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Alex Stefani

Alex Stefani

Nato a Genova

Residenza: Genova

Generi: noir, articoli divulgativi e scientifici, recensioni

 

Sono nato e vivo a Genova, città di mare che è un magnifico sfondo per le storie noir, come Napoli e Marsiglia. Dopo l’Istituto Nautico e una breve esperienza per mare, ho iniziato a lavorare presso un’azienda multinazionale svedese che si occupava di sistemi di controllo automatico per le navi. Il controllo automatico e l’automazione hanno sempre esercitato su di me un grande fascino perché rappresentano per l’uomo un modo per estendere le proprie capacità oltre i propri limiti.

Questo mestiere mi ha portato a viaggiare molto e a conoscere tante persone di razza e cultura diversa dalla mia. Credo che questa sia un’esperienza importante per chi voglia cimentarsi nel mondo dello scrivere perché aiuta ad aprire la mente.

Attualmente mi occupo di marketing strategico presso un Gruppo Italiano che progetta sistemi di sicurezza per le navi e in particolare quelle da crociera. Sicurezza significa prevenire e combattere efficacemente uno dei fenomeni più potenzialmente catastrofici che possano accadere su una nave: l’incendio.

Il mio compito insieme ad altri colleghi è quello di analizzare le richieste del mercato e di sviluppare sistemi in grado di rilevare rapidamente l’insorgere dell’incendio e di suggerire la strategia più efficace per combatterlo grazie all’impiego di calcolatori.

Il mio rapporto con il mondo della letteratura inizia quando ero alle scuole medie e scoprii grandi narratori come Jules Verne e Arthur Conan Doyle, con “Il mondo perduto”. A diciassette anni entrai nella letteratura dei “grandi” quando la mia insegnante di lettere mi fece leggere un romanzo che si intitolava “Il grande sonno” di Raymond Chandler. Da quel momento nacque la mia passione per i romanzi in generale e per il noir in particolare.

La mia esperienza letteraria (anche se non mi considero uno scrittore) nasce alcuni anni fa.

Il primo romanzo si intitola “Il destino di Valeria”, una storia noir ambientata a Genova e viene pubblicato da una Casa Editrice Genovese, la Nuova Editrice Genovese, grazie anche all’aiuto di un carissimo amico anche lui uomo e scrittore di mare nonchè editore/giornalista che è stato un po’ il mio Pigmalione.

Nel 2006 ho pubblicato il secondo romanzo “Camera 311”, con Frilli Editori, anche questo un noir genovese.

L’ultima opera pubblicata è del 2014. L’editore è Europa Edizioni e il titolo è “Il mio mestiere sono i guai” che è il sequel de “Il destino di Valeria”.

A causa del mio lavoro impiego parecchio tempo a completare un’opera. Attualmente ho terminato il quarto romanzo che ha il titolo provvisorio “L’ultima notte” ed è in valutazione presso un editore.

L’ultima fatica è in corso di scrittura sarà ancora un noir genovese e ruoterà attorno ad una moneta misteriosamente scomparsa, un Genovino.

I miei romanzi sono stati recensiti (spontaneamente) dai mezzi di informazione sempre con favore e sono citato fra gli autori genovesi di riferimento nel saggio “Genova tra le righe” di Federica Merlanti.

Ho collaborato con alcune recensioni di autori famosi su Thriller Cafè (http://www.thrillercafe.it/author/alexstefani/) e una mia intervista è stata pubblicata su NOIR ITALIANO (https://noiritaliano.wordpress.com/2013/05/17/una-birra-con-alex-stefani/)

Partecipo con riluttanza a concorsi (il mio miglior piazzamento è stato un terzo posto) perché credo siano ormai troppo inflazionati e le giurie non sempre imparziali. Come esperto di marketing nel mondo dell’industria mi ha spiacevolmente sorpreso la scarsa professionalità di diverse case editrici che sono del tutto incapaci di valorizzare e promuovere il prodotto sul mercato.

Ho due figli e un fedelissimo ed inseparabile compagno che si chiama Frodo, un golden retriver che ho anche usato come personaggio di contorno in un romanzo.

IL DESTINO DI VALERIA (1999)

NUOVA EDITRICE GENOVESE

224 pagine, genere noir

 

Il racconto comincia nel corso di un’estate afosa e si esaurisce nel giro di poche settimane, anche se l’epilogo della vicenda avviene qualche mese dopo.

Il protagonista, Davide Manara, è un dirigente in carriera e lavora in un cantiere navale.

Sin dall’inizio della storia si avverte l’insoddisfazione e l’inquietudine del personaggio che pare essere alla soglia di un’evoluzione nel suo modo di affrontare l’esistenza. L’uomo è combattuto fra le sue responsabilità familiari e il suo desiderio di prendere finalmente in mano le redini di una vita, vissuta fino a quel momento secondo i desideri e le aspettative degli altri più che seguendo i propri impulsi.

A mettere in discussione tutte le sue scelte arriva, come mandata da un destino al quale non ci si può sottrarre, Valeria, una ricca ed annoiata signora, proprietaria di un negozio di abbigliamento, che sin dal primo momento, affascina Davide.

L’incontro fra i due avviene del tutto casualmente e in seguito ad un fattaccio: la resa dei conti fra due gruppi di malavitosi per una partita di droga.

