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Gianmarco Dosselli - Racconti e Poesie

Il segreto del Cauriol

di Gianmarco Dosselli

 

Due coppie: amici uniti per un'avventura esplorativa alle meraviglie della catena dell’Adamello. Non solo spettacolo naturale nei loro interessi, ma pure compiere lo sport estremo loro amato: il free climbing. Il quartetto partì col promiscuo di Corrado. Arrivarono il pomeriggio ai tornanti della Statale del Parco Regionale Paneveggio, presso il Passo di Rolle. Una sosta per un rapido spuntino, poi il viaggio fiancheggiando la Val Travignolo. La tappa era il rifugio notturno Dusi, del Monte Cauriol.

La sera li trovò stanchi e desiderosi di un piatto caldo e letto. La cosa che li colpì fu la strada che da scorrevole nastro d’asfalto divenne un antico tratto lastricato. Sobbalzando sull’acciottolato, nell’oscurità disturbata dai fari del promiscuo, continuarono l’escursione. Incrociarono cartelloni pubblicitari esterni di un circolo letterario. Caratteri, impaginazione, disegni: tutto all’antica! Erano giunti a fine tratto e cercavano ansiosamente il rifugio che li ospitasse. Invece, individuarono le mura decrepite della Malga Sellum e, infine, in un punto isolato avvistarono delle luci di un edificio vasto dallo stile elegante.

«Che cavolo sarebbe, quello!», si sorprese il guidatore.

«Non è quel rifugio che cercavamo!», tagliò corto Savino, in tono quasi burbero.

«Pare si tratti di un motel! Il depliant non lo cita!», disse Corrado, mentre sostava il furgone in una piazzola in terra battuta.

«Invece, è un hotel! Guardate là, c’è l’insegna luminosa che ne testimonia l’esistenza!», sussurrò Maria Angela, improvvisamente seria.

«Che genialità! “Dolomiten Hotel”! Un posto che mi va a fagiolo per rifocillarsi!», dichiarò Alma, provando un dolce tepore.

«In un posto isolato del Cauriol che ci fa un hotel!», riprese Corrado.

«Dai, tesoro, che te ne importa dello spreco altrui! Non è un rifugio come quello che aspettavamo, ma visto trattasi di un hotel a tre stelle, approfittiamocene!. Costi quel che costi!», dichiarò Maria Angela, la sua ragazza, allungando le dita per accarezzargli i biondi capelli alla paggio.

«Ci sostiamo in una piazzola deserta! Il che significa che saremmo i primi clienti!», disse Savino, perplesso. «Forza, trasferiamoci tutti dentro!»

All’interno, un uomo in livrea verde ascoltò la loro richiesta e li informò che, al momento, il rifugio Dusi non era ancora edificato. Pur l’obbligo del divieto di fumo, l’inserviente aspirò alcune boccate del suo sigaro, poi colpito da una sensazione di galateo, offrì a Corrado la “concessione” di fumare. Questi rifiutò l’offerta; non che avesse mai avuto il desiderio di fumare, ma accettare un sigaro già masticato da quella bocca male in arnese era superiore alle sue forze.

I ragazzi chiesero qualcosa da mangiare, qualcosa di caldo, e se potevano accomodarsi nella sala da pranzo. Ricevettero risposta negativa. In compenso, a ciascuno ebbe un vassoio con bicchiere di Coca Cola, Sandemans, con delle mandorle salate, quindi gli hot dog. Consumarono quella strampalata colazione serale nella sala d’attesa. L’angolo del ristoro era chiuso perché, dicevano, anzitempo pulito. Ma in realtà, i tavoli della sala da pranzo erano di legno intagliato rozzamente e non c’era traccia delle tovaglie che normalmente venivano usate dagli albergatori per adornare l’ambiente. Savino continuò a guardarsi intorno, imitato dagli altri, e non vide traccia di telefoni, ascensori, televisori e computer.

Lo stesso addetto si pose dietro il bancone per riscuotere e consegnò le chiavi delle camere. Centoventi euro al giorno, per due, a pensione completa. Una cosa che non potevano sperare di trovare alle Dolomiti in un altro albergo di categoria molto più modesta. Perplessi dell’atmosfera spartana, decisero pagare. L’individuo fece loro cenno di seguirlo al piano superiore. A ciascuna coppia la rispettiva camera con finestre posizionate davanti la cima del Cauriol.

