo, perché sarebbe stato scortese.

L’ex sagrestano non disse nulla. Restò a bocca aperta e le labbra si assottigliarono per il disgusto di separarsi. Si sentiva mancare, ma prese considerazione la proposta dell’altro.

Il parroco s’inoltrò al lato nord del cimitero. Udì un rimbombo di zoccoli avvicinarsi e sorpassarlo, senza che vedesse alcun quadrupede. Sconcertato, si armò di una catena trovata a terra e che serviva, allora, a ornare i paletti di una cappella funebre scavata nella roccia. Era chiusa da una massicciata lastra di marmo, che la rendeva più simile a una fortezza che a una sepoltura. La lastra sotto il peso del parroco cedette ed egli sprofondò nel sotterraneo. Illeso, dapprima intontito arrivò, or ora, ad inquadrare la realtà sotterranea. Notò, stupefatto, due bare rovesciate, a testa in giù. Don Emanuele non riuscì a trovare una spiegazione, se non la sua sciocca idea che forze soprannaturali avessero messo sottosopra i sarcofaghi per protestare contro la loro costruzione in piombo, cosa che impediva un rapido dissolversi delle salme collocate in essi.

Diamine, che cosa diavolo sta accadendo in questo posto?”, pensò, sfidando la paura.

Una statuina angelica scivolò per una cinquantina di centimetri lungo una scansia e poi precipitare a terra, in frantumi. Tra i cocci, egli intravide una pergamena arrotolata e annerita superficialmente. La raccattò con un certo ribrezzo. L’aperse. Poche parole, sconosciute, sostantivi di lingua ignota.

«Che sarebbe?», si chiese, tenendo il rotolo attraverso il chiarore aperto dell’ingresso dove polvere e rifiuti sospinti dal vento entravano dentro attraverso i vuoti delle sbarre d’ingresso. Lesse, con sensazione irragionevole che gli accelerava i battiti del cuore. «Hannonum jubilau pritum uri abdom elarium satie ebum.»

In quel mentre cominciarono a saltare i sigilli di piombo delle bare rovesciate e, tramutati come pallottole, colpirono la schiena del parroco come innocui sassolini. La pergamena prese fuoco; egli la “scacciò” dalle mani. Risalì in superficie nel preciso momento in cui si udiva il rintoccare delle campane. Dalla chiesetta giungevano strani canti religiosi e note d’organo. L’impulso di indagare s’accese e superata la tensione degli eventi, don Emanuele prese ad avanzare…

Giusto in tempo per vedere effetti di una strana ipotetica deflagrazione. Mattoni, calcinacci, frammenti di infissi, scheggioni di vetro lanciati a grande distanza, tanto vero che la canonica prese fumo senza ardere! L’onda d’urto mandò in mille pezzi la vetrata dell’antico rosone della Disciplina. Due pezzi di vetro gli trafissero il braccio sinistro; li levò e tamponò le ferite con dei fazzoletti che possedeva.

Chiamò a gran voce Troletti; nessuna risposta né traccia di lui. Lo richiamò in un altro fazzoletto di terra. Inutilmente. Entrò nella Disciplina che “rimbombava” di note d’organo del Settecento. Tra i banchi scomposti vide la tenebrosa figura di un vecchio, con cappello a cilindro. Don Emanuele si girò per guardarlo in viso e, solo per alcuni momenti, vide dei lineamenti terribili e angosciosi.

«Lo avete vigliaccamente risuscitato! La lettura della pergamena era la sua risorsa vitale!»

Era macabra la voce del fantomatico “vecchio” che si fece anche una risata che sembrò un colpo di tosse.

«Che ho risuscitato?», domandò aspramente il parroco.

«Il reverendo Piotti è risorto grazie a voi!», vociò l’enigmatico essere, seguito da una sghignazzata. «Fermatelo! Dovete sacrificarvi: necessita la vostra mor…»

Non arrivò a completare la frase che si trovò, d’un tratto, avvolto dalle fiamme. Come provocato da una esplosione interna, il fuoco erompeva furiosamente dalla sua schiena e dal torace, e avviluppandogli la testa e bruciandogli i capelli e il cappello. Fu ridotto a una torcia. Il corpo “fumante” si spostò verso l’orlo della panca e cadde sul pavimento.