Per una serie di coincidenze l’auto usata dai malviventi è stata rubata a Valeria e sarà proprio Davide a ritrovarla in prossimità del suo appartamento.

A partire da quel momento la vita del tranquillo dirigente prende una nuova piega. Da impiegato modello e marito fedele l’uomo si trasforma. Assente dal lavoro e coinvolto, quasi incredulo, in una passione ardente per la accattivante ed imprevedibile Valeria di cui non riesce a capire fino in fondo i sentimenti e le emozioni, Davide inizia una frenetica esistenza fatta di incontri d’amore e fughe da violenti scagnozzi che lo minacciano di morte.

A complicare le cose intervengono la giovanissima e provocante commessa di Valeria e un amico di infanzia di Davide divenuto ora, a quanto si dice, e malgrado l’incredulità del vecchio amico, un noto e cinico spacciatore.

Entrambi paiono conoscere molto bene Valeria ed avere con lei un conto aperto.

La vicenda si snoda gradualmente verso un ‘inesorabile quanto misteriosa conclusione, dal momento che tutti sono sempre poco propensi a svelarsi fino in fondo e Davide nella sua timidezza e nel suo pudore nei confronti degli altri, non riesce mai a comprenderli o valutarli nella loro interezza.

Ciò che invece l’uomo sa è che per la prima volta è lui a decidere; il suo destino è finalmente nelle sue mani.

Per la ambigua e misteriosa Valeria Davide è pronto a lasciare la famiglia e anche il suo paese; è certo che ne valga la pena anche se la donna non è poi così innocente e sprovveduta come gli era parsa all’inizio.

Tutto sembra deciso. Ma sarà davvero la scelta giusta?

Recensioni: “Il Secolo XIX” a cura di Silvia Neonato e “Il Giornale Nuovo” a cura di

 

Modalità di acquisto: il volume è ormai fuori commercio.

CAMERA 311 HOTEL FONTANE MAROSE (2006 – 1 ristampa)

FRILLI EDITORI

ISBN 88-7563-212-X

260 pagine, genere noir

 

È un’ospite inaspettata la donna che si presenta all’albergo di Gianluca in una serata di un freddo Sabato. Viene da fuori Genova e ha bisogno di una camera per un paio di notti. L’albergo è completamente vuoto per il weekend e Gianluca non ha difficoltà a sistemarla, ignorando che quello sarà l’inizio di un’avventura che sconvolgerà il suo quieto modo di vivere.

Dopo una misteriosa telefonata nel cuore della notte, la donna scompare lasciando tutti i suoi effetti nella camera. A rendere ancora più intricata la situazione per Gianluca, due strani e minacciosi personaggi si presentano all’albergo per chiedere notizie della donna.

La sera successiva alla sua scomparsa, la donna si rifà viva con una telefonata e lo prega di andare a prenderla. Gianluca viene così a sapere che lei è riuscita miracolosamente a sfuggire a quei due personaggi che la cercavano e adesso ha bisogno d’aiuto.

Quale segreto nasconde? Dopo molte reticenze, lei gli racconta di essere venuta a Genova per rincontrarsi con il marito da poco scarcerato, dopo aver scontato una pena per una rapina commessa anni prima. Ha nascosto il malloppo e adesso vuole scappare all’estero con lei, per rifarsi una vita. Gianluca si sente attratto dalla donna e decide di aiutarla. Diviene così vittima di una caccia all’uomo da parte degli organizzatori del colpo che hanno dato incarico ad un pericoloso personaggio, chiamato il Professore, di recuperare il bottino ed è disposto a tutto pur di raggiungere il suo scopo.

Gianluca dovrà ricorrere all’aiuto di un vecchio amico per preparare un piano che lo porterà faccia a faccia con il Professore. Sarà una lotta senza quartiere giocata contro il tempo e a rischio della propria vita, fino ad un inaspettato finale.

 

Modalità di acquisto: Il romanzo è reperibile in alcune librerie a Genova e presso i seguenti bookstores:

http://www.ibs.it/code/9788875632120/stefani-alex/camera-311-hotel.html

http://www.mondadoristore.it/Camera-311-Hotel-Fontane-Alex-Stefani/eai978887563212/

http://www.amazon.it/Camera-311-Hotel-Fontane-Marose/dp/8875633908

IL MIO MESTIERE SONO I GUAI (2013)

EUROPA EDIZIONI

ISBN 978-88-97956-73-0

287 pagine, genere noir

 

Davide Manara è ritornato a Genova dopo aver trascorso cinque anni a Fort Lauderdale. Il suo ritorno non è casuale, anzi è quasi obbligato. Deve restituire un favore ad un amico che lo ha aiutato quando era arrivato solo e senza lavoro. Già, perché Davide Manara è in fuga dal suo passato che si chiama Valeria, la donna che ha amato al punto di rinunciare alla famiglia e alla sua posizione di direttore di un cantiere navale.

La loro passione si era però conclusa tragicamente. Valeria era infatti coinvolta in una losca storia del furto di denaro per pagare una partita di droga. Malgrado Davide avesse fatto di tutto per farle restituire il denaro lei era rimasta uccisa in un tragico regolamento di conti. Davide consapevole di aver perso tutto aveva deciso di andare lontano per dimenticare ed essere dimenticato.

Il suo ritorno ha un obiettivo, anzi è una missione. Scoprire le cause dell’avaria che ha subito una nave da crociera della Compagnia Armatrice nella quale aveva lavorato e nella quale il suo amico ricopre una posizione importante.

