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Claudio Arzani - Racconti e Poesie

Locale 11420 per Reggio Emilia, Parma, Piacenza

In partenza sul primo binario

di Claudio Arzani, 1990 (versione luglio 2004)

 

Stanco, mentalmente stanco e, nel contempo, rilassato.
Sentiva la felice sensazione di estraneità dai ritmi convulsi del tempo moderno; sorrise, vestendosi degli abiti di Ernesto Calindri, contro il logorio della vita moderna, una piazza a traffico incessante, tra clacson, stridii, rombi, fumi, attraversamenti veloci e, nel bel mezzo, Calindri, capace di fermare il mondo, un tavolino da bar, un buon Cynar.
La pensilina della stazione di Modena, binari secondo e terzo, era il suo tavolino; il Locale 11420, vecchia littorina di antiche glorie e miglior fortuna, il suo Cynar.

"Modena, Modena, stazione di Modena, per Carpi, Suzzara, Mantova si cambia", ripeteva stancamente uno speaker annoiato, con la voce resa metallica dall'impianto che richiedeva un buon intervento tecnico.

I pochi viaggiatori in attesa, qualche studente, un impiegato col nodo della cravatta smollato, due ragazze nere dai grandi occhi perennemente tristi, guardavano con una certa apprensione il cielo che velocemente lasciava spazio al buio della notte.
L'estate era alle spalle: le ore di luce fino a tarda sera, il calore del sole null'altro che un ricordo.

Il rombo, atteso e temuto, del tuono preannunciò il temporale; un piccione, riparato sotto la tettoia, sbattè le ali, si raccolse nascondendo il capo e la pioggia, liberata e liberatoria, iniziò a cadere, con forza.

Salì sulla littorina semideserta, scambiando un'occhiata distratta col tizio intento nella lettura del Corriere, passò lentamente lungo il corridoio alla ricerca d'un posto 'adeguato': un posto di finestrino, le spalle alla direzione di marcia.
Si accomodò con il sapore di cose d'un altro tempo, d'un paese ancora in bilico tra campagne e industrie, quando la vecchia littorina era un gioiello del progresso italico.
Il velluto verde dei sedili, un forte ed acre odore che il tasso di umidità sembrava strappare alla finta pelle delle finiture, guardò la stazione scorrere lentamente, con i muri - e la gente - deformati dal velo d'acqua che copriva il finestrino.
Chiuse gli occhi, ascoltando il ticchettio delle gocce sul tetto: la città alle spalle, il treno lanciato nella campagna immersa nel buio della sera, immaginò il respiro della natura, i campi che accoglievano l'acqua mandata dal cielo.

Guardò il vetro, imperlato di umidità, impenetrabile velo di gocce in frenetica attività, e in quell'istante una ragazza, qualche sedile più avanti, si alzò, stiracchiandosi pigramente, infilando un giubbotto, finta marmotta.
Contemporaneamente la littorina, con uno stridio di dolore, iniziò una lunga frenata.
Nel buio, tra la pioggia, intuì la luce d'una lampada appesa che a malapena illuminava l'ingresso della stazione: "Rubiera, stazione di Rubiera, treno locale per Reggio Emilia, Parma, Piacenza in partenza sul primo binario", uscì dall'altoparlante, mentre guardava la ragazza col giubbotto, i lunghi capelli neri arruffati dal vento, correre verso la luce della lampada, alla ricerca del riparo dalla pioggia inclemente.

Si strinse addosso la giubba, alla ricerca d'una sensazione di calore e s'immaginò lontano, negli anni dell'infanzia, quella casa su, in Val Chero, località case Bora, dal nome del rigagnolo che scendeva dalla collina verso il torrente a valle.
Rivide il nonno, stanco al ritorno dalla stalla, toglieva il cappello e il tabarro, gli stivali di gomma sporchi di mota, avvicinandosi alla stufetta di ghisa al centro della stanza per scaldare le mani.
"Cichinu!", lo rimbrottava in tono severo la nonna indicando gli stivali e continuando a mescolare sul fuoco del camino.
Tutta la famiglia, sette persone, più lui, "al burcai", in attesa della cena si riuniva nella calda stanza adibita a cucina, aspettando al ziu Giuàn.

La terra, un vigneto, un po' di grano, qualche pertica a bosco, pascolo e la stalla con Bianchina, un maiale all'ingrasso, qualche gallina e gli instancabili conigli.
Ma, a Giovanni, non bastava.
Era partito militare e, al ritorno, raccontava d'una vita sconosciuta, delle sirene operaie, dei palazzi a spuntar come funghi, e tutti, la sera, fuori a girare sempre col vestito della festa, nei bar a vedere la televisione, coi soldi in tasca per giocare al biliardo.
Per questo il nonno gli comprò la Gilera e Giovanni, alle quattro, salutava dalla porta della stalla, scendeva in città, manovale in un cantiere, per ritornare a sera tardi, sognando di poter portare tutti, in città.

Uno sbalzo improvviso lo sottrasse ai ricordi, riportandolo allo sferragliare della littorina sui binari della padania: un rumore cupo, sordo, una specie di ruggito soffocato, e ricordò lo stesso rumore, tanti anni prima.

Scappava di sopra, nella stanza buia dei nonni, apriva la finestra restando col volto rigato dalla pioggia ad ascoltare il rumore cupo del torrente ingrossato nel fondovalle: presto le acque avrebbero vinto la resistenza del ponte - due tronchi uniti da assi abilmente inchiodate - e l'avrebbero trascinato giù, per qualche chilometro nella valle.
Allora lo zio sarebbe rimasto sull'altra sponda del furente torrente in piena, per qualche giorno ospite nella fattoria del Romano.
Ma che sollievo invece, per tutti, quando finalmente qualcuno bussava ed era la nonna ad aprire il catenaccio, a salutare per prima il figlio.

E il nonno, ostentando indifferenza, finalmente accendeva la pipa.

Di nuovo lo stridio delle ruote, bloccate, costrette a scivolare sulle rotaie, a lacerare il ferro col ferro: Reggio Emilia, la città, piena di colori, di luci, di rumori, di vita; pioggia o non pioggia, senza sosta. Alzò le spalle, la fuga era finita: scese di corsa dal Locale 11420, una breve attesa e sarebbe arrivato il Diretto da Ancona, un viaggio veloce, stazioncine ignorate e finalmente Piacenza, tempi moderni, nemmeno il tempo di leggere un libro.
In fondo Calindri era ormai vecchio, sempre più ricordo lontano ormai sbiadito, non poteva più fermare il mondo.

La porta della vettura si aprì automaticamente, con uno sbuffo; salì sul Diretto, con un po' di fortuna poteva ancora arrivare in tempo per il telegiornale.


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