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Gianmarco Dosselli - Racconti e Poesie

Dal campo della vita

di Gianmarco Dosselli

 

In memoria di Samuele Martina (†02-02-2014), anni 23



Il suo impegno scolastico al terzo anno di liceo classico era profittevole. La strada alla conquista del tanto lodato diploma era ancora lunga e, considerata la discreta situazione economica familiare, il ragazzo sarebbe disposto iniziare il lavoro serale come pizzaiolo o cameriere, pur di racimolare i costi per completare il corso liceale.

Lui, Mattia, pieno di virtù, bello, a volte triste e taciturno, spesso allegro e dinamico. Campione provinciale di tennis della categoria juniores ottenendo ambiti trofei e un privilegio allo sport bresciano. Il suo alloggio notturno era ben arredato, oltre il divino ordine, e in un angolo due scaffali con trofei emblematici, medaglie e un riconoscimento dal “Club dei Cerbiatti” per la costanza e la spontaneità con cui assisté, aiutò a scuola e accompagnò a casa un coetaneo che, a quel tempo, come lui, frequentò i tre anni della scuola dell'obbligo, ma che era costretto alla sedia a rotelle perché paraplegico.

Mattia possedeva un altro onore: un diploma di “Volontari assistenza ammalati”, con l'aggiunta del proprio nome e cognome. Lo ebbe la scorsa estate partecipando al Grest per ragazzini con problemi di fisico. Sempre stato in attività, sempre per tutti mai per lui; trattava gli “angioletti” come lui vorrebbe essere trattato se fosse l'ammalato. Prestava fino che poteva. Non temeva a riconoscere i suoi errori. Sia che assisteva un figlio di ricco o di povero, per lui era solo un ammalato a cui doveva dare gratuitamente pace, gioia e sorriso.

Raggiunto il suo alloggio si era lasciato cadere sul tenero materasso del letto e si era addormentato. Tra lui e il sonno esisteva una ex complicità; era sempre il sonno a venirgli in aiuto, quando si trovava in uno stato di stanchezza.


Ore 07.00. Il risveglio di Mattia. Impose subito il silenzio al trillo della sveglia. Come primo atto della giornata era il sollevare la tapparella. La prima nebbiolina di fine ottobre. Aperta la finestra respirò aria nei polmoni, un'aria pura e profumata di erbe e di rugiada.

Trovò il tempo di salutare papà Silverio intento nel partire al lavoro. Dopo una rapida e discreta colazione si avviò alla camera dei genitori. Mamma Gelmina ancora dormiva, la bocca socchiusa, i capelli avvolti da un foulard, un braccio disteso in avanti e l'altro appoggiato lungo il corpo. La osservò, toccò quei suoi capelli neri; sfiorò con le labbra la dolce curva della guancia. Il collo odorava di vera violetta di Parma, suo profumo preferito. Dormiva in un letto logoro che era stato quello dei genitori di Silverio. Un bacio sulla fronte della madre come pegno di saluto. Poi si sbrigò a ritirare lo zaino contenente libri e grandi quaderni.

Sette chilometri di strada per raggiungere l'edificio scolastico. Era stato sempre paziente percorrere il tratto di strada in scooter, anche nei giorni freddi e piovosi. Quella mattina gravava in pianura la nebbia. L'ultimo tratto da completare era spesso assediato da una ridda di autovetture e promiscui che riempivano le corsie. Dove la strada descriveva una curva a “esse”, chi ne udì lo schianto e chi ne fu messo al corrente, subito si precipitò a constatare. L'ennesima tragedia della strada fatta in un solo attimo. Lo scooter di Mattia venne a collisione con un furgonato. La due ruote subì un violento scossone che sbalzò dal sedile il ragazzo. Perso accidentalmente il casco, egli piombò sul bordo della carreggiata.

C'era il compito di informare i genitori di Mattia: compito arduo e penoso. La prima ad essere informata era la madre: immobile sulla soglia d'ingresso, il viso terreo, sconvolto, e gli occhi sbarrati. Le sue labbra si muovevano ma nessun suono usciva dalla sua bocca come se lo shock ricevuto le avesse paralizzato la lingua.

Quando il padre giunse sul luogo dannato, l'ambulanza era già arrivata. Suo figlio giaceva sotto una coperta, del tutto privo di conoscenza.


Al nosocomio principale Mattia era in stato di incoscienza. In serata gli assistenti medici notarono che la temperatura e la pressione del sangue erano aumentate. In nottata il respiro si fece imperfetto. Subito gli fu collegato al respiratore artificiale. Si era prodotto un edema e il cervello ora premeva sulla parte dell'encefalo che presiede alla respirazione.

La mattina successiva le condizioni del ragazzo peggiorarono. Le pupille erano dilatate; non reagivano più alla luce. Un elettroencefalogramma fatto alle prime ore mattiniere non rivelò alcun segno di attività cerebrale. Il secondo realizzato dodici ore dopo fu altrettanto negativo. Quella notte un neurochirurgo informò i genitori di Mattia che il loro figlio era deceduto. Lo strazio dei genitori era stato atroce anche per l'animo del personale paramedico. Il primario sapeva che i genitori pensavano di donare gli organi del figlio e disse loro che questo riesce talvolta a dare un senso alla morte. Poi firmò il certificato in cui dichiarava che Mattia Brizzi era deceduto alle ore 02.08.

Gelmina, dopo aver guardato il marito che annuì affermativamente, firmò i documenti con cui autorizzava il prelievo dei reni, del cuore e di qualsiasi altro organo vitale di Mattia, nel caso fossero stati utili ad altri. Un gesto d'amore che offriva speranza a persone malate.