Appena tornato si rende conto che Genova gli è matrigna. Capisce che non si può fuggire al proprio passato e una delle prime persone che incontra glielo dimostra. Si tratta del marito di Valeria, Marco Poggi, che ricopre l’incarico di direttore della sede locale della Compagnia. Questi lo ritiene colpevole della morte di Valeria e gli manifesta tutto il suo disprezzo.

Ma questo non è il solo evento negativo. Un altro nemico si materializza subito dopo, come in un macabro rito di vendette da consumare. È Gianluca, un tempo suo amico e poi divenuto colui che controlla il traffico di droga in città. È proprio a lui che Valeria con un suo complice aveva rubato il denaro che non è mai stato più ritrovato. Gianluca è convinto che Davide sappia dove sia nascosto il denaro ed è pronto a ricorrere ad ogni mezzo per scoprirlo.

Davide decide di buttarsi a capofitto nell’indagine. Vuole far presto per andarsene prima possibile da una città dove tutti o quasi lo considerano come una sgradita presenza. Ma subito realizza che non si tratta di un incarico semplice. Si muove in un ambiente dove l’omertà è una regola e la verità un dettaglio secondario.

Nessuno lo aiuta, anzi non manca occasione per fargli capire che la sua presenza è d’intralcio. Riesce anche a scontrarsi con Nadine, la nuora dell’armatore e di fatto colei che ha in mano la Compagnia.

Unico riscontro positivo con il suo passato è l’incontro con Sabrina, la direttrice della boutique di cui era proprietaria Valeria. È l’unica che dimostra affetto nei suoi confronti.

Decide comunque di continuare la partita. Riesamina a fondo tutti i documenti e finalmente ha un’intuizione. Riesce a procurarsi la registrazione degli eventi accaduti prima dell’incidente e li fa analizzare da un esperto di sua fiducia.

La scoperta è sorprendente. Qualcuno ha manomesso il sistema di controllo della nave. Superato lo stupore iniziale, Davide comincia a capire che dietro l’incidente ci sono delle complicità e che il tutto potrebbe aver a che vedere con il tentativo di scalata alla Compagnia da parte di un agguerrito concorrente. Davide continua a scavare ma deve anche guardarsi dalla minaccia rappresentata da Gianluca che ricorre ad ogni mezzo per arrivare al denaro.

Un altro tragico evento complica la vita di Davide. Nadine, con la quale ha stretto un rapporto di collaborazione dopo gli scontri iniziali, lo chiama una sera e lo prega di raggiungerla. Giunto sul posto trova il marito di Valeria morto per le conseguenze di quelle che sembra essere stata un’aggressione. Decide comunque di non chiamare la polizia e fa in modo che Nadine possa andarsene senza rimanere coinvolta.

Iniziano le indagini sulla morte di Marco Poggi ed è quasi scontato che il primo sospettato sia proprio

Nonostante una situazione frustrante continua le sue indagini, quasi si trattasse di una lotta personale contro un destino avverso.

Seguendo l’indizio del finto incidente riesce a ricostruire gli eventi che lo hanno preceduto e a individuare il nome di un tecnico che ha effettuato una riparazione proprio sul sistema di controllo pochi giorni prima dell’incidente. Riesce a rintracciarlo e, dopo un drammatico confronto, ottiene la confessione che si è trattato di una manomissione. Non sa però chi glielo abbia ordinato.

Gianluca nel frattempo continua nella sua opera di ricerca del denaro scomparso. Privo di ogni scrupolo, cerca di colpire Davide in quello che crede un suo affetto: Sabrina.

La notorietà che gli ha dato il fatto di essere pubblicamente sospettato della morte di Marco Poggi ha un risvolto positivo per Davide. Riceve la telefonata di un avvocato che gli dice di essere il depositario delle ultime volontà di Valeria che lo ha nominato unico erede di una piccola fortuna. Davide capisce che si tratta del denaro scomparso e lo rifiuta ritenendolo la causa della morte di Valeria.

Venuto a conoscenza dell’atto di tentata violenza su Sabrina, Davide reagisce ed affronta con durezza Gianluca.

Poco a poco le tessere del puzzle si ricompongono e le verità abilmente nascoste tornano alla luce. Il colpevole della morte di Marco Poggi e chi ha organizzato l’incidente alla nave saranno scoperti sottoponendo però Davide ad una dura prova con sé stesso.

 

Modalità di acquisto: Reperibile tramite:

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INCIPIT

 

IL DESTINO DI VALERIA


CAPITOLO I


La pioggia iniziò a cadere fitta ed insistente, portata da nubi dense che si erano ammassate dal mare. Il rumore delle goccie che si infrangevano copriva i suoni sommessi della città ancora addormentata.

Era un temporale che spezzava l'afa di un'estate calda, opprimente che non lasciava alcuna tregua. Rivoli d'acqua impetuosa trascinavano con sè tutte quelle cose che non erano capaci di opporre un'adeguata resistenza. Come annunciato dalla pioggia un vento caldo e umido cominciò a spazzare gli angoli della città, spostando disordinatamente tutto quello che incontrava.

La finestra della stanza si aprì con un rumore secco e Davide aprì gli occhi. Mosso da un riflesso condizionato si ritrovò seduto sul bordo del letto mentre la sua mente iniziava a prendere lentamente consapevolezza della situazione.