«Non vi sono clienti in questo hotel!», disse senza mezzi termini, Alma, scuotendo i bei riccioli neri.

«Vero! Io mi chiedo se siamo vittime o no di una macabra realtà!», commentò Savino, inquieto.

«A me questo posto dà idea di veder Jack Nicholson con la sua temibile scure!», aggiunse lei, scoppiando in una risata fragorosa.

«Fai riferimento a “Shining”? Vorrei non darti torto.», interferì lui, già in ansia. «Chiamo mio fratello!», decise, alfine, cliccando sul tasto “rubrica” del cellulare. Connesso il numero, apparve sul display il “no signal”. «Impossibile chiamare se ti trovi ad alta quota!», bofonchiò.

Nell’altra stanza, Maria Angela stava togliendo un anellino quando si era fermata con le mani a mezz’aria. La sua spazzola per capelli era posata sul cuscino; ma non l’aveva lasciata ancora dentro lo zaino? Si era guardata intorno perplessa e aveva notato la brocca dell’acqua spostarsi sopra il comodino. Provò terrore e lo sguardo le era caduto sul tendaggio che si era messo ad agitarsi come se fosse esposto al vento. Un libro si aprì per conto suo. Lei aveva sentito un brivido scenderle per la schiena; si era guardata intorno con circospezione, quasi a cercare qualcuno lì nascosto. Si fissò ad uno specchio, ma quella sua figura riflessa aveva altri movimenti. Ipnotizzata dalla sensuale sua immagine, non si mosse. Fu il suo corpo a rispondere istintivamente all’abbraccio di Corrado, appena uscito dalla doccia, ad assorbire la sua forza abbandonandosi al pianto di piacere.

«Di che cosa stai soffrendo?», le chiese.

«Troppe stranezze in questa stanza! Non…»

Non riuscì a proseguire perché il suo ragazzo le stava sfiorando dolcemente il seno coperto dal maglione di lana. Uno scoppio di risa dalla stanza spezzò l’incantesimo.

«Alma! Savino! Siete voi?», sghignazzò Corrado, controllando inutilmente. Il tuono rombò vicino, impressionante. «Strano! Attimi fa il cielo appariva stellato.»

Si affacciarono. Il vento montano, tra l’altro anomalo, soffiava raffiche violente. Il cielo era percorso da una valanga di nubi che dilagava facendo rapidamente sparire ogni luce del firmamento che non fosse quella dei lampi che avevano cominciato a susseguirsi a ritmo continuo.

«Non credevo che sul Cauriol il tempo cambiasse così repentinamente!», disse la ragazza che richiuse la finestra, ma essa fu spinta con violenza dal vento.

Un vetro si ruppe cadendo sul pavimento in una cascata di rumori. Non era il caso di chiamare qualcuno dell’albergo. Era cominciato a piovere in violenti scrosci. La luce interna si spense.

«Questo luogo comincia a far vedere il suo lato negativo! Non esistono torce né candele!», brontolò Corrado.

Non parlarono per qualche minuto. Lui trovò le sigarette e ne accese due, offrendone una alla ragazza. La brace delle sigarette dava un po’ di riflessi rossastri, nell’attimo in cui i due aspiravano il fumo. E a quei riflessi, Maria Teresa ebbe l’impressione di intravvedere qualcosa di strano che arrivava dall’armadio.

«Tesoro, fai luce con l’accendino! Vorrei guardare meglio là.»

Una figura umana, tetra e spettrale, si scagliò in avanti con una rapidità, afferrò Corrado per il polso e gli torse il braccio per costringerlo a girarsi, ma questi replicò attanagliando l’intruso col braccio sinistro. I due si scontrarono con la ragazza e rotolarono sul pavimento. Anche Maria Angela aveva reagito e si precipitava sull’estraneo pronta a graffiarlo in viso, giusto in tempo in cui Corrado proiettò, con le gambe, il macabro intruso oltre la finestra. L’aggressore lanciò un urlo e cadde pesantemente di sotto, fracassandosi il cranio contro il colonnato di marmo che “aggraziava” la spoglia aiuola dell’albergo.

