Un'isola tra i monti, Mogliazze
di Claudio Arzani, 1994/2003, prima pubblicazione, omaggio ai
lettori di OZoz
Ne aveva sentito parlare, chissà dove, chissà da chi.
Un gruppo di giovani, almeno così si raccontava, intorno agli anni settanta,
forse hippies, seguaci di filosofie orientali, oggi diremmo new age, s'era
acquistato un villaggio su nell'Appennino e passava la vita come in una
dimensione ormai dimenticata.
Niente gas di scarico, niente mangimi chimici, niente coloranti o additivi, poca
acqua e razionata.
Chissà, forse niente televisione.
Leggende. Forse.
Anni prima, di sabato mattina, Esmeralda aveva acquistato sul mercato a Bobbio
una formaggia che dicevano venisse da lassù, forse pecorino, forse caciotta,
non ricordava bene. Buona e costosa ma niente di più e, in fondo in fondo,
poteva vivere anche col Galbani (non è la stessa cosa, ma ci si accontenta).
Sì. Aveva preso atto della "loro" esistenza. Niente più
che un'informazione come tante e, formaggia a parte, l'aveva relegata
nel polveroso armadio della memoria.
Ora, parecchi anni dopo, ricordava quei brevi flash mentre Cesarina raccontava
di "quelli", dei "ragazzi delle Mogliazze"; non che li
avesse conosciuti: s'era trovata per caso, sbagliando ad un bivio, a Dezza
e lì, cercando quelle cose genuine che in città non ci sono più,
aveva trovato una contadina che vendeva marmellate. No, non sue.
Marmellate dei ragazzi delle Mogliazze, ancora più su, fino a 800 metri:
"la vedi signora quella nuvola lassù? Appena poco più su".
Sorrise.
Cesarina non perdeva occasione per infarcire i suoi racconti di elementi fantastici,
di sfumature poetiche, di piccole sensazioni. Ma perché no, perché
non lasciarla fare, accettare il gioco d'una realtà dipinta di blu:
se questo prato fosse azzurro, di che colore sarebbe il cielo?
Antonio guardò Esmeralda, cercando e trovando nei suoi occhi verdi una
sfumatura di consenso. Naturalmente in realtà Esmeralda non capì
e quella che restituì ad Antonio altri non era se non un'occhiata
interrogativa.
Andiamo alle Mogliazze, formalizzò lui, domani.
Statale 45, valle della Trebbia, appennino ligure-piacentino, antica "via
della legna", come la chiamavano i Liguri che se ne servivano per trasportare
dai boschi di Val Trebbia e Val d'Aveto il legname necessario per la costruzione
di navi e mercantili.
Chilometro circa quarantasette, direzione Genova, appena passata Bobbio, all'altezza
della statua di San Salvatore giri a destra per una strada che, subito, biforca.
A sinistra verso il moderno villaggio Auxerre, a destra prendi per Dezza e
per le Mogliazze ma un cartello indica la frana, strada interrotta, viaggio finito?
No, no, precisa l'anziana a godersi il sole sul terrazzo della prima villetta:
quel cartello è lì dallo scorso inverno, quando la neve s'è
portata a valle un pezzo di strada. Poi l'hanno dimenticato. Qui si può,
tanto non succede nulla di male: chi deve andare in su sa che la strada è
a posto e chi non deve andare non s'interessa del cartello.
Una strada dell'Appennino, antica mulattiera, strada di quelle fatte
per carri e buoi, quando il petrolio al massimo serviva per il lume in casa; badando
a non allargarla troppo perché se trovi un camion non passi ma è
più importante non rubar spazio al grano, all'erba, ai boschi; eppoi
puoi anche andare a piedi, se proprio devi andare. Oppure come ai tempi, un somaro,
magari per portare olio e sale su dalle pianure della padania giù in fondo.
E se proprio vuoi un motore che guidi per te, basta una moto, magari una moto
Guzzi, se hai soldi.
Strada asfaltata. Ma dopo, dopo molti e molti anni.
Una strada da mozzafiato. Non per la salita (che c'era ma senza esagerare),
non perché si sviluppava in mezzo al bosco, non perché d'un
tratto passarono dal verde intenso del bosco a brulle colline di arenaria, ma
perchè dietro l'ennesima curva si trovarono di fronte alle imponenti
torri del castello malaspiniano, anno 1315, muto testimone dei fasti medioevali
della zona.
Antonio si avventurò nella citazione delle gesta di San Colombano,
monaco irlandese, pellegrino per le strade dell'europa del seicento approdato
tra queste verdi colline poste a far da cornice al fiume, alfiere dell'ordine
cattolico da imporre sulla cultura pagana della popolazione celtica e longobarda.
