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Claudio Arzani - Racconti e PoesieUn'isola tra i monti, Mogliazzedi Claudio Arzani, 1994/2003, prima pubblicazione, omaggio ai lettori di OZoz
Ne aveva sentito parlare, chissà dove, chissà da chi. Sorrise. Cesarina non perdeva occasione per infarcire i suoi racconti di elementi fantastici,
di sfumature poetiche, di piccole sensazioni. Ma perché no, perché
non lasciarla fare, accettare il gioco d'una realtà dipinta di blu:
se questo prato fosse azzurro, di che colore sarebbe il cielo? Statale 45, valle della Trebbia, appennino ligure-piacentino, antica "via
della legna", come la chiamavano i Liguri che se ne servivano per trasportare
dai boschi di Val Trebbia e Val d'Aveto il legname necessario per la costruzione
di navi e mercantili. A sinistra verso il moderno villaggio Auxerre, a destra prendi per Dezza e
per le Mogliazze ma un cartello indica la frana, strada interrotta, viaggio finito? Una strada dell'Appennino, antica mulattiera, strada di quelle fatte per carri e buoi, quando il petrolio al massimo serviva per il lume in casa; badando a non allargarla troppo perché se trovi un camion non passi ma è più importante non rubar spazio al grano, all'erba, ai boschi; eppoi puoi anche andare a piedi, se proprio devi andare. Oppure come ai tempi, un somaro, magari per portare olio e sale su dalle pianure della padania giù in fondo. E se proprio vuoi un motore che guidi per te, basta una moto, magari una moto Guzzi, se hai soldi. Strada asfaltata. Ma dopo, dopo molti e molti anni. Una strada da mozzafiato. Non per la salita (che c'era ma senza esagerare), non perché si sviluppava in mezzo al bosco, non perché d'un tratto passarono dal verde intenso del bosco a brulle colline di arenaria, ma perchè dietro l'ennesima curva si trovarono di fronte alle imponenti torri del castello malaspiniano, anno 1315, muto testimone dei fasti medioevali della zona. Antonio si avventurò nella citazione delle gesta di San Colombano, monaco irlandese, pellegrino per le strade dell'europa del seicento approdato tra queste verdi colline poste a far da cornice al fiume, alfiere dell'ordine cattolico da imporre sulla cultura pagana della popolazione celtica e longobarda. Esmeralda lo supplicò con lo sguardo, basta, ti prego, conosco la storia di quel santo, e anche dei monaci che lo seguirono e di quelli che lo raggiunsero, da Attala - che non è Attila, non stare a precisare, ti supplico, non ce n'è bisogno - a Gerberto d'Aurillac, abate di Bobbio e papa dell'Anno 1000. La fulminò. Non sopportava quel realismo, l'incapacità di trasformare il cielo in uno schermo gigante e di rivivere le storie di un qualche remoto passato reso presente dai filtri della fantasia. Guarda, il castello di Brigit, la madre terra, la dèa della fertilità venerata dagli antichi Liguri, esclamò puntando oltre la vetta del Lesima, dove s'intravvedeva la sagoma grigio metallo del ripetitore delle onde televisive, forse proprio ora una fanciulla in procinto di maritarsi sta salendo lassù a rinnovare il rito della fertilità. Esmeralda lo ignorò e, tra i due, scese un profondo silenzio. Dopo qualche chilometro, il bivio. L'asfalto girava a destra e spariva
alle spalle d'una formazione d'argilla; diritto proseguiva l'antica
strada battuta, di polvere e sassi. Una tabella in legno indicava Mogliazze. L'armonia dei monti, linee sospese nell'azzurro del cielo che
si intrecciano in armoniosi grovigli, i boschi dall'apparenza immacolata,
il silenzio e la voce della natura, del vento, delle foglie, dell'erba piegata
al veloce passare di qualche riccio, della caduta della castagna sfuggita allo
scoiattolo spaventato dall'arrivo della Ritmo. Un sasso rotolò lungo
la china, ascoltarono lo scorrere d'acqua lontano, il frangersi sui massi
d'una cascatella, il rincorrersi delle onde di piccoli ruscelletti a far
a gara a chi arrivava prima giù dalla grande mamma, la Trebbia che le aspettava.