«Sono felice che siate arrivato a ridare me la vita!»

Era una monotona voce velata di tristezza che pareva arrivare dal crocifisso issato sopra il cartiglio dell’altare. Don Emanuele divenne paonazzo. La schifiltosità del luogo lo spingeva a uscire dalla chiesetta. Si scontrò con la perpetua Adriana, anch’ella accorsa sul luogo. Era turbata, tormentando con le mani il grembiule umido. Non era riuscita a rintracciare i suoi nipoti.

«È un posto maledetto da dare fuoco a tutta la zona! Cerchiamo i ragazzi!», sottolineò il parroco incapace di trattenere la rabbia che gli ribolliva dentro. «Dobbiamo rintracciare anche Troletti!», concluse in tono tagliente.

Adriana guardò i paraggi, sentendosi impotente, e avendo la sensazione di svenire. Il parroco le offrì il braccio. Si resero conto che stava accadendo qualcosa in quella boscaglia, qualcosa di anormale e indietreggiarono istintivamente. Si levavano dei mormorii. Echeggiò un sibilo di un falcetto e la perpetua cadde, colpita in pieno petto. L’assassinio era stato diretto da un essere imponente, quasi due metri d’altezza e cento chili di peso; aveva mani grandi come pale; si muoveva alacremente con gesti certi, quasi compassati. La sagoma nera del reverendo Piotti! Essa si spostava da un punto all’altro, come un’ombra, con una levità da fantasma.

A stento reggersi in piedi per il terrore subito, don Emanuele balbettò un nome: “Reverendo Piotti”. Il losco figuro scostò la cocolla e la berretta: si mostrò all’altro con il suo originale abito talare; nonostante il suo inquietante aspetto, la testa era calva ma il volto era umano, anche se un po’ approssimativo. Per braccia aveva un paio di pinne. Le dita delle mani parevano serpentelli innocui.

«Siete un essere spregevole! Lo siete sempre stato!», disse don Emanuele.

Le dita “mostruose” lo prese con feroce brutalità, ma il parroco non si lasciò sfuggire un lamento e restò inerte come un morto. Il “demone” ecclesiastico se ne liberò quasi subito; non provò trionfo né sollievo, ma solo un abissale disgustò in sé. Don Emanuele aprì gli occhi e lo fissò dalle orbite incavate come se “monsignor” Piotti non fosse che lurida feccia, qualcosa di indicibilmente ripugnante.

«Ho avuto colpa di farvi resuscitare!», sibilò. Le sue mascelle erano tirate, gli occhi fiammeggianti.

Il mostruoso reverendo fece per riprendere il falcetto, ma s’avvide che la sua vittima designata tanto era cerea e tanto erano scure le occhiaie intorno agli occhi chiusi, ma respirava debolmente. Completò l’assassinio in modo definitivo; con cinque colpi le sbudellò il ventre!

Don Emanuele improvvisamente vomitò; si tenne sopra la canaletta di scolo e si asciugò il viso. Vide il reverendo sparire dentro la canonica e sentì i passi pesanti scendere le scale e il tonfo della porta di quercia giù nell’atrio. Il parroco, sconvolto, benedisse il corpo martoriato della perpetua. Cercò qualcosa per coprirlo; c’era un telone che copriva, inutilmente, un arrugginito ranghinatore. Lo prese, e lo posò con cura su di quel corpo, nascondendo quelle forme sgraziate e distorte. Udì un piagnucolare tra i tronchi. Individuò uno dei gemelli, avanzare tutto sparuto. I capelli biondi ricadevano in onde naturali sulla fronte. Il parroco corse ad abbracciarlo, consolarlo; lo tenne stretto contro il petto, cullandolo. Il viso del ragazzino era bluastro per il freddo. Le piccole membra di ghiaccio.

«Sei gelido! Da dove hai preso il freddo? Dove è l’altro tuo gemello?»