Esmeralda lo supplicò con lo sguardo, basta, ti prego, conosco la storia
di quel santo, e anche dei monaci che lo seguirono e di quelli che lo raggiunsero,
da Attala - che non è Attila, non stare a precisare, ti supplico,
non ce n'è bisogno - a Gerberto d'Aurillac, abate di
Bobbio e papa dell'Anno 1000.
La fulminò. Non sopportava quel realismo, l'incapacità
di trasformare il cielo in uno schermo gigante e di rivivere le storie di un qualche
remoto passato reso presente dai filtri della fantasia.
Guarda, il castello di Brigit, la madre terra, la dèa della fertilità
venerata dagli antichi Liguri, esclamò puntando oltre la vetta del Lesima,
dove s'intravvedeva la sagoma grigio metallo del ripetitore delle onde televisive,
forse proprio ora una fanciulla in procinto di maritarsi sta salendo lassù
a rinnovare il rito della fertilità.
Esmeralda lo ignorò e, tra i due, scese un profondo silenzio.
Dopo qualche chilometro, il bivio. L'asfalto girava a destra e spariva
alle spalle d'una formazione d'argilla; diritto proseguiva l'antica
strada battuta, di polvere e sassi. Una tabella in legno indicava Mogliazze.
La vecchia Ritmo cominciò a soffrire, a sbuffare invocando acqua fresca
per il radiatore.
Polvere e sassi, la strada costeggiava una collina di arenaria, un ambiente di
vago sapore lunare ma d'improvviso, a sinistra, il panorama si aprì,
la strada si inerpicava in una valle immersa nel verde.
Antonio fermò l'auto, spense il motore.
L'armonia dei monti, linee sospese nell'azzurro del cielo che
si intrecciano in armoniosi grovigli, i boschi dall'apparenza immacolata,
il silenzio e la voce della natura, del vento, delle foglie, dell'erba piegata
al veloce passare di qualche riccio, della caduta della castagna sfuggita allo
scoiattolo spaventato dall'arrivo della Ritmo. Un sasso rotolò lungo
la china, ascoltarono lo scorrere d'acqua lontano, il frangersi sui massi
d'una cascatella, il rincorrersi delle onde di piccoli ruscelletti a far
a gara a chi arrivava prima giù dalla grande mamma, la Trebbia che le aspettava.
A perdita d'occhio non una strada, una casa, un palo della luce, nulla,
solo verde, il nero scuro delle ombre, e montagne.
Forse novecento anni fa, esploratori dei Galli Boj provenienti dalle pianure
ancora occupate dai latini romani, non ci saremmo più mossi da qui. Avremmo
cercato e trovato un modus vivendi con i Liguri già insediati, lasciato
i nemici romani oltre il confine di Rivergaro, ed iniziato una nuova avventura.
Invece, naturalmente, Esmeralda guardò Antonio significativamente e,
subito, ripartirono, la strada tornò a tuffarsi in declivi più morbidi,
su un lato apparve uno steccato, sull'altro more e frutti di bosco, a volontà,
per il piacere dei bambini e degli adulti mai cresciuti.
Dopo una curva, le case di San Cristoforo Dezza, con i muri fatti coi sassi
strappati al greto della Trebbia, i tetti con le tegole rosse cotte nel forno
dietro l'angolo, con l'antenna della TV protesa verso il Penice, grano
accatastato di fianco a trattori e falciatrici, galline a ruzzolare tra vecchie
Simca (l'auto di tutti i dì) e fiammanti Alfette (l'auto della
domenica e del dì di festa).
Nel bel mezzo del paese, una curva a gomito, una strada a rampichino, tuttosterzo
e via, su di prima, poi seconda, non va, di nuovo prima, l'ululato del motore,
le sgommate in curva tra sassolini impertinenti schizzati tuttattorno e il siùr
Pirelli che se la ride bel contento.
Così arrivarono alla casa di Giuseppe, un portico, un'aia piccola
piccola, il rischio d'accoppare uno dei duemila gatti intenti a dormire
al tepore del sole.
S'aggirava la casa a sinistra e sempre di curva appariva la nuova salita,
dove non osano le aquile, con la strada che diventava stradello e forse sentiero,
con avvallamenti e sconnessioni perché quando piove vien giù l'acqua
dal monte, attraversa la strada e scende giù a valle, di tanto in tanto
facendo sosta a riempir qualche pozzo.
Quasi un chilometro così.
Antonio non superò i cento metri, al secondo avvallamento il motore si
spense e con ci fu verso di farlo ripartire.
Seduto sull'uscio di casa Giuseppe li guardava. I gomiti appoggiati sulle
ginocchia, la maglia ingiallita di lana grezza e, tra le mani, un bastone.
