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Gianmarco Dosselli - Racconti e Poesie

Il cane nevrotico

di Gianmarco Dosselli

 

Vivo in un monolocale rionale, con giardino e un bel cane tutto mio che si chiama “Dado” e non si può dire che sia così cattivo. Ma alla vista di un bastone, sia esso da passeggio sia da sostegno fisico, qualcosa di strano scatta nella sua testa...

“Dado” è un bel pastore tedesco. Può sembrare decisamente anticonformista. Quando intravede un elegantone o un bisognoso, entrambi muniti di bastone, il suo pelo si drizza come gli aculei di un porcospino. Si piazza immediatamente di fronte ai malcapitati, intento a bloccare loro la strada. Davanti all'oggetto d'appoggio ringhia, brontola, abbaia, deciso ad azzannarlo dalla base.

Le vittime non lo sanno, ma il mio cane, in tutta questa sua commedia, è un bugiardo: l'unica volta che in vita sua aveva catturato una lepre era stato per sbaglio: inseguendola e raggiuntala si era messo a giocherellare; dopo il gioco insensato dello sballottare in qua e in là, l'aveva tenuta sotto una zampa finché l'animaletto era deceduto di spavento.

Di questo episodio e dell'ossessione dei bastoni ne discuto col veterinario; questi ammette che mai in vita sua ha affrontato un caso come quello di “Dado”. Il suo consiglio? Il “pappagallo” umano sentenzia che “Dado” va bene eliminato! Mi comunica che l'asfissia attraverso anidride carbonica è il sistema più usato per eliminare i quattro zampe. Io protesto duramente. E questo sarebbe un veterinario? Il professionista non ha capito che io non voglio uccidere il mio cane. Cambia tattica del discorso e ammette che per evitare la sofferenza della bestia, in molti canili municipali si usa praticare loro iniezioni di anestetico a dosi letali. Daccapo gli faccio intendere che non desidero vedere morto “Dado” né abbandonarlo nei canili perché codesti posti sono veri mattatoi: difatti, i cani più ostinati vengono soppressi con inoculazione di un veleno a effetto rapido.

Alleviare le sofferenze di un cane malato o ferito è un atto di umanità, ma eliminare sistematicamente un cane nevrotico (perché così fa comodo alla società) mi fa sentire criminale.

Decido tenermelo. Farò modo di sorvegliarlo, ma ecco che un giorno mi sfugge.

La sola vista delle zanne del cane, il vicario di una parrocchia forese si è convinto, atterrito, che il momento del suo martirio è suonato! Il mio cane ha scelto il prete sbagliato, che gli assesta un colpo del suo bastone tra gli occhi. Per tutta risposta, “Dado” gli azzanna una manica scuotendogli il braccio con tanta energia da far sembrare che il pio uomo stesse impartendo un'enfatica benedizione a un capannello di passanti atterriti da quella scena.

Inutile ammettere che, quando riesce a liberarsi dalle fauci, il vicario si dirige spedito al più vicino posto di polizia. “Dado” se ne torna placido a casa, nella sua cuccia. Lo scopro con in bocca un brandello di stoffa nera.

Quel giorno stesso un brigadiere, pallido, con occhi freddi come chicchi di grandine, bussa alla mia porta. Sforna accuse al mio cane per l'aggressione e per il danno al bastone-orologio che risale al 1870, un esemplare di legno di limone finemente scolpito. Le sue parole paiono randellate. È stata emessa una denuncia. Presto mi giungerà una comunicazione giudiziaria. La vicenda finirà nelle aule del tribunale. Se desidero che il caso venga giudicato con indulgenza, mi consiglia di sbarazzare fisicamente del cane. Informo mio padre del fattaccio; questi s'infuria, vuole che stermini il cane e mi comunica il suo arrivo per l'indomani.

La mattina successiva vengo chiamato al comando. Io sono il padrone di “un cane pericoloso”. Difendo “Dado”confermando che il movimento brusco del prelato è stato interpretato dal cane come una minaccia. Aggiungo l'accusa al prelato per non essersi calmato né aver adottato un atteggiamento fermo e risoluto.

Mentre rincaso noto mio padre sbucare dal vialetto, trascinando il cane legato a una corda. Ho intuito che l'incarico affidatomi è stato un pretesto e che il mio genitore è diretto al Po per annegare “Dado”.

Assurdo! Mio padre non è così crudele. È sempre stato in difesa persino dei cani indesiderati. Mi lancio all'inseguimento, incapace di credere a una perfida sentenza emessa dal padre.

Soffia un forte vento. Il Po scorre placido. Sulla riva una banchina è un lastrone di granito che sporge dall'alveo. Quando raggiungo la riva mio padre tiene fermo il cane tra le ginocchia e lega intorno a un blocco di cemento un'estremità della fune che ha usato come guinzaglio.

Urlo. Ma il vento copre la mia disperazione. Non giungo in tempo a impedire mio padre a sollevare il cane e il blocco cementato. Li getta nelle torbide acque.

Più per impulso che per coraggio, mi precipito giù per gli scalini notando le zampe di “Dado” che battono freneticamente l'acqua e l'aria. Mi getto in acqua pur conoscendo le insidie del fiume. L'acqua mi circonda i fianchi, il petto... Apro la bocca per prendere fiato.

Mio padre urla, impreca e mi supplica di desistere dal fare il salvataggio al cane. Afferro “Dado” per il collare. Agita spasmodicamente le zampe per non finire ancora sott'acqua, perché il blocco di cemento è ancora legato alla fune. Afferro essa e la taglio con il mio temperino. Abbraccio il cane fino a quando non ho toccato riva.

Mio padre mi guarda un po' di sbieco. Inizia a rassegnarsi per il mio felice salvataggio. Fissa anche “Dado” che si scuote l'acqua di dosso come niente fosse. Tossisco; sono scosso da conati di vomito. Il vento mi sferza attraverso gli abiti inzuppati. Ho perduto le scarpe. Ci avviamo verso casa. I miei calzoni fradici schioccano al vento come una frusta. “Dado” apre il cammino, a coda alta, apparentemente gaio.

Raggiungiamo la soglia di casa. Mio padre non ha potuto avere un aspetto turpe, neppure si fosse trovato ai piedi di un cobra. Sospira: “Povero me! Cosa ho fatto di male per meritarmi due sciocchi come voi?”, e prende a elencare la litania delle nostre disgrazie: le mie scarpe portate via dal fiume, gli abiti rovinati, l'inevitabile pleurite che mi spetterà, il mancato affogamento al cane; indi sentenzia che troppe disgrazie capitano ogni anno a causa del “fedele amico dell'uomo” e che quasi sempre, però, non è l'animale da biasimare, ma il padrone. Senza dire altro lui se ne va senza salutarmi.

Guardo, sconsolato, il mio “Dado”. Due pozze d'acqua si allarga sul linoleum.


Il procedimento giudiziario non si materializzerà mai. Probabilmente il brigadiere si è limitato a cancellare un nome su un registro.

Mio padre, per quieto vivere, acquista una museruola per “Dado”, che riesce però a liberarsene fin da subito, riducendola in brandelli a furia di morsi.

Vive per altri cinque anni, perseguitando coloro con bastoni intarsiati, contadini o con teste di animali, ma pure... chi cammina con stampelle sottoascellari.


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