Nessuna risposta. Poco dopo, quando un po’ del calore dell’uomo riscaldò il corpo del bambino, decise una cosa da fare: portare il piccolo alla casa più vicina, il più presto possibile. A tre chilometri c’era gente che avrebbe saputo prendersi cura di lui. Il fanciullo gli lanciò uno sguardo; qualcosa nell’espressione dell’imberbe mise in all’erta il parroco.

«Dove mi conducete? Io sono già morto per il reverendo!»

La mano del ragazzino gli afferrò la gola: una pressa davvero potente! Il parroco rimase senza fiato, ma sferrò un calcio e prese lo “zombietto” negli stinchi. Come un lupacchiotto, lo “zombietto” lo afferrò, lottando, ansando e urlando. Dopo difficoltà iniziali, don Emanuele arrivò a scaraventare la “peste” lontana da sé. Il ragazzino rotolava e sbatteva sulle pietruzze; alla fin fine giacque là, ripiegato su sé stesso, immobile. La lingua leggermente fuori dai denti, la tempia tagliata, i capelli color mais bagnati di sangue.

«Due volte non si crepa!», ansimò il parroco. Un nuovo tremito di disgusto gli percorse nel corpo, provando emettere colate di sudore.

Osservò intorno furtivamente per vedere se l’altro gemello era nei paraggi. A testa china, corse alla Disciplina. Rivide il cadavere carbonizzato e ricordò quell’ultimo istante… quelle ultime parole del “vecchio”.

Fermatelo! Dovete sacrificarvi: necessita la vostra mor…”

Morte!

«No! La mia morte non può abbinare! Non deve essere simbolo!», urlò tra sé. Esitò; alzò la testa al crocifisso e disse con tono freddo, controllato. «Lasciami vivere, mio Signore! Se vero, dammi altra alternativa, mio amato Cristo! Invoco il tuo santo aiuto!»

Respirava pesantemente. Nell’aria estiva, il suo fiato era forte come il vento caldo. Abbandonò la chiesetta e, dopo un ennesimo sguardo guardingo intorno, andò verso un pendio che costeggiava il lugubre cimitero. Il suolo, sotto i suoi piedi, tremò all’improvviso e sprofondò. Il parroco non aveva intravisto lo squarcio nella terra così ingannevolmente coperta dai rovi e dalle erbacce. Non ebbe occasione di evitare la caduta nella buca. Il buco oscuro lo reclamò, e alcuni attimi dopo, riecheggiò di un tonfo lugubre e dello “splash” dell’acqua, quando il suo corpo raggiunse il fondo. Nessuno udì il suo grido. In alto, un animale selvatico sgambettò via desto. Poi il silenzio.

Un corridoio? Uno scantinato della canonica? Si guardò intorno e… una agghiacciante sorpresa: lì vi era l’altro gemello! Questi ignorò il “caduto” dall’alto e ciabattò diagonalmente attraverso lo scantinato fino a raggiungere una porta secondaria, ma prima che scomparisse, l’ex sagrestano, dal volto pallido e come mummificato, lo seguì. Dietro di loro veniva la macabra figura del reverendo Piotti che li seguì.

Don Emanuele cascò dalla mensola su cui si trovava e cercò rifugio nell’angolo; ma lo ignorarono del tutto. La cosa strana era che i “tre passanti” affondavano fino alla coscia nel pavimento. Solo un punto, dove il pavimento era stato scavato, poté vedere i loro piedi. Vedere i primi due sprofondati fino alla coscia nel terreno era perché i loro spiriti stavano ancora camminando per volontà del reverendo? Don Emanuele stava davvero vivendo nel macabro della irrealtà! Potrebbe essere solo un parto dell’allucinazione oppure l’universo potrebbe essere infinitamente più complesso di quanto riusciamo a percepire o di quanto osiamo immaginare. Chiamò questa sostanza “etere psichico”; non meditò oltre e più a niente: il suo scopo era quello di salvare la propria anima e sconfiggere il macabro. Alternandosi tra coraggio e senso di oppressione, egli entrò in un altro cunicolo. Pochi passi e si ritrovò davanti alla tetra persona di Troletti; un’apparizione più imprevista che sconvolgente! L’ex sagrestano emise un sussurro inumano e alzò un braccio coperto da verghe, per colpirgli.