Il vecchio Flick scaldava il pelo rossastro ai raggi solari, sonnecchiando, mentre
un nugolo di micetti s'azzuffava d'attorno. Sul muretto la gatta,
Mousin, fingendo indifferenza, vigilava.
Esmeralda scese dall'auto mentre Antonio, preoccupato, si chiedeva dove
mai avrebbe potuto trovare, a quell'altezza, un meccanico.
Giuseppe regalò un mezzo sorriso, vagamente ironico: non preoccuparti,
succede a molti. Adesso vi fermate qui e tra poco ripartite, bei decisi; bisogna
saperla prendere, la salita.
Esmeralda gli restituì il sorriso, impegnandosi nella ricerca di un dialogo.
Mentre il motore riposava, Esmeralda parlava, parlava (ma non era lei che, quandoparlavoio,
m'intimava di tacere?, si chiese Antonio) e Giuseppe sorrideva, gli occhi
verdi che parevano tuttuno col paesaggio, i campi, i boschi, i monti.
I ragazzi di Mogliazze? Si, stanno lassù, indicò puntando verso
il cielo, più o meno a tre tiri di schioppo, unità di misura ufficiale
di noialtri contadini di montagna.
Si, un tempo Mogliazze era un paese come tanti paesi di questa montagna, dove
forse non era facile la vita, lavoravi duro, lavoravi una vita, ma era la nostra
vita.
Gli occhi di Giuseppe si fecero lucidi e, per un attimo, Antonio e Esmeralda
ebbero l'impressione dello scorrere di volti dei tanti amici che pian piano
se ne erano andati, seguendo i genitori, alla ricerca di lavoro, di condizioni
di vita migliori giù in città.
E per chi è rimasto, come Giuseppe?
Niente, s'è passata una vita a lavorare, seguendo i ritmi e le
stagioni di questa terra, ricordando gli amici dei giochi da fanciullo, senza
la speranza di trovare una donna disposta a venire sui monti: così, è
arrivato il tempo del saluto a mamma, poi il turno del signor padre, ed ora son
qui, con i miei compagni gatti, gli amici cani, le patate che crescono.
Le Mogliazze? Erano rimaste solo le case di sassi e erba, erba dappertutto, erba
che si mangiava tutto, che avrebbe rovinato tutto.
Per un attimo lo sguardo di Giuseppe sembrò perdersi in un vuoto senza
futuro, nella paura di un presente fatto di silenzio, il silenzio del deserto.
L'ultimo a resistere, a provarci, fu Armenio.
Teneva una vacca che gli dava latte, due tori, capre. Provò anche a prender
moglie, perché si può vivere in solitudine, ma insieme è
meglio.
Firmò un contratto, certi mediatori gli trovarono una fanciulla giù
in Calabria. Si faceva la fame, in Calabria, terra brulla, terra amara, e anche
dove la terra era verde e generosa ci pensavano i briganti o i latifondisti a
lasciarti poca speranza.
Ogni mattina dalle case del paese uscivano gli uomini con buoi e attrezzi e se
ne andavano verso i campi, a gruppi, per difendersi dalle bande dei paesi confinanti.
Le donne aprivano le porte, galline e conigli e maiali uscivano ad invadere le
strade, le piazze del paese, trasformandolo in un'unica aia, un grande pollaio:
non esistevano fattorie, case isolate, laggiù in Calabria, ed ogni paese
era una fortezza dove alla sera ci si rifugiava.
Allora alla sera, mentre nella stanza a fianco l'asino continuava a girare
muovendo il frantoio, macinando le olive raccolte con la luce del sole, la famiglia
si contava, i figli si dividevano il pane e la ragazza da maritare poteva salire
sul treno, pensare alle montagne di quassù come un Eldorado.
Ci son molte ragazze venute da laggiù, tra questi monti. Quei mediatori
ci sapevano fare. Molte si son maritate, molti giovanotti hanno il padre di quassù
e la mamma venuta da lontano.
Armenio no.
Fatto il contratto, scambiate le foto e le promesse e pattuiti tutti i dettagli
dell'affare, compreso il dovuto al mediatore, Annunciata venne in esplorazione
con due fratelli. Andò tutto bene, fino a Bobbio, poi il lungo viaggio
fin quassù le ha tolto la voglia.
Eppure Armenio le piaceva, ma isolarsi quassù no.
Annunciata e i suoi fratelli non vollero fermarsi, iniziava a nevicare ma
si misero in cammino lo stesso, ritornarono a Bobbio, si fermarono all'albergo,
quello che dava con le finestre sul ponte gobbo, e il mediatore non ebbe difficoltà
a trovar un'altra occasione, a Confiente, ad iniziare una nuova trattativa, ad
abbozzare le condizioni, il compenso, la dote.