Era ormai definitivamente sveglio quando si accorse di essere intento a chiudere la finestra. Si rese conto della pioggia dalla sensazione di bagnato che provava sul volto. Osservò le goccie che battevano contro i vetri con un rumore ritmico ed ossessivo. Avevano un colore dorato provocato dai riflessi della luce dei lampioni sulla strada. Si voltò verso il fondo della stanza per cercare di capire che ora era. Le lancette fosforescenti della sveglia indicavano che era appena l'una e mezza.

Una folla di pensieri disordinati si affacciò alla sua mente. Il ricordo della domenica appena trascorsa, gli riapparve in rapida successione come la pellicola di un film già vista.

Odiava la domenica trascorsa ad oziare in una casa troppo grande e vuota per lui. Quelle lunghe pause scandite da silenzi impossibili da riempire lo conducevano ad uno stato di prostrazione dal quale non riusciva a venirne fuori se non aiutandosi col pensiero che, presto, anche quel giorno sarebbe trascorso e si sarebbe rigenerato con una sana dose di stress da lavoro.

Il rintocco del campanile che batteva le due lo riportò rapidamente alla realtà. Una sensazione di solitudine lo attraversò e rapidamente la rigettò, convincendosi che l'unico responsabile di quella situazione era lui e che doveva decidersi a prendere quella decisione per troppo tempo rimandata.

Si sforzò di tornare a letto per tentare un'ardua riconciliazione con il sonno quando la sua attenzione fu attirata dallo stridio delle gomme di un'auto sull'asfalto bagnato. Attraverso i vetri scorse la sagoma scura di un'auto mentre affrontava a velocità sostenuta la curva che immetteva sul rettilineo di fronte alla sua abitazione.

' Nottata giusta per le competizioni ' mormorò tra sè, mentre si sdraiava sul letto, riprendendo la sua lotta personale contro l'insonnia..


CAMERA 311 HOTEL FONTANE MAROSE


CAPITOLO I


Il taxi scese lungo via Interiano ed attraversò piazza Fontane Marose.

La donna seduta sul sedile posteriore guardò nervosamente il cellulare domandandosi come mai lui non l’avesse ancora chiamata. Era trascorso abbastanza tempo

da quando l’aveva sentito, prima di uscire di casa per andare alla stazione Centrale di Milano e prendere

l’Intercity per Genova. Il taxi si accostò al marciapiede. “Questo è l’albergo, signora”, la informò il conducente.

L’albergo si trovava in fondo alla piazza, in una posizione un po’ appartata, dove questa si stringeva ed iniziava via XXV Aprile, che tagliava dritta due file di palazzi d’epoca.

Il palazzo che lo ospitava aveva le facciate lisce, di un colore giallo ocra, con persiane verde lucido.

Sulla targa d’ottone, sistemata a fianco dell’ingresso, c’era scritto “Hotel Intercontinentale”.

Erano le nove di sera e i pochi passanti ancora in giro a quell’ora camminavano frettolosamente, imbacuccati nei loro cappotti.

La signora scese e una folata di tramontana gelida la fece rabbrividire. Alzò il bavero del cappotto fino a coprirsi completamente il volto e si avviò verso l’ingresso, mentre

il tassista estraeva due valigie di pelle scura dal bagagliaio.

La donna appoggiò la mano sulla maniglia dorata della porta di cristallo ed entrò, seguita dall’uomo.

L’atrio era un locale non molto grande, illuminato da una luce morbida proveniente da lampade a muro appese a pareti di colore chiaro. Sulla destra si trovava il bancone in legno scuro della réception e di fronte un divano rivestito in stoffa dello stesso colore delle pareti con un tavolino

di marmo bianco. L’atrio comunicava con un corto corridoio in fondo al quale si trovava un ampio salone.

Dietro al bancone non c’era nessuno.

Sopraggiunse il tassista che posò le valigie davanti alla réception. La donna gli pagò la corsa, poi si guardò intorno alla ricerca di qualcuno.

Dal salone spuntò un uomo, abbastanza alto e di corporatura robusta, ma non grasso. Indossava una camicia azzurra su un paio di pantaloni scuri. Le si avvicinò sorridente.

“Buonasera signora. Cosa posso fare per lei?” domandò con aria cortese, mentre prendeva posto dietro al bancone.

“Buonasera. Ci dev’essere una prenotazione a nome di Francesca Contini”.

L’uomo aprì il registro e sfogliò le pagine. “Sì, tutto a posto. Posso avere un suo documento per

favore?”.

Francesca frugò nella borsa e tirò fuori il passaporto.

L’uomo lo prese e lo infilò in uno scomparto del casellario alle sue spalle, poi prese una chiave e la appoggiò

sul bancone.

“La camera è la 311. Si trova al terzo piano ed è piuttosto tranquilla. Solo un attimo e la faccio accompagnare”.

Uscì da dietro il bancone e si diresse verso il salone. Rispuntò subito dopo accompagnato da un’altra persona,sulla cinquantina passata, di peso medio, che camminava con passi corti e decisi. Aveva capelli neri e lucidi pettinati all’indietro che mettevano in evidenza una fronte spaziosa.

Il colore della pelle e i lineamenti marcati del volto lo facevano assomigliare ad un levantino. Gli occhi erano nascosti da un paio di lenti affumicate con una montatura dorata. Vestiva con una certa eleganza, tanto che a Francesca sembrò strano si trattasse di un facchino.

