Indice Autori

A|B|C|D|E|F|G|H|I|J|K|L|M|N|O|P|Q|R|S|T|U|V|W|X|Y|Z

Gianmarco Dosselli - Racconti e Poesie

Il lampione del mare

di Gianmarco Dosselli

 

Quando scende la sera sulla costa regionale del Mediterraneo, per inclementi che possano essere le condizioni meteorologiche, si assiste invariabilmente a uno spettacolo fantasmagorico. Tutto ha inizio nel 1956 quando Rosimbo, un uomo quarantenne, ha terminato di salire i duecentoventicinque gradini della scala a chiocciola che portano alla lanterna in cima all'imponente torre “Adelmo” arroccata sulla scogliera. Dove sta la torre, la costa si protende come uno sbarramento di granito sulla rotta giornaliera di circa cento navi. Violente correnti ribollono contro i voluminosi massi sui cui si frangono i marosi, e minima possibilità di salvezza è offerta ai natanti presi nei loro artigli.

Siamo in settembre, proprio mentre il vasto promontorio sta per essere avvolto dalla più fitta oscurità. Il mare dà segni “turbolenti”: il brutto tempo è in arrivo.

Rosimbo preme il pulsante rosso e, simultaneamente, una luce abbagliante colma i prismi e le lenti del più potente faro mediterraneo. Gli otto fasci di luce rotanti lanciano ogni dieci secondi il loro segnale visibile fino a 35 miglia di distanza. Che la sua luce si spanda sul mare, c'è qualcosa di sereno e di vigoroso in un faro. La torre è come un punto esclamativo sul paesaggio marino.

Rosimbo appoggia le mani chiuse a coppa contro il vetro per controllare che altrettanto altri fari lungo la costa funzionino, per formare quello schermo di luce destinato a indicare la vicinanza della costa. Ai piedi del “suo” faro, le ondate battono con estrema violenza contro la porta rinforzata, per poi risalire su per la torre e penetrare, a volte, nelle due uniche finestre ad oblò, trasformando la scala a chiocciola in una cateratta schiumante.

I primi lontani lampi, seguiti da tuoni fragorosi, danno maggiore preoccupazione nell'animo del guardiano. Non sono le onde a renderlo angoscioso, ma perché là... in fondo al mare ci sono quattro uomini sulla imbarcazione “Ilaria” tra la furia del vento. Uno dei componenti è suo padre, soprannominato “Dom”; questi, in mattinata, si è probabilmente visto dei bollettini meteorologici sbagliati. La grande perturbazione non si è diretta verso le coste spagnole, anzi è proprio in piena rotta di collisione con la sua imbarcazione di quattordici metri e mezzo, che adesso gli rolla sotto i piedi del mare agitato. “Dom” e i suoi colleghi sono soci della ditta di manutenzione e noleggio di imbarcazioni; fanno ritorno dalla Sardegna per rimettere a nuovo il due-alberi vecchio di quaranta anni.

Dom” tiene occhio lo sfondo del mare buio, ma ben presto la linea nera della tempesta si staglia bassa sopra le acque e il colore delle onde è d'ebano. Tutte le vele sono ammainate, tranne un piccolo fiocco. Quando gli uomini avvistano la costa del faro “Adelmo”, le onde sono già alte sei metri e il ponte della “Ilaria” beccheggia senza tregua. Col binocolo, “Dom” scruta la possibilità di fermarsi a Porto Galdi, l'unico approdo accessibile sulla sponda settentrionale. Attraverso la pioggia e gli spruzzi può distinguere la candida schiuma dei marosi che si frangono sugli scogli nascosti. Approdare laggiù è rischioso; “Dom” lo sa.

Una raffica di vento colpisce lo yacht; la piccola vela a prua esplode in una miriade di coriandoli. “Dom” si sforza di controllare il timone. Muraglie d'acqua irrompe scrosciando nel pozzetto, inzuppando fino alla cintola di salvataggio e di fissare le attrezzature allentate.

Come in un folle otto-volante, lo yacht viene proiettato in alto per vari metri, infine, ripiombare tra i flutti. Una scialuppa, fissata sulla coperta, si stacca e viene trasportata lontana dal vento. La “Ilaria” viene sollevata da un'ondata gigantesca e il vento ne colpisce una fiancata con ferocia. In una frazione di secondo, lo yacht viene rovesciato sul fianco. I quattro uomini si aggrappano disperatamente ai cavi di salvataggio in quei momenti orribili.

Un'onda decisiva li “seppellisce” e li “trascina” sul fondo. L'incessante rombo dei tuoni, l'urlo del vento e lo scrosciare delle onde sono insostenibili. Non si distingue più il cielo dal mare, neppure la “Ilaria”. È tutto un turbinare di candida schiuma.


***


A distanza di 45 anni da quel tragico evento, Rosimbo, canuto e “coperto” da acciacchi, si alza da dove è rimasto seduto sullo scoglio, per ore, a contemplare la volta del mare. Prova sollievo quando ha scorto l'amichevole lampeggiare del faro “Croce” distante 13 chilometri dal suo “vecchio faro”.

«Ciao, papà, e voi ragazzi!». Il suo solito modo di salutare gli scomparsi della “Ilaria”. Scruta anche il suo abbandonato faro; ora la costruzione “vive” con la moderna tecnologia, senza più quegli indimenticabili enormi apparati ottici. I fari sono antichi almeno quanto l'avventura dell'uomo.

Non solo bisogna amare il mare; bisogna anche rassegnarcisi, il che è più difficile.”: sono state parole lasciate dal padre; belle parole per lo spirito d'avventura sempre conservato in Rosimbo. Alza la mano e saluta, a casaccio, la volta del cielo azzurro. Fra due mesi sarà l'inizio del terzo Millennio...


Visitatori: 285

© 1999-2017 OZoz.it