Così Armenio rimase solo e pian piano si disamorò della sua terra
e alla fine, dopo tre lunghe notti passate a pensare, lasciò le Mogliazze
al loro destino.
Si racconta che andò giù fino a Bobbio di corsa, anche se di
neve ne era scesa già un bel pò, ma doveva far presto, arrivare
prima che Annunciata si maritasse davvero, arrivare prima del giorno di mercato,
del giorno degli affari.
Una pausa, un attimo di silenzio, di raccolta dei ricordi.
Sono passati gli anni e qui l'ultimo uomo da qui alla cima del monte,
sei tiri di schioppo, sono rimasto solo io ma prima che fosse troppo tardi, prima
che le vecchie pietre cominciassero a crollare, prima che crollassero le scale
fatte di sassi sostenuti dal legno piantato nel muro, sono arrivati loro, hanno
strappato le erbe di troppo e oggi, oggi il paese rivive.
Lo sguardo di Giuseppe tornò a perdersi nell'indistinto orizzonte
fatto di pensieri che non vengono condivisi.
Antonio ne approfittò per avvicinarsi alla fontanella che sgorgava poco
più aventi, un limpido zampillo nemmeno azzurro, trasparente, acqua talmente
chiara da poter ammirare il verde dei sassi sottostanti ricoperti di muschio.
Su un muretto, di lato, una scodella di alluminio segnata dal tempo con qualche
bozzo, a disposizione dei pellegrini per placare la sete del cammino.
Tenendo la scodella con entrambe le mani bevve l'acqua lasciandola scivolare
in gola e in parte sul viso, giù a scorrere lungo il collo, a bagnare la
camicia, per goderne appieno tutta la freschezza.
Con la mano si asciugò le labbra e il mento, gli sfuggì uno starnuto.
Appagato, tornò da Giuseppe ed Esmeralda.
Coltivano pomodori. Se voi arrivate lassù nessuno vi chiede nulla,
vi trovate a lavorare, ora è tempo di conserva, ci sono mille vasi da riempire.
Ma puoi aiutare con le capre, puoi dare una mano nei lavori, non ne mancano mai.
Puoi chiedere di fermarti, puoi dormire se hai una coperta, puoi restare giorni
e giorni a lavorare, se hai di che mantenerti. Oppure puoi restare un giorno e
chiaccherare, a giocare coi bambini e magari, se sei fortunato, capiti nel cortile
agghindato con le bandierine, e un tavolo pieno di cose buone, forse è
il compleanno di una delle bambine, forse è l'arrivo di un vecchio
amico, perché lassù c'è sempre l'occasione per
fare festa.
No, non sono gente di qua, noi non andiamo mai da loro, la diversità
c'è, si dice che loro e noi siamo culture diverse, noi gente di montagna,
nata in queste montagne, loro arrivati da altrove, ma è bello sapere che,
grazie a loro, un paese antico, un nostro paese non muore.
Il racconto di Giuseppe era finito e le prime ombre dell'imbrunire s'allungavano
lungo i campi, il sole andava a giocare a nascondino dietro ai monti, Antonio
ed Esmeralda per quel giorno decisero di non disturbare la pace dell'isola
nascosta tra i monti.
Accettarono, stupiti, il sacco di patate che Giuseppe offrì, Esmeralda
contraccambiò con un bacio, Antonio salì in macchina e il motore
si avviò. Te l'avevo detto, bastava farlo riposare, voi di città
avete sempre troppa fretta, non sapete aspettare.
Beh, almeno quella volta aspettarono, nel mentre ripartivano e la Ritmo si
riavviava, lo sguardo andò verso la cima del monte: le Mogliazze sono un
frutto prelibato, da assaporare e gustare lentamente, per intero, con serenità.
Torneremo.
L'estate dopo Antonio ed Esmeralda passarono una lunga giornata a riempire
vasetti di conserva e a prepararli nelle ceste da portare ai mercati, e così
ogni anno, una volta a prendere formagge, e quando la gente del paese decise di
non tenere più capre, a prendere miele, o altrimenti marmellate, o infusi
per liberare i bronchi, o profumi per la casa ma soprattutto, sempre, un saluto,
un sorriso scambiato con quei ragazzi venuti da lontano per vivere in un'isola
sui monti.
E Giuseppe?
Non lo incontrarono più, ogni volta la porta era chiusa, sulla strada che
curvava non trovarono più né Flick e neppure Musin.
Del resto, ormai Antonio aveva imparato a prendere la strada, col tempo giusto.
Si limitarono soltanto, ogni volta, a lasciare al vecchio amico una bottiglia
di vino della collina sull'uscio, eppoi via, in su, col rampichino innestato.
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