“Carlo, accompagna per favore la signora alla 311”, gli disse l’altro porgendogli la chiave.

Questi prese le valigie e, precedendo Francesca, si diresse verso la porta dell’ascensore che si trovava a metà del corridoio.

Salirono in silenzio fino al terzo piano.

Carlo aprì la porta della stanza ed accese le luci.

Francesca entrò in una stanza non molto spaziosa. Avvertì una fragranza di pulito.

Era arredata con pochi mobili in stile moderno. Al lato del letto a due piazze si trovava un armadio a doppia anta e, addossata alla parete opposta, una scrivania con una lampada da tavolo ed un televisore. A fianco della scrivania erano sistemate due poltrone con in mezzo un tavolino rotondo. Il pavimento era rivestito da una soffice moquette di una tonalità che si accompagnava con il

colore chiaro delle pareti.

Carlo depositò i bagagli vicino al letto. Francesca si guardò attorno soddisfatta, poi estrasse una banconota dalla borsa e la consegnò all’uomo che ringraziò ed uscì.

Si sedette sul bordo del letto e tirò fuori il cellulare dalla borsa. Ancora nessuna chiamata o messaggio. Cominciò a preoccuparsi. Forse era successo qualcosa. Rifiutò quell’ipotesi, accettando l’idea che Marco avrebbe aspettato ancora un po’ a telefonarle.

Avvertì un crampo allo stomaco che le ricordò che non toccava cibo da diverse ore. Si tolse il lungo cappotto nero che la copriva fino quasi ai piedi e uscì dalla stanza

per scendere nella hall.

La persona che l’aveva accolta era seduta dietro alla réception intenta a scrivere su un registro.

“Mi scusi”, gli disse appoggiando i gomiti sul bancone. “So che è molto tardi, però ho una fame da morire. Fa ancora servizio il ristorante?”.

L’uomo alzò la testa dal registro. “Purtroppo non abbiamo un ristorante in questo albergo. Solo prima colazione”, le disse, con espressione dispiaciuta. “E oggi che è domenica i ristoranti qui intorno sono tutti chiusi. Posso farle preparare un paio di sandwich, se si accontenta”.

“Sì, andranno benissimo. Grazie davvero”, annuì lei.

“Vado subito a farglieli preparare. Ci vorranno un paio di minuti”, rispose l’uomo alzandosi dalla sedia e dirigendosi verso il salone. Ritornò dopo un po’ reggendo un vassoio con sopra i panini ed un bicchiere di vino.

“Mi sono permesso di aggiungere del vino, pensando che l’avrebbe gradito. Tra l’altro, sembra abbastanza infreddolita”.

“Già, ho sempre sentito dire che in Liguria c’è un clima mite. Ma oggi non si direbbe”.

“È stata fortunata che non piove. In quest’ultima settimana lo ha fatto quasi tutti i giorni”.

Prese il passaporto dal casellario e glielo riconsegnò.

“Mi scusi signora, ma non ricordo per quanti giorni intende soggiornare”.

“Un paio, forse tre. Pensa che sia un problema?”.

“No, assolutamente. Non c’è molto movimento di questi tempi. C’è crisi in giro, e noi siamo tra i primi ad accorgercene. Piuttosto, se non sono indiscreto, posso

chiederle se è qui per turismo o affari?”.

“Né uno né l’altro”, rispose Francesca scuotendo latesta. “Aspetto una persona e poi partiremo per un lungo viaggio in un posto caldo. Me ne starò al sole tutto il giorno per dimenticare il freddo, la nebbia, la pioggia e tutto il resto”.

“Mi sembra un’ottima prospettiva. Anche a me piacerebbe staccare e fare una bella vacanza”.

“Perché non lo fa?”.

“Questo è un piccolo albergo e il personale è ridotto al minimo indispensabile, se vogliamo sopravvivere. Siamo io e Carlo ad occuparci di tutto. E poi, non ho passato tutta la vita qui dentro. Sono stato imbarcato per quasi dieci anni e ho visto quasi tutto il mondo. Cinque anni fa, quando i miei si sono ritirati, ho deciso di smettere e di dedicarmi all’albergo. Non mi andava che finisse

nelle mani di qualche catena che l’avrebbe reso un posto anonimo e un po’ triste, come sono tanti alberghi moderni del centro”.

A Francesca parve di cogliere un po’ di nostalgia inquelle parole. “La sua dev’essere stata una scelta che le è costata”.

“Ogni scelta ha un suo prezzo e bisogna pagarlo. Comunque, il mare ce l’ho sempre vicino, anche se nascosto da una fila di palazzi”.

Lei sorrise. “Capisco. Adesso credo che tornerò nella mia stanza. Il viaggio mi ha stancato e vorrei farmi una bella dormita. Se non ha niente in contrario, porterei il vassoio in camera”.

“No, assolutamente. Piuttosto, vuole essere chiamata domattina?”.

“No, non occorre. Ancora grazie di tutto, signor...?”.

“Risso, Gianluca Risso. Proprietario e factotum dell’albergo. Buonanotte e riposi bene”.

Lei contraccambiò il saluto, prese il vassoio e scomparve poco dopo dentro l’ascensore.