***


In quello stesso istante il diciottenne Stefano era ricoverato nel reparto rianimazione del capoluogo ligure. La sua storia era tra le più drammatiche nelle terre delle olive. Era nato con un foro nel cuore, un difetto che gli aveva danneggiato una delle valvole cardiache. Dei vari interventi subiti a cuore aperto, l'applicazione di una valvola artificiale e di un pacemaker, il muscolo cardiaco si era enormemente gonfiato. Stefano non poteva giocare né andare a lezioni e neppure star seduto mantenendosi eretto. Dunque, per lui pochi mesi di esistenza terrena! Cominciarono le ricerche di un cuore per procedere al trapianto...


In un altro angolo d'Italia lo sfortunato teen ager, Luca, aveva rischiato il decesso per dissanguamento quasi tre volte negli ultimi cinque mesi. Era nato con una carenza enzimatica che gli aveva provocato la malattia del fegato conosciuta col nome di cirrosi, e il sangue aveva cominciato a defluire nello stomaco e nell'esofago. Da due mesi era in lista d'attesa per un trapianto di fegato. Il padre del ragazzo, agente della Polstrada, aveva sempre con sé un segnalatore elettronico e si teneva pronto a portare il suo figliolo al nosocomio interessato appena lo avessero avvertito...


In un campo ai confini con la Slovenia, la raccolta della frutta era stata sfibrante per Carmelo. Questi era solito collaborare con la moglie a trasportare delle mele nella loro fattoria. Da quasi due anni in casa troneggiava un apparecchio per la dialisi, colmo di tubi e aghi, al quale egli doveva collegarsi tre volte la settimana per poter sopravvivere. Era, quel giorno, che le sue condizioni erano critiche e la sua unica speranza di vita era il trapianto di un rene. Il suo nome fu messo pertanto in lista d'attesa...


***


Il Centro di ricerca organi fu avvertito dall'ospedale bresciano e fece sapere che avrebbe utilizzato i reni: era una marea di persone in attesa del trapianto di reni. Una chiamata al nosocomio fiorentino rivelò che proprio lì necessitava di un fegato proveniente da un donatore della stessa età e dello stesso gruppo sanguigno di Mattia.

Firenze riferì anche che il Policlinico genovese aveva urgente bisogno di un cuore. Tra contatti, delucidazioni e animosità, l'equipe chirurgica ligure arrivò con un jet. Una volta rimosso, infatti, il cuore deve cominciare a battere nel petto del destinatario entro quattro ore.

Due chirurghi provenienti da Firenze erano giunti prima. In collaborazione coi colleghi locali, per tre ore restarono in sala operatoria per liberare il fegato di Mattia dal tessuto connettivo e per sistemare agli altri organi per la rimozione, estratti con ordine: cuore, fegato e reni. I chirurghi erano chini sul corpo del donatore.

Il medico fiorentino annunciò:

«Ora è il momento dei cardiochirurghi.»

In otto minuti un cardiochirurgo palermitano completò il prelievo, poi lavò il cuore con una soluzione sterile gelida. Il cuore fu posto in un involucro di plastica sterile e riposto in un recipiente isolato colmo di ghiaccio. Espletata l'operazione, lo staff medico genovese si precipitò poi in ambulanza che lo avrebbe ricondotto al velivolo.

Anche i medici fiorentini partirono col loro “carico”.

Nel giro di un paio d'ore la notizia della disponibilità di organi giunse anche a Carmelo.


In mattinata, il corpo di Mattia era stato posto nella morgue. Nonostante la marea di gente, il rantolo di Gelmina, senza più lacrime, era potenziale; lei, immobile con la testa chinata, come se un peso enorme le gravasse sulle spalle.

I compagni di classe, gli insegnanti e gli amici dell'Oratorio dirimpetto alla scena irreale si sentivano “depressi” nell'animo.


***


Il percorso del dono di Mattia a Luca arrivò nel suo tempo stabilito nella sala operatoria. Il primario aveva già passato oltre due ore a tagliare e legare tanti vasi sanguigni del fegato malato di Luca. Analizzato l'organo sano, il primario rimosso il fegato “guasto” cominciò la faticosa sostituzione. Ai genitori del ragazzo un annuncio trionfante.

Il secondo dono “dedicato” a Stefano. I chirurghi, dopo la sostituzione dell'arto gli ripristinarono la circolazione corporea. Sei ore dopo l'intervento, ai familiari fu concesso di vedere il figlio. Stefano indicò il proprio petto e disse con un fil di voce:

«Batte in me il cuore nuovo. Chi era il mio donatore?»

Il terzo dono a Carmelo giunse il giorno dopo, considerato che i reni potevano restare conservati anche per un paio di giorni.


***


Mesi a venire, i beneficiari degli organi di Mattia incontrarono i genitori del donatore. Abbracci, commozione e gioia realizzati in un auditorium colmo di spettatori. Stefano sentenziò di sentirsi un leone. Le parole conclusive di Silverio dominarono l'animo del pubblico in generale.

«Non scordiamo. I tre beneficiari degli organi di mio figlio non dimenticano mai che qualcuno ha dovuto morire perché loro potessero salvarsi. Ciò che più li emoziona e commuove è il pensiero che io e mia moglie abbiamo saputo superare l'angoscia per esprimere una più elevata forma d'amore, legato non all'individuo, ma all'umanità sofferente e bisognosa.»

Un vasto applauso in sala, interminabile. Un onore a Mattia. Una eterna gratitudine ai genitori.


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