Gli occhi del parroco furono improvvisamente all’erta. Troletti non rispose al continuo richiamo dell’altro. Questi cadde, però, in avanti come se fosse trascinato da un cappio stretto intorno alle gambe, venne risucchiato all’indietro e scomparve nel lontano punto del buio cunicolo.

«Mi volete vivo, reverendo! Temete la mia morte perché con essa sparirete definitivamente altrettanto voi! È così, miserevole uomo? Fatevi vedere! Affrontiamo per la tregua e vi rimando indisturbato da dove sempre eravate stato!»

Sul fondo del cunicolo una serie di rumori: tintinnio di vetri, colpi alla porta, incessante graffiare di artigli sul pavimento e un sordo ringhio che faceva pensare a due cani in lotta.

Nessun segno, al che il parroco abbandonò il macabro luogo. Risalì in superficie, tra difficoltà nell’arrampicarsi. Scelse di nuovo l’occasione di entrare nella chiesetta con la speranza di imbattere con il reverendo “fantasma”. Una novità: il cadavere carbonizzato era sparito. Lì, solo il cappello a cilindro “abbruciacchiato”. Meno tentato dal chiedersi di quella misteriosa sparizione, era più propenso rintracciare il reverendo. Dalla sagrestia avvertì altri rumori: voci soffocate e gorgoglianti e rumori di catene agitate. Più ancora di inquietante, tutti i banchi di preghiera mostravano segni come se fossero stati rosicchiati dai topi.

L’altare prese a traballare. Qualcuno, o qualcosa gli tirava i capelli, e sul viso comparivano dei segni rossi come se fosse stato schiaffeggiato. Sentiva il corpo pieno di aghi e di spilli e vomitò un fiume di oggetti aguzzi! Da un rosso acceso, la faccia divenne bianco verdastra. Strinse i denti e s’affondò le unghie nel palmo delle mani. Puntò i passi verso la sagrestia e vi entrò. Trovò, seduto dietro un gran tavolo nero tutto macchiato d’inchiostro, il rude e mefitico reverendo Piotti.

«Chi vi ha reso la vita nella maledizione? Non certo il “nostro” Dio!», chiese con sfrontatezza don Emanuele.

La sagoma del reverendo Piotti si spostava da un punto all’altro come un’ombra, con una levità da fantasma. Dalla sua gola un tono di voce animalesco:

«Sono uno spirito venuto da dovunque, il Cielo, la Terra, l’Inferno. Sono nell’aria, nelle case, in ogni posto e in ogni tempo. Sono deciso a ossessionare e tormentare la gente di Titignano che mi espulse umiliandomi e che mi murarono vivo nella canonica.»

«L’attuale gente non appartiene alla vostra epoca; è innocente!»

«È la sua progenie! La malnata progenie! Toccare loro è riposo del mio spirito.»

«Io vi sfido, bastardo!»

Un torrente di insulti osceni accompagnava il reverendo Piotti mentre s’aggirava per la sagrestia. Scomparve, infine, oltrepassando una parete! Don Emanuele fu assalito con estrema violenza dalla forza invisibile: una delle sue scarpe volò via all’improvviso; se la riprese e se la rimise legandola strettamente annodando i lacci ma, poco dopo, l’altra scarpa imitò la prima. Egli rimise anche questa e la legò ben stretta, come aveva fatto per l’altra. Ritornò all’aperto e daccapo il “giochetto” ricominciò, ma stavolta il “volo” delle calzature fu accompagnato da un tremendo colpo al viso che lo costrinse a fermarsi per riprendersi. Il suono oltraggioso di canzoni beffarde lacerarono l’aria con una forza terrificante. Gli strilli trionfanti del reverendo svanirono in lontananza, e la magia cessò.