Gianluca l’osservò mentre si allontanava lasciando nell’aria un vago aroma di gelsomino. Si muoveva con un passo che hanno solo certe donne e tutti i felini. Non poté fare a meno di notarne la forma ben proporzionata del corpo, evidenziata dall’abito nero leggermente attillato.

Malgrado non fosse particolarmente alta, aveva un paio di gambe lunghe ed affusolate. Più di tutto l’aveva

attratto lo sguardo dei suoi occhi, su un viso ovale e delicato incorniciato da capelli neri tagliati corti e con riflessi ramati. Erano occhi scuri, dal taglio vagamente esotico, con piccole pagliuzze dorate che scintillavano nell’iride.

Si meravigliò che una sconosciuta lo avesse colpito così da subito. Erano anni che aveva smesso di interessarsi delle donne.


IL MIO MESTIERE SONO I GUAI


CAPITOLO I


Alla fine ero partito.

Non sapevo perché avevo accettato, malgrado quella vocina da un angolo della mente mi avesse quasi implorato di scappare ancora più lontano.

Adesso ero seduto sul volo che da Roma mi stava portando a Genova. L’aereo aveva appena sorvolato il promontorio di Portofino e stava iniziando la discesa verso l’aeroporto. Dal finestrino osservavo le colline ingiallite che digradavano fino a formare l’orlo della costa, dove i paesi si succedevano uno dopo l’altro.

Scogliere frastagliate, intervallate da lembi di spiaggia, facevano da cornice ad un mare blu con sfumature verdastre.

Distolsi lo sguardo e cominciai a pensare a quello che mi aspettava una volta arrivato.

Per tutta la durata del viaggio avevo letto e riletto tutti gli incartamenti che Roberto mi aveva lasciato, ma non avevo ancora un’idea precisa da quale parte avrei cominciato.

Già, ero tornato perchè avevo una specie di missione da compiere.

Però non era solo quello a preoccuparmi. Era soprattutto il fatto che, prima o dopo, avrei rivisto Marco Poggi, il marito di Valeria.

C’eravamo incontrati un paio di volte di sfuggita in una fredda aula del tribunale, durante l’inchiesta su quella tragica notte al Belvedere. Non avevo mai dimenticato l’espressione nei suoi occhi, quando aveva capito chi ero. Non era solo odio. Mi aveva guardato come uno a cui hai rubato qualcosa di unico ed insostituibile.

Non potevo certo dargli torto per questo. Che altro potevo aspettarmi da chi mi considerava colpevole della morte della moglie?

La voce della hostess attraverso l’altoparlante che annunciava l’ormai prossimo atterraggio mi riportò al presente.

Controllai di aver chiuso la cintura di sicurezza e chiusi gli occhi. Per un attimo volli credere che stavo vivendo solo un sogno e, al mio risveglio, mi sarei ritrovato sulla mia barca a Fort Lauderdale.

L’impatto delle ruote sulla pista mi confermò che non si trattava di un sogno.

L’aereo rullò sulla lunga pista d’asfalto protesa verso il mare e andò a fermarsi accanto ad uno dei bracci telescopici che spuntavano dall’aerostazione, come tentacoli di un polpo.

Presi la valigetta di pelle chiara dalla cappelliera e mi misi in fila per scendere.

Proseguii lungo il corridoio verso l’uscita e diedi un’occhiata fuori dai finestroni. Il cielo era di un azzurro brillante, senza nemmeno la sfumatura di una nuvola.

Ricordai il giorno quando ero partito. Era una giornata fredda e grigia di Novembre. Allora, mentre m’imbarcavo, avevo promesso a me stesso che non sarei mai più tornato.

Mai dire mai, pensai mentre scendevo la scala che portava alla zona di consegna dei bagagli.

Presi un trolley e vi caricai sopra la valigia, quindi mi diressi verso l’uscita.

L’atrio era praticamente deserto, con solo un paio di persone ad aspettare. Una di queste era una ragazza con una divisa azzurra piuttosto attillata che reggeva un cartello. Sopra c’era scritto il nome di una delle navi della Seven Seas Cruise Line, la società per cui adesso lavoravo. Probabilmente aspettava dei crocieristi che dovevano imbarcarsi.

Spingendo il trolley mi avvicinai al bancone della Hertz, dove avrei ritirato l’auto che mi avevano noleggiato.

Dietro stava seduta una ragazza piuttosto giovane, con i capelli neri tagliati a caschetto e l’aria annoiata di chi, in quel momento, avrebbe preferito trovarsi sulla spiaggia.

Appoggiai i gomiti sul bancone e la salutai con un sorriso amichevole, poi dissi il mio nome. Lei alzò lo sguardo su di me e contraccambiò il saluto. Sulla targhetta d’ottone lucido lessi che si chiamava Antonella.

Forse dovevo essere l’unico cliente di quel giorno, perchè mi sembrò che sapesse già tutto. Estrasse subito una busta marrone da un cassetto e me la porse, dicendomi che l’avevano lasciata per me. Sentii un tintinnio di chiavi all’interno. Sapevo di cosa si trattava.

Passò poi ad elencarmi le auto disponibili e scelsi una Mini Cooper. Volevo qualcosa che andasse bene per il traffico cittadino.

La ragazza prese un mazzo di chiavi da un altro cassetto e mi spiegò dove avrei trovato l’auto.

Firmai i documenti e ci salutammo. Mentre mi allontanavo, mi rivolse uno sguardo quasi dispiaciuto. Probabilmente avevo rappresentato il suo unico momento di svago di una giornata monotona.