Con un colpo, la porta della stanza si aprì e comparvero Sara e Savino, terrorizzati come non mai.

«È un posto stregato! Succedono cose anormali e assurde nella nostra stanza!Dobbiamo andarcene!», supplicò Savino che mostrava all’amico il viso sanguinante.

«Ci sono degli assassini in carne ed ossa!», esclamò esterrefatto, Corrado. S'accostò alla finestra, ma del cadavere in giardino più nessuna traccia!

Si avvolsero negli impermeabili leggeri. Scesero una rampa di scale che or ora era trasformata in gradini più stretti. I ragazzi, carichi del loro zaino, scesero correndo a tal punto che Savino inciampò e cadde senza gravi conseguenze, ma una delle sue scarpe volò via all'improvviso. Se la rimise al piede e la legò annodando i lacci con forza ma, pochi istanti dopo, l'altra scarpa volò via. Egli rimise anche questa e la legò ben stretta, come aveva fatto per l'altra.

Aprendo la porta, i ragazzi furono letteralmente aggrediti da una valanga di pioggia spinta da un vento tale che li sollevò quasi da terra. Le scarpe di Savino continuavano a volare via inspiegabilmente; questa volta il volo delle scarpe fu accompagnato da un tremendo colpo al viso che costrinse il ragazzo a fermarsi per riprendersi. Tutta la sua faccia iniziò a contrarsi e in seguito anche in tutto il corpo. Savino si tenne duro, affrontando alla meglio altre peripezie innaturali. Prese per mano la sua ragazza e avanzando lentamente, a piedi scalzi e a testa bassa, insieme raggiunsero il parcheggio. Del furgone nessuna traccia!

«Puttana! Pure la scomparsa del furgone!», s’indignò.

I ragazzi raggiunsero l’edificio centrale. Le luci tornarono ad illuminare l’albergo.

«Giusto in tempo!», disse Alma, furibonda e scossa, e aiutò l’amica a liberarsi del soprabito.

«Necessita recuperare il furgone! Cerchiamolo.», disse Corrado con ira.

«Proporrei attendere l’alba. Restiamo uniti, svegli e possibilmente armati con qualche oggetto. Trasferiamoci nella reception.», propose Maria Angela.

«Non c’è nessun altro in questo dannato posto?», urlò Savino nella hall deserta.

Non vi era alcun segno del passaggio di un addetto! Un portacenere, però, aveva un mozzicone di sigaro fumante!

«Si faccia avanti il fumatore di sigaro, per favore, e che mi dia un altro paio di scarpe!», replicò, furente, Savino.

«Chiedo che diavolo sta accadendo?», fece Alma, lacrimando.

Un cigolio la obbligò a voltarsi. Vide una ragazzina che si dondolava sulla sedia; la misteriosa indossava un vestito verde e dimostrava dieci anni. Alma cercò di fare amicizia, ma come si accostò, la ragazzina scomparve. Al momento della sua sparizione una serie di rumori minacciosi: tintinnio di vetri, colpi alla porta, incessante graffiare di artigli sul pavimento e un sordo ringhio che faceva pensare a due cani in lotta.

A lato della reception, una statua raffigurante il “Perseo” a lungo vagheggiato del Cellini, sorrideva a Savino. Gli occhi della statua avevano qualcosa di malizioso e di vivo! Il giovane guardò meglio la statua ed ebbe l’impressione che gli occhi di questa si muovessero nella sua direzione e le labbra accentuassero il sorriso.

«Non ci posso credere!», urlò nel mentre la statua, o quella che era, non stava più sul suo podio. S’accostò a Corrado e si strinse a lui quasi a chiedergli protezione.

«La statua del “Perseo” è sparita!»

«È dietro di noi!», disse, incavolato nero, Corrado.

Vero, ma era un posto diverso da quello visto in principio da Savino! La statua non si muoveva, era marmo, un verde marmo che aveva la rigidità, almeno in quel momento, di qualsiasi altra statua.

«Il nostro uomo, finalmente!», sbottò Alma.

L’uomo in livrea verde, il medesimo che accolse la comitiva, apparve loro.

«Desiderate esporvi nella sauna per commettere orge demoniache!», annunciò con aria sfacciata.