Nonostante ciò l’ossessionante episodio, don Emanuele trovò forza d’affrontare coscientemente le proprie azioni. Nell’aria un richiamo; egli cercò la direzione giusta. Il secondo gemello si dondolava su un ramo della quercia. Si mosse immediatamente all’attacco del prete. Balzò su di lui e gli torse il collo. Il ragazzino emanò un grido gutturale che gli usciva dal profondo delle viscere mentre il parroco agguantava con una mano le caviglie paffute del “piccolo demone” per scaraventarlo lontano. Non poteva vedere la testa bionda fracassarsi contro le pietre, ma almeno lo vide avvolto da fiamme che sorsero “dall’interno”; che la maledizione del reverendo Piotti era la forma di scarica elettrostatica per chi osasse violentare o uccidere il parroco? Oppure, dopo essere stato per poco servo del male, gli esseri umani sarebbero già carichi d’energia da risultare vittime potenziali di combustione spontanea, o addirittura tali da potere essere definiti “bombe umane”?

«Mio Signore, perché esiste anche questo?», sussurrò; le lacrime ruscellarono sul viso.

Incominciò a muoversi in direzione del paese, a volte correndo, a volte inciampando nelle buche dei sentieri. Si fermò a riposare alla magra ombra di un faggio. Ansava forte, nell’assoluto silenzio del paesaggio che lo circondava. Solo radi cespugli, dai rozzi steli verdi che agitavano alti fiori gialli o arancione, rompevano quella desolazione. Davanti a lui scivolò via l’ombra in “picchiata” dell’ex sagrestano. Il suo viso appariva già “marcescibile”, ad esclusione della voce:

«Non intralciate l’esperienza del reverendo!»

«Scansatevi, immondo!»

Si voltò e cercò d’arrampicarsi su per la scarpata, ma l’ex sagrestano lo afferrò per le gambe e lo trascinò giù. Le pietre taglienti gli graffiarono la pelle e lacerarono in più punti il clergyman. Scalciò contro l’essere innaturale e, simultaneamente, questi s’irrigidì, cadendo in avanti, piombando giù come la statua che si rovesciasse. L’ex sagrestano aprì gli occhi. Era ancora in movimento, per poco… Difatti, una grossa pietra colpì più volte il volto fino a maciullarlo! Il primo delitto del parroco! La sua angoscia dell’aver commesso un gesto contro Dio quasi si perse nell’ululato del vento. Si allungò sull’erba con viso contro i fili verdi, e con voce contraffatta singhiozzò:

«Perdonami, mio Signore! Ho passato tutta la vita a cercare, a lottare. Ho consacrato il mio cervello alla teologia, ed ecco che giungo al declino del mio operato cristiano!»

Sentì, per la seconda volta, il dolore dei capelli che venivano afferrati da dietro. Cercò di liberarsi dalla stretta misteriosa e invisibile, e ci riuscì. Riprese la corsa per raggiungere il paese. La piazza, dapprima festosa per una ricorrenza storica del Castello, era trasformata in un macello. Bimbi feriti invocavano pietà, anziani e donne paralizzati dall’orrore. In pochi secondi quella piazza fu disseminata di animali morti: la pavimentazione era decorata di sangue purpureo.

In quello scenario da tragedia cavalcava il reverendo Piotti; questi caricò col cavallo verso don Emanuele. Scivolando e slittando sul sangue animalesco, il parroco fuggì giù per la scalinata. Sentiva gli zoccoli dell’animale scendere, come un masso che rotolasse dal pendio.

«Questo posto non vi si addice! Ritornate alla canonica!», ordinò il reverendo.

In fondo la scalinata, un anziano del paese, baffuto, ricaricò in fretta la sua Springfield e sparò in direzione della cavalcante mostruosità. Il cavallo perse l’appiglio sulla scalinata scivolosa. Il detestabile reverendo sgusciò da sotto il peso dell’animale, e si gettò nel crepaccio laterale mentre la carabina crepitava daccapo.

«A me l’arma!», ordinò il parroco all’impaurito baffuto che gliela cedette con i bossoli.