Attraversai la porta girevole e mi trovai fuori dall’aerostazione.

Il sole era ancora alto nel cielo e i suoi raggi si riflettevano sull’asfalto facendolo quasi bollire.

M’investì un vento caldo, umido e odoroso di salmastro che mi ricordò il clima della Florida. Era lo scirocco, quello che qui chiamano maccaia e che dicono stordisca le menti.

Per essere già Settembre inoltrato, sembrava che l’estate non volesse terminare.

Cominciai a sudare. Quando raggiunsi l’auto, la camicia mi si era quasi appiccicata addosso.

Sistemai le valigie nel bagagliaio e m’infilai nell’abitacolo.

Mi sembrò di essere dentro ad una sauna. Appena misi in moto il climatizzatore cominciò a rinfrescare l’ambiente, facendomi sentire subito un pò meglio.

Presi la busta che avevo tenuto con me e l’aprii. Dentro c’erano un mazzo di chiavi e un foglio con su scritto l’indirizzo del mio alloggio. Impiegai un pò prima di ricordarmi che era una traversa di Corso Italia. Rimisi il tutto nella busta, poi diedi un’occhiata ai comandi dell’auto. Dovevo riabituarmi al cambio manuale.

Appena fuori dal parcheggio, mi diressi verso il centro della città ed imboccai la Sopraelevata, il lungo nastro d’asfalto che correva sopra il porto.

Provai una strana sensazione rivedendo quei luoghi. I miei ricordi si misero subito in moto, e tutto mi sembrò quasi uguale a come lo avevo lasciato.

Accesi la radio e mi sintonizzai su una frequenza che ero solito ascoltare, Radio Capital. M’aggredì la voce stridula di Axl Rose che urlava “Welcome to the jungle”. Sperai non si trattasse di una premonizione.

Dove iniziava l’ultimo rettilineo, ebbi il primo vero contatto con il mio passato. Il mio vecchio Cantiere Navale sorgeva sempre nello stesso posto, con la sua palazzina squadrata come un parallelepipedo. Una delle gru sulla banchina stava sollevando un grande macchinario per posarlo dentro lo scafo di una nuova nave che stava prendendo forma.

Riconobbi la finestra del mio ufficio. Chissà chi lo occupava adesso, mi domandai con una punta di nostalgia.

Uscii dalla Sopraelevata e, poco dopo, imboccai Corso Italia che si snodava lungo la costa come una specie di serpente addormentato. Sulla mia destra osservavo la distesa piatta e silenziosa del mare.

Quasi a metà della strada, svoltai ad un semaforo verso un viale laterale, tagliato nel mezzo da un’aiuola sulla quale crescevano alberi di leccio con i rami pendenti che quasi sfioravano il marciapiede. Il nome della via sulla targa di marmo era quello che cercavo.

Percorsi nemmeno un centinaio di metri e mi fermai. Ero arrivato.

Era una palazzina di tre piani, dalle facciate color giallo chiaro, con tende colore verde brillante che coprivano i balconi. Un muro alto e grigio la confinava dalla strada. Oltre il muro spuntavano le cime verde scuro dei pini marittimi. Sembrava il posto giusto per chi amava la privacy.

Scesi dall’auto e mi avvicinai al cancello. Lo scirocco continuava ad alitare il suo fiato caldo. Nemmeno un’anima viva lungo il viale.

Estrassi il mazzo di chiavi che era nella busta. C’era una piccola scatola nera che aveva tutta l’aria di essere un telecomando. Pigiai il pulsante ed il pesante cancello iniziò ad aprirsi con una lentezza esasperante. Forse anche lui soffriva il caldo.

Risalii nell’auto e percorsi lo stretto viottolo di ghiaia che correva in mezzo a due file di pitosfori ben curati. Parcheggiai l’auto nel piazzale davanti al portone e scesi. Le tapparelle di tutte le finestre erano abbassate dandomi l’impressione che la palazzina fosse disabitata.

In quel momento il portone si aprì ed un uomo comparve sulla soglia. Indossava un paio di jeans scoloriti ed una camicia bianca. La visiera di un cappello da baseball gli copriva quasi completamente il volto. Non riuscii a dargli un’età ben precisa.

Tenendo le mani appoggiate sui fianchi mi scrutò da capo a piedi, attraverso un paio di Ray-ban con le lenti scure a goccia e la montatura dorata.

Mi si rivolse piuttosto deciso. “Buongiorno. Desidera?”

Aspettai un attimo prima di rispondere.

“Mi chiamo Davide Manara e sono il nuovo inquilino della foresteria della Seven Seas. Arrivo adesso dall’aeroporto,” spiegai.

L’uomo scese i gradini e mi venne incontro togliendosi il cappello. Aveva occhi azzurri, capelli bianchi come la neve e la carnagione scura di uno che passa molto tempo all’aperto.

Sfoderò un largo sorriso come se gli fossi improvvisamente diventato familiare. “Oh, certo. Mi avevano avvertito del suo arrivo, solo non sapevo a che ora. Io sono Mario, il portiere di questo palazzo. Benvenuto, dottore.”

Feci anch’io un mezzo sorriso. Anche perchè non ero più abituato a sentir pronunciare l’appellativo di “dottore”.

Gli porsi la mano. “Salve,” poi aggiunsi. “Questo palazzo sembra disabitato.”