I ragazzi non gli diedero ascolto; le sue parole scontrose erano dettate nel vaneggiamento senile! I contorni dell’uomo in livrea, a quel punto, si sottolinearono da una specie di fosforescenza, come se una serie di luci al neon fosse apparsa ai suoi fianchi! La fosforescenza, all’improvviso, sparì. L’uomo in livrea assunse le sembianze identiche a quella di un pigmeo di Sumatra. Due incisivi si tramutarono in zanne feline. Il mostro-pigmeo s’accanì su Alma alla quale ruppe il collo con i denti prima di lacerarle la gola. La rivoltante furia del mostro ebbe fine quando Maria Angela lo attaccò e lo ferì con un taglierino che portava nella propria tasca. Il mostro si ritirò nella misteriosa sala-pranzo, lasciando una scia di sangue.

Corrado e la sua compagna si prodigarono soccorrere l’amica, ma simultaneamente il corpo di Alma divenne putrefatto! I due fidanzati, ben consci dell’accaduto, presero interesse nella sfida contro il male; non si diedero per vinti! Savino ne fu sconvolto e scappò via.

«La statua! Osserva…», disse Corrado.

Gli occhi di “Perseo” sembravano seguire i loro movimenti impercettibilmente. Sembrava assurdo che in quella rappresentazione del Cellini si nascondesse una malefica potenza. I ragazzi, una volta agglomerata la forza morale e fisica, fecero traballare la statua finché essa si rovesciò, in frantumi, sul pavimento. Tutto concluso? Macché! I frantumi di pietra di riunificarono in meno d’un amen, e da marmo ch’era, divenne un essere mostruoso, simile a un gatto! La bocca spalancata e le zanne parvero rappresentassero la porta dell’inferno, aperta come per ricevere le anime dei dannati sospinte dai diavoli. Le mani erano artigli, identiche a quelle del conte Orlock in “Nosferatu”.

Corrado e Maria Angela non riuscirono a schivare i tagli micidiali di quegli artigli: vennero “falciati” ripetutamente, in tutte le parti corporee, da quelle specie di roncoli. Pur ferita a morte, la ragazza si riparò dietro il bancone. Il “suo” Corrado cadde sulle ginocchia dopo aver ricevuto una “graffiatura” più profonda alla gola. Viso, braccia, maglietta ed impermeabile: tutti “tagliuzzati” in vari punti. Il truce “Perseo” gli prese la testa: un artiglio penetrò nel cervelletto del malcapitato. Il capo si piegò macabramente a lato.

“Perseo” apparve all’agonizzante ragazza che ebbe modo di cercar riparo dietro un tendaggio! Fu lesto a sollevare le braccia ed abbassarle per i finali colpi fendenti su di lei che, alla fin fine, cadde senza più segni di vita.

Dentro la desolante sala da pranzo, Savino era alla ricerca dello “gnomo”. Restò muto, tendendo l’orecchio al chiasso assordante che proveniva dalla reception finché tutto fu silenzio.

«Maria Angela! Corrado! Rispondetemi…», gridò l’unico superstite al quale il dolore fisico stava attenuandosi. Gocce di sudore gli imperlavano la fronte.

Si chiese il perché della metamorfosi dell’addetto alberghiero. Non andò oltre la sua immaginazione in quanto una freccia penetrò nella stanza. Savino s’appiattì contro la parete. La seconda freccia volò con precisione infilando questa volta la fronte del ragazzo!

“Perseo” e il pigmeo-addetto sparirono come sciolti al vento! Altri rumori: voci soffocate e gorgoglianti, lo stridore di mobili trascinati sul pavimento, rumori di catene agitate... Più inquietante ancora, le colonne marmoree mostravano segni come se fossero state rosicchiate dai topi.

Fuori, il temporale imperversava pazzescamente!

***

Alle prime luci del mattino la pioggia era cessata. Tutto il paraggio era asciutto! Pareva che il temporale nemmeno ci fosse stato durante la notte! Il torrente non aveva la sua piena come, invece, dovrebbe che fosse!

Gli aguzzi speroni di roccia facevano da macabro sfondo al tragico epilogo di quella notte al “Dolomiten Hotel”! Dalla stradicciola, un tre ruote rozzo e scoppiettante sopraggiunse dal lontano luogo di Ziano di Fiemme. Era il solito girovago della Malga casearia.