Si interessò del cavallo, coi quarti posteriori luccicanti e grossi muscoli al torace. Sebbene don Emanuele avesse cavalcato nel periodo dell’adolescenza, nel maneggio del nonno materno, si accostò all’animale con tanta grinta. Lo stallone sbuffò e scartò di lato bruscamente, ma il parroco continuò a parlare.

«Mio bel destriero. Tu e io diventeremo amici!»

Era quasi giunto a portata di mano della criniera grigio-azzurra tutta arruffata. Lentamente allungò il braccio buono. Il cavallo roteò gli occhi. L’uomo afferrò le redini e convinse l’animale a scendere per gli ultimi gradini. Occupò la sella e cavalcò verso il probabile sentiero di fuga del macabro reverendo.

Senza nessun preavviso, l’animale s’impennò; gli zoccoli taglienti annasparono nell’aria. Al parroco sembrò una bestia terribile, pronta ad ucciderlo. Cadde dalla sella, ma don Emanuele non si fece male. Supino, indietreggiò.

«Buono, amico! Chi ti costringe questa reazione!», gridò il parroco, voltandosi e mettendosi a correre.

Il tacco della scarpa restò incastrato in una zolla di terra, e lui cadde lungo e disteso. L’arma gli sfuggì alla distanza di quattro metri. Vide gli zoccoli del cavallo calargli sopra, e si rotolò di lato, gridando. A carponi, incominciò a strisciare verso l’estremità di un recinto, ma non vide più la carabina! Il cavallo lo inseguiva, con l’unica intenzione di distruggere il suo intruso. Quando gli zoccoli taglienti si alzarono di nuovo, don Emanuele capì che non aveva più speranza di raggiungere lo steccato del parco pubblico.

Un colpo secco di carabina! Il parroco sentì il peso del cavallo piombargli addosso come un masso. Rimase senza fiato. Tenebre rigate di strisce rosse e blu lo ingoiarono, anche se avvertiva vagamente che il peso soffocante veniva rimosso, che due impressionanti “mani-serpentelli” gli passavano sulle gambe, sulle braccia, sul costale, tastando, movendogli polsi e caviglie.

Don Emanuele scosse la testa. Le labbra strettamente serrate. Dolorava tutto, come se fosse stato calpestato da elefanti in fuga.

«Evitate altri pericoli mortali e cessate darmi la caccia!», grugnì nel suo solito modo il reverendo Piotti.

«Ritiratevi o scioglietevi,se possibile! Voi siete morto più di duecento anni fa!»

«Sappiate che il Tevere scorre, è un fiume che non si ferma, un fiume rapido che non si può bloccare né può rallentare. Io sono come il Tevere!»

Don Emanuele s’irrigidì. Il bell’animale era morto, e per colpa sua. Pulendosi il naso sporco nella manica, egli valutò l’alternativa, e concluse che la disapprovazione del reverendo Piotti era la cosa peggiore.

«Vorrei morire se non trovassi alternativa contro la vostra presenza attuale!», disse il parroco.

Il reverendo del male lo guardò con aria di scherno, ma insisté:

«Sarete guardato a vista e obbligato a vivere!»

Scomparve, levitandosi, “viaggiando” verso il luogo del Castello, tra ressa di gente terrorizzata. Don Emanuele sentì uno strano suono simile a un colpo di tosse; voltandosi intravide un enorme essere dal viso ormai vizzo, occhi grandi e zigomi sporgenti: come dire che aveva un cromosoma in meno rispetto alle scimmie e uno in più rispetto agli uomini.

Il parroco fece una prova, un tentativo di sfuggire dal suo “aguzzino”. Corse verso la scalinata, ma il “mostro” lo afferrò e lo scaraventò brutalmente di lato. Don Emanuele intuì che all’essere immondo gli occhi soffrivano alla luce viva del sole. Se lo tirò in un inganno, dirimpetto alla luce solare. Un versaccio dalla gola dell’essere deforme, le braccia “riparatrici” per gli occhi… ma non fece in tempo a capire che l’avversario gli stava per conficcare, in un occhio, la punta quasi acuminata di un robusto ramo. Cadde, e mai più si mosse.

«A noi due, reverendo! La partita avrà la finale di mio gradimento!»