Sospirò come per far capire che si trattava di un grosso sacrificio. “No, è domenica e tutti gli inquilini sono al mare od in campagna. Siamo rimasti solo io e mia moglie. Qualcuno deve pur rimanere…”

Annuii comprensivo. “Già, capisco…”

Mi spostai sul retro dell’auto, aprii il portellone posteriore e presi le due valigie.

“Credo che il mio appartamento sia all’interno cinque,” dissi mentre richiudevo.

“Sì, è al terzo piano. C’è una bella vista da lassù, credo che le piacerà. E’ già stato a Genova, prima?”

Ebbi la conferma che per quell’uomo ero un perfetto sconosciuto. “Ci sono nato, anche se abitavo in un’altra parte della città. Adesso mi sono trasferito negli Stati Uniti.”

“Mi perdoni, avrei dovuto capirlo da solo. Un pó d’accento comunque le è rimasto.”

Salimmo con l’ascensore fino al piano e ci fermammo davanti ad una delle due porte di mogano chiaro massiccio che si affacciavano sul pianerottolo. Mario frugò nelle tasche ed estrasse un mazzo di chiavi con la quale aprì.

Si fece di lato per farmi entrare. “Ho una copia delle chiavi di tutti gli appartamenti.”

L’ingresso era immerso nella penombra. Avvertii subito un odore di fresco come se fosse stato appena ripulito.

Mario mi precedette lungo il corridoio. “Era già da un po’ che non venivano ospiti nella foresteria. Sapendo del suo arrivo ho provveduto a metterlo in ordine.”. Sparì dalla mia vista e poco dopo sentii il rumore di una tapparella che si alzava. La luce del giorno inondò l’appartamento.

Posai le valigie e mi guardai intorno.

L’appartamento era abbastanza spazioso, almeno secondo il mio standard abitativo della barca su cui vivevo in Florida. Sul corridoio, lungo e stretto, si affacciavano le porte delle altre stanze e poi terminava in un locale più grande che doveva essere il soggiorno.

Mario fece ritorno verso di me.

Mi indicò due porte alla mia sinistra. “Queste sono la stanza da letto e il bagno. E questa di fronte è il cucinino. L’appartamento è completamente arredato con tutto quello che occorre, comprese stoviglie ed elettrodomestici.”

Entrai nel soggiorno. Era una stanza quadrata con le pareti di un colore giallino, il soffitto bianco e il parquet con tasselli rettangolari di legno chiaro. Un lato era occupato da una grande portafinestra nascosta da una tenda di stoffa chiara. La scostai e vidi che dava su un davanzale. Da lì si vedeva il mare e tutta la costa verso ponente. L’arredamento era ridotto all’essenziale, come in quelle case dove non ci si abita molto a lungo e che diventano luoghi anonimi, senza storie da raccontare.

Una libreria di color bianco laccato, alta fino al soffitto, occupava la parete alla mia destra. Negli scaffali erano allineati alcuni libri, e nel vano al centro stava un televisore con lo schermo piatto appoggiato su un lettore DVD. A fianco del televisore c’era un impianto stereo di quelli compatti, con riproduttore di CD e radio.

Nell’angolo alla mia sinistra un divano a due posti rivestito in pelle chiara e un tavolino basso, con il piano di cristallo.

Ad una delle pareti del soggiorno erano appesa una riproduzione del quadro di Hopper, “Nighthawks”. Quello che rappresentava un gruppo di avventori seduti al bancone di un bar di notte.

Quel quadro mi aveva sempre trasmesso un senso di solitudine.

Tornammo nel corridoio e Mario aprì la porta della cucina.

Era piuttosto piccola e con un’unica finestra. Alle pareti, rivestite fino a metà da piastrelle di color grigio chiaro, erano appesi pensili color blu scuro. Al centro un tavolo rotondo ricoperto da una tovaglia di tessuto chiaro e quattro sedie con le gambe cromate.

“Allora, cosa ne pensa, dottore? Sicuramente non è bello come il posto dove lei vive in America.”

“Se è per questo, vivo su una barca. Sì, direi che è piuttosto accogliente. Ora cercherò di sistemarmi alla meglio.”

La stanchezza del viaggio cominciava a sopraffarmi.

Mario si avviò verso la porta d’uscita. “Buona permanenza, allora. E si ricordi di chiamarmi, se ha bisogno di qualsiasi cosa.”

Ad un tratto si fermò e tornò verso di me. “A proposito, penso io a parcheggiarle l’auto, se mi lascia le chiavi.”

Gliele porsi. “Grazie e non occorre che venga a riportarmele subito. Passerò io domattina.”

Uscì, richiudendo la porta dietro di sè.

Presi le valigie ed entrai nella camera da letto. Era una stanza più piccola del soggiorno con un’unica finestra da cui si vedeva la strada.

L’armadio incassato nella parete, aveva lo stesso colore della libreria e le ante scorrevoli. Davanti, un letto a due piazze rivestito in stoffa di color azzurro chiaro e a lato una credenza con sopra uno specchio.

Mi sedetti sul letto e feci un lungo sbadiglio. Decisi di sdraiarmi. Avrei disfatto le valigie più tardi. Il cuscino e le lenzuola profumavano di pulito.

Chiusi le palpebre e mi sembrò di immergermi in qualcosa di profondo, più nero della notte.


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