Mara
di Claudio Arzani, 2003 - 2004, capitolo centrale del
romanzo inedito -e incompleto- "Il bosco del Tempio"
Bobbio, 29 settembre 1954
Alzò la saracinesca del negozio di frutta e verdura, di faccia al monastero,
al civico 12 di piazza Santa Fara, ammirando i colori del cielo e della vetta
del monte che si stagliava alle spalle della torre campanaria di San Lorenzo.
Come ogni mattina prestò orecchio all'allegro vociare dei ragazzini
in arrivo da vicolo Voltone, da cantone San Lorenzo, dal cantone del Castellaro,
intenti a rincorrersi, a canzonarsi, ad intrecciare immancabili filarini, nel
mentre si avviavano verso il quotidiano appuntamento scolastico.
Aveva già preparato le cassette con i prodotti freschi di giornata
e Rosina, la prima cliente, era già sull'angolo, sotto il porticato
del palazzo di fianco, ad aspettare.
I vecchi.
Più tempo hanno e più sembra debbano bruciare il tempo. Non è
solo questione d'insonnia, è proprio che sembra debbano far presto,
arrivare all'alba, altrimenti, chissà, l'insalata cresciuta
nell'orto potrebbe scappar via.
Rosina era sempre la prima cliente della giornata, puntuale come un treno svizzero,
come l'immancabile appuntamento con il libro del destino.
Al massimo alle nove aveva già finito il lento peregrinare di bottega in
bottega, come avesse chissà di che fare nel resto della lunghissima giornata.
Mara s'allacciò il grembiule, allora, Rosina, cosa le serviamo
stamane?
Non era un giorno qualunque, il suo Sergio quella mattina si presentava all'amministrazione
dell'ospedale, per il suo primo giorno di lavoro.
Fattorino, con mansioni di aiuto al Ragioniere!
Era un bel risultato, un ottimo lavoro, ad annunciarlo in contrada San Giuseppe
aveva sentito, percepito tra i vicini anche qualche invidia: il suo Sergio era
a posto!
Veramente il contratto era per una settimana, poi di settimana in settimana
poteva rinnovarsi al bisogno, ma si sa, son posti che una volta entrati poi non
esci più, se te lo sai conservare.
Una bella soddisfazione, dopo tanto penare.
Mamma e papà l'avevano accompagnata in paese ventanni prima,
quasi in gran segreto.
Erano partiti alla mattina, dalla loro casa in zona golenale, in riva al grande
fiume, a Roncaglia, approfittando di un passaggio in camion fino in città.
Da lì, in corriera, il viaggio che le era parso lunghissimo, due ore sulla
strada che dalla pianura saliva in collina e infine si inerpicava tra i monti
della valle della Trebbia. La pianura alle spalle, via verso quei posti sconosciuti.
Una fuga: non poteva più restare a Roncaglia, ormai per tutti era la donna
posseduta dal demonio, una strega.
Era stata una notte d'amore lunghissima.
Un regalo di Edmunda che l'avrebbe accompagnata per tutta la vita.
L'avevano sempre canzonata per via di quella gamba claudicante, quella
gamba più piccola e più corta dell'altra, e certo lei non
poteva sperare di far battere il cuore del bel Fausto.
O forse si, a ragionarci ora, potevano non significar nulla le risate di scherno
dei ragazzini che sicuramente avevano, aldilà delle apparenze, ancor meno
certezze di quante non ne avesse lei.
Ma, allora, quando si è giovani, ci si sente anatrocolli, si crede
che l'unica bellezza che conta sia quella esteriore del cigno.
Forse, ragionando con la forza e l'esperienza dei suoi quarantasette
anni, oggi farebbe la corte al bel Fausto, anzi si farebbe corteggiare, troverebbe
il modo perché lui si capacitasse della voglia di stare con lei, ma allora
aveva ventanni e poco più, allora l'incontro promosso da Edmunda,
quella notte d'amore le era parso il momento più alto che valeva
una vita.
Si, la vita la valeva, perché da quella notte era nato Sergio, ma poteva
essere tanto più facile.
Invece, dopo quella notte d'amore, dopo la notte del peccato, la fuga con
i genitori, nemmeno fosse stata Maria con Giuseppe (però mancava la cometa),
la fuga della vergogna, via a nascondersi sui monti, dove non conosceva nessuno,
dove nessuno la conosceva, e Sergio era diventato il figlio di un padre immaginario
caduto nella sabbia della terra d'Africa, durante la battaglia del Tembien,
nemmeno una tomba su cui piangere, misere ossa a consumarsi, a brillare sotto
il sole inclemente.
Così l'avevano accettata, così aveva vissuto col suo piccolo
commercio, vendendo i prodotti dell'orto e quelli che le portavano i contadini.
Anche in questo era stata fortunata. All'inizio erano molte le difficoltà,
aveva i prodotti dell'orto, ma nessuno le portava nulla: i contadini affidavano
i loro prodotti al mercato, o li vendevano direttamente. Le sue cassette, in negozio,
erano spesso vuote e i pomodori servivano non per la vendita ma per sopperire
alla mancanza di soldi.
Un sorriso le cambiò la vita.