«Un promiscuo da queste parti. Che strano!», disse il malghese, passandosi una mano sulla guancia.

Ispezionò il furgone; poi, vagò nei paraggi. L’ intorno era un tutto petroso luogo, aspro e selvaggio solco chiuso tra vertiginosi pareti. Il sole conferiva un bell’aspetto al grandioso monte e ne delineava i contorni frastagliati con una particolare, nitida precisione. Non c’era anima viva. Né “impronta” muraria lasciata dall’uomo. Dunque, nessun edificio che fosse stato il “Dolomiten Hotel”! All’improvviso, nell’aria, uno squillo di un cellulare nei pressi del torrente. Si sbrigò al luogo da dove udiva il trillare continuo e vide un corpo trattenuto dal masso e immerso nell’acqua. Vide il capo già spaccato del cadavere di Savino che strofinava nell’acciottolato del letto del torrente. Poco distante i cadaveri del restante gruppo.

Si chinò sul primo corpo femminile adagiato su una sporgenza rocciosa. Le mutandine, la camicetta e la gonna erano in sequenza, sul terreno!

«Si direbbe addirittura stuprata! Questi bastardi se la sono cercata! Non dovevano piazzarsi qui, a Malga Sellum!».

Si accese una sigaretta per dominare la tensione. Tutto il mistero della mostruosità del posto era narrata dagli avi. Come poteva una persona come l’uomo della Malga Sellum sapere se la cosa mostruosa tramandata dai suoi antenati era un parto della sua immaginazione, una proiezione di orrori psichici a lungo repressi o, effettivamente, la prova dell’esistenza di una o più creature deformi del Monte Cauriol? Eppure quei quattro cadaveri “parlano” e confermano.

Ripercorse le parole di suo padre prima che egli morisse d'infarto.

«Caro figliolo, le leggende poco plausibili nate dall’ignoranza e dalla superstizione sono facili da sfatare. Più difficile, invece, rifiutare il segreto del Monte Cauriol. Nel 1708, in un villaggio alle falde del Cauriol si sparse il panico per l’apparizione di una creatura deforme che aveva ucciso diversi bambini. Un giorno, due uomini sorpresero una creatura immonda nell’atto di smembrare un bambino; furono colpiti dalla strana somiglianza deforme con un certo “Ardo”, un uomo di bassa statura che viveva in solitudine all’altezza di duemila metri del Cauriol, in questo preciso luogo. Arrestato e processato, lo gnomo “Ardo” confessò che la povertà, l’allontanamento dal villaggio e la fame lo avevano spinto a fare un patto con uno spirito del male che aveva sagoma del famoso “Perseo” e incontrato, casualmente, sul sentiero della boscaglia. Lo spirito maligno gli aveva dato da spalmare sul corpo un unguento capace di trasformarlo in demone, in modo che potesse avere forza e soddisfare la sua fame di carne! “Ardo” fu condannato al rogo e arso vivo! Due settimane dopo, scoprirono il “Perseo” nell’insospettabile figura dello scrivano di Predazzo. Dopo una accurata indagine individuarono in lui uno stregone folle che, nelle sembianze del dio Pan, commise infiniti delitti proseguendo per otto anni nelle sue pratiche diaboliche, nonché uccidendo e divorando uomini, donne e bambini, tagliuzzandoli con un falcetto da taglio. Anche lo scrivano fu messo al rogo, nel medesimo posto del suo predecessore e apostolo. Così, caro figliolo, questo è luogo malefico. Gli spiriti di “Ardo” e “Perseo” vagano ancora, nella notte; e chi di notte qui ci resta, non avrà via di scampo! Nessuno, dico nessuno, conosce il segreto del Cauriol. Memorizza tutto quel che ti ho dettato. Tramanda ai figli o ai nipoti.»

I corpi dei ragazzi furono trascinati, a turni, fino a esserne gettati in una profonda fossa dalla sembianza di una dolina; dentro essa, centinaia di scheletri e corpi putrefatti di altri avventurieri dei decenni passati. L’ultimo oggetto gettato nella fossa era stato il cellulare di Savino che riprese a squillare. E squillava, squillava…

Nel volto abbruttito dell'uomo dalla bocca sdentata e gli zigomi sporgenti, brillavano occhi vivi di soddisfazione!


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