Dapprima aveva avuto l’intenzione di avvertire o attendere la polizia e di far circondare la mole possente del reverendo con miriadi di armi puntate; ora si convinse che non era esatto prendere un simile provvedimento perché era una guerra personale. Meditava bene che contro le forze dell’ordine esse perderebbero molte difese causa potenza immane del perfido reverendo.

Prese il percorso per la Piazza del Castello. Lì regnava un mormorio di lamento. Non si udiva più urli o gridii, non un’esclamazione… ma solo ordini dei dottori. All’improvviso si udì un gracchiare di male parole arrivare dalla caditoia del maniero; era il reverendo che, elevando alte le braccia, pronunciò:

«Nemo me impune lacessit! (Nessuno può offendermi impunemente!)»

Tra la gente scoppiò altro nuovo panico. Essa si gettò verso le uscite, si schiacciò contro le transenne e i pali pubblicitari e contro alcune vetture in sosta. Degli uomini stravolti si fecero largo a forza di cazzotti; le donne, colte da crisi di nervi, lanciarono urla strazianti. Don Emanuele salì i gradini dell’ingresso del maniero dove, dentro, un tal silenzio si produsse. Accanto la bertesca, un salone addobbato a festa e completamente vuoto di festanti primordiali. Al soffitto, sospesi in aria, centinaia e centinaia di palloncini colorati e riempiti di idrogeno, quelli che i bimbi tenevano con una cordicella passeggiando al Luna Park.

Don Emanuele li osservò. Meditò. Si mise in ginocchio e prese a sfornare una particolare preghiera.

«Benedetta la gran Madre di Dio, la sua Santa e immacolata Concezione. Benedetto Dio nei suoi Angeli e nei suoi Santi. A voi, non la mia, ma la vostra volontà sia fatta. Accoglietemi nella felicità del Paradiso. Premiate il mio suicidio per cessare l’immane tragedia che, per mia immensa colpa, è stata ripristinata in questo luogo. Amen.»

Individuò un accendino. Bruciò un pezzo di legno la cui punta arrivò a formare la brace. Sollevò la stecca legnosa che toccò il primo palloncino: l’iniziale scoppio determinò a catena, in rapida successione, gli altri scoppi. Un boato enorme! Vetri in frantumi, schegge proiettate lontane. Il corpo sbattuto a terra, privo già di vita, del coraggioso parroco.

In quel mentre, il reverendo Piotti provò una fitta alla testa. La lingua si gonfiava e il gonfiore era tale che cambiava la forma della bocca conferendo a tutto il viso un aspetto truce e infinitamente distorto da come era. Gli attacchi di gonfiore al volto divennero ampi e una forza invisibile, forse angelica, lo assalì con estrema violenza. Fu sollevato in aria, ma non di sua volontà, e risucchiato nella boscaglia. Destinazione: la canonica di Cavasella. Il corpo dell’immondo rimbalzò sulle pietre, contro i tronchi e arbusti, lasciava brandelli di pelle “marcia” sulla terra. Lo slalom nella boscaglia si concluse all’arrivo nella canonica. Il talare era completamente lacero. Il corpo del reverendo fu “ri-sbattuto” nel muro prigione, e la canonica prese fuoco. Alte colonne di fumo le si vedevano fino a Orvieto. La canonica ardeva a cielo aperto. Un lezzo insopportabile oltre il danno alla bellezza del monte.


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Mentre Sua Eminenza, il Vescovo orvietano, riponeva nella cassaforte il contenuto della vicenda ricostruita dai magistrati e da ufficiali della polizia, tenne un Consiglio. Decise che non si sarebbe più turbata la popolazione di Titignano con ulteriori rivelazioni.

Nel frattempo, le ruspe rasero al suolo la canonica “abbrustolita”, salvando solo il piccolo cimitero. Non fu mai individuata la fossa o il corpo del reverendo Piotti.

Esperite le constatazioni di legge, il cadavere di don Emanuele Donati fu consegnato ai suoi genitori. E la vita di Titignano riprese il suo corso dopo giorni di duolo.


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