Bobbio, 8 luglio 1944
Era il sette luglio 1944, i nazisti e i fascisti avevano abbandonato il paese
qualche giorno prima, di fretta e furia, tra urla, rombo di motori, richiami,
soldati che saltavano sui camion, moto in partenza, camionette che sfoggiavano
mitragliatrici da farti sbiancare e che finalmente se ne andavano.
Seguì il silenzio, quel silenzio carico di tensioni e di paure di un
paese in attesa dell'ignoto.
Al silenzio dell'ignoto seguì il silenzio rotto dal soffuso rumore
dei passi degli scarponi di quei ragazzi che arrivarono scendendo dalle vette,
uscendo dal profondo dei boschi dove erano riparati. Anche loro, almeno alcuni,
in divisa, vecchie divise non più assistite dalle furerie, divise da alpino,
da fanteria, da carrista, perfino un marinaio, divise di un esercito che l'8
di settembre dell'anno prima era stato sciolto.
Presero possesso del paese, quel 7 di luglio si accamparono, al silenzio fecero
seguire urla di gioia, canti, bevute a non finire, mentre la gente guardinga se
ne stava nelle case e solo dopo qualche ora i primi, coraggiosi, uscirono a fraternizzare:
nasceva la "libera repubblica di Bobbio" e tra quei soldati, che i
tedeschi e i fascisti chiamavano banditi, a passare la prima notte al riparo dei
chiostri dell'abbazia, c'era Donato.
Veniva da Coli, una decina di chilometri più su tra le vette imbiancate
e i boschi del verde perenne.
L'8 settembre era a Cuneo, aveva indossato abiti civili e camminato, camminato,
camminato al calar del sole, nascosto di giorno e a camminare la notte, tornato
a casa e subito rifuggito, su nei boschi dove si formavano le prime bande di banditi.
All'alba dell'8 luglio, dopo una notte di festa, Donato fu disturbato
da quella saracinesca che si alzava, ancora assonnato andò a vedere, ammirò
i seni e i fianchi larghi e sorrise a Mara.
Furono mesi splendidi.
Lui arrivava, con gli scarponcini perennemente slacciati, il foulard al collo,
la camicia aperta - del resto aveva perso i bottoni -, sembrava un divo
del cinematografo, con un sorriso talmente splendente che forse bastò quello
a metterla in cinta.
Una coppia indissolubile e mentre conosceva la sua gente, la famiglia di Donato,
i suoi amici, Mara, ammirando quel ragazzone mentre rotolava con il piccolo Sergio,
poteva dirsi ad un passo dal sentirsi felice.
Della sua gamba più piccola e più corta, del suo andare claudicante?
Chi se ne ricordava più?
Lui l'afferrava per i fianchi e, ridendo, la sollevava, la faceva volare
su, verso il cielo, pienamente, totalmente innamorata.
Pienamente, totalmente felice.
Perino di Coli, 14 novembre 1944
Arrivò il terribile inverno, arrivò l'ora del grande rastrellamento,
le truppe mongole che riconquistarono la valle, spazzando via senza pietà
tutti quei ragazzi.
Morti ovunque, morti in violentissimi scontri a fuoco diretti, morti senza
più pallottole inseguiti negli angoli stretti delle strade tra le case
di sasso, morti fucilati con le mani legate, morti imprecando, morti urlando,
morti piangendo, morti invocando la mamma, morti colpiti alle spalle scappando,
morti con odio, morti di paura, morti di dolore, morti sdraiati sul selciato a
guardare verso il cielo, morti supini in piazza della cattedrale come a dormire
mentre le tenebre dell'occupazione ancora stendevano il loro pesante velo
tra i monti.
Donato era sceso a Perino, ai confini della libera Repubblica, sulle barricate
che dovevano fermare l'orda corazzata.
Semplicemente, non tornò più.
Dissero che forse era uno dei corpi che per settimane i mongoli, dopo averli
straziati con le baionette, lasciarono appesi alle piante poco prima del ponte
all'ingresso del paese.
Mara non cercò mai di scoprirlo e nessuno seppe mai dove li portarono:
orami irriconoscibili, ormai carne in decomposizione li caricarono su un camion
e li portarono verso il fondo valle.
E la gente della valle, da quel momento Le si strinse d'attorno, Mara
diventò una di loro: il dolore rimaneva, ma la gente cominciò a
far riferimento al negozio della Mara che aveva sempre i prodotti migliori da
quelli di Coli.
Bobbio, 29 settembre 1954
Così Sergio cresceva, e oggi, oggi finalmente - Lei se lo vedeva
-, oggi indossava la casacca di fattorino all'ospedale, con mansioni di
aiuto al Ragioniere!
La Rosina non ci fece caso, ma quel giorno portò via le sue solite
foglie d'insalata inumidite da una lacrima della Mara.
Una lacrima sfuggita a Mara nel mentre la piccola Sara arrivava correndo, scappando
dai monaci della Biblioteca di Santa Fara.
Rideva, la Sara, rideva con gli occhi azzurri come le acque del fiume, riflessi
verdi come l'erba dei campi dove aveva vissuto il suo papà che lei
non aveva mai conosciuto.
Il suo papà, Donato, caduto per difendere il futuro della sua valle
verde e azzurra.
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