Forse novecento anni fa, esploratori dei Galli Boj provenienti dalle pianure ancora occupate dai latini romani, non ci saremmo più mossi da qui. Avremmo cercato e trovato un modus vivendi con i Liguri già insediati, lasciato i nemici romani oltre il confine di Rivergaro, ed iniziato una nuova avventura. Invece, naturalmente, Esmeralda guardò Antonio significativamente e, subito, ripartirono, la strada tornò a tuffarsi in declivi più morbidi, su un lato apparve uno steccato, sull'altro more e frutti di bosco, a volontà, per il piacere dei bambini e degli adulti mai cresciuti. Dopo una curva, le case di San Cristoforo Dezza, con i muri fatti coi sassi
strappati al greto della Trebbia, i tetti con le tegole rosse cotte nel forno
dietro l'angolo, con l'antenna della TV protesa verso il Penice, grano
accatastato di fianco a trattori e falciatrici, galline a ruzzolare tra vecchie
Simca (l'auto di tutti i dì) e fiammanti Alfette (l'auto della
domenica e del dì di festa). Così arrivarono alla casa di Giuseppe, un portico, un'aia piccola
piccola, il rischio d'accoppare uno dei duemila gatti intenti a dormire
al tepore del sole. Esmeralda scese dall'auto mentre Antonio, preoccupato, si chiedeva dove
mai avrebbe potuto trovare, a quell'altezza, un meccanico. I ragazzi di Mogliazze? Si, stanno lassù, indicò puntando verso
il cielo, più o meno a tre tiri di schioppo, unità di misura ufficiale
di noialtri contadini di montagna. Gli occhi di Giuseppe si fecero lucidi e, per un attimo, Antonio e Esmeralda
ebbero l'impressione dello scorrere di volti dei tanti amici che pian piano
se ne erano andati, seguendo i genitori, alla ricerca di lavoro, di condizioni
di vita migliori giù in città. Niente, s'è passata una vita a lavorare, seguendo i ritmi e le
stagioni di questa terra, ricordando gli amici dei giochi da fanciullo, senza
la speranza di trovare una donna disposta a venire sui monti: così, è
arrivato il tempo del saluto a mamma, poi il turno del signor padre, ed ora son
qui, con i miei compagni gatti, gli amici cani, le patate che crescono. L'ultimo a resistere, a provarci, fu Armenio. Ci son molte ragazze venute da laggiù, tra questi monti. Quei mediatori
ci sapevano fare. Molte si son maritate, molti giovanotti hanno il padre di quassù
e la mamma venuta da lontano. Annunciata e i suoi fratelli non vollero fermarsi, iniziava a nevicare ma
si misero in cammino lo stesso, ritornarono a Bobbio, si fermarono all'albergo,
quello che dava con le finestre sul ponte gobbo, e il mediatore non ebbe difficoltà
a trovar un'altra occasione, a Confiente, ad iniziare una nuova trattativa, ad
abbozzare le condizioni, il compenso, la dote. Si racconta che andò giù fino a Bobbio di corsa, anche se di neve ne era scesa già un bel pò, ma doveva far presto, arrivare prima che Annunciata si maritasse davvero, arrivare prima del giorno di mercato, del giorno degli affari. Una pausa, un attimo di silenzio, di raccolta dei ricordi. Sono passati gli anni e qui l'ultimo uomo da qui alla cima del monte, sei tiri di schioppo, sono rimasto solo io ma prima che fosse troppo tardi, prima che le vecchie pietre cominciassero a crollare, prima che crollassero le scale fatte di sassi sostenuti dal legno piantato nel muro, sono arrivati loro, hanno strappato le erbe di troppo e oggi, oggi il paese rivive. Lo sguardo di Giuseppe tornò a perdersi nell'indistinto orizzonte
fatto di pensieri che non vengono condivisi. Coltivano pomodori. Se voi arrivate lassù nessuno vi chiede nulla, vi trovate a lavorare, ora è tempo di conserva, ci sono mille vasi da riempire. Ma puoi aiutare con le capre, puoi dare una mano nei lavori, non ne mancano mai. Puoi chiedere di fermarti, puoi dormire se hai una coperta, puoi restare giorni e giorni a lavorare, se hai di che mantenerti. Oppure puoi restare un giorno e chiaccherare, a giocare coi bambini e magari, se sei fortunato, capiti nel cortile agghindato con le bandierine, e un tavolo pieno di cose buone, forse è il compleanno di una delle bambine, forse è l'arrivo di un vecchio amico, perché lassù c'è sempre l'occasione per fare festa. No, non sono gente di qua, noi non andiamo mai da loro, la diversità c'è, si dice che loro e noi siamo culture diverse, noi gente di montagna, nata in queste montagne, loro arrivati da altrove, ma è bello sapere che, grazie a loro, un paese antico, un nostro paese non muore. Il racconto di Giuseppe era finito e le prime ombre dell'imbrunire s'allungavano
lungo i campi, il sole andava a giocare a nascondino dietro ai monti, Antonio
ed Esmeralda per quel giorno decisero di non disturbare la pace dell'isola
nascosta tra i monti. Beh, almeno quella volta aspettarono, nel mentre ripartivano e la Ritmo si riavviava, lo sguardo andò verso la cima del monte: le Mogliazze sono un frutto prelibato, da assaporare e gustare lentamente, per intero, con serenità. Torneremo. L'estate dopo Antonio ed Esmeralda passarono una lunga giornata a riempire vasetti di conserva e a prepararli nelle ceste da portare ai mercati, e così ogni anno, una volta a prendere formagge, e quando la gente del paese decise di non tenere più capre, a prendere miele, o altrimenti marmellate, o infusi per liberare i bronchi, o profumi per la casa ma soprattutto, sempre, un saluto, un sorriso scambiato con quei ragazzi venuti da lontano per vivere in un'isola sui monti. E Giuseppe? Visitatori: 1235 |