Una delle opere prime dello scrittore romano, uscita
in sordina all'inizio degli anni '90 e ripescata da Einaudi dopo il successo
degli altri suoi romanzi, tra cui probabilmente i più noti sono "Io
non ho paura" e "Ti prendo e ti porto via".
Tipica operazione commerciale, certo. Ma per questa volta, credo sia stato giusto
così. Perché, diciamolo subito, il libro non è un gran che,
ma acquista interesse a posteriori confrontandolo con le opere successive.
Il protagonista Marco è un giovane esperto di pesci, malato terminale all'insaputa
di tutti, che trascina i suoi ultimi mesi di vita in una Roma godereccia: senza
senso, ma a che serve un senso quando stai per morire?
Gli si offre inaspettatamente l'occasione di un "canto del cigno":
la costruzione di un acquario meraviglioso in India. Marco molla tutto e parte.
Ma fino dall'inizio del viaggio cominciano a succedere cose strane: una
pattuglia di "Hare Krishna" lo prende di mira, la signora che l'ha
invitato risulta inesistente, ritrova sua madre in compagnia di un inquietante
dottore e un gruppo di ricconi dediti a oscure attività, conosce una banda
di hippie sopravvissuti e una di sardi che pattugliano le fogne...un puzzle assurdo
i cui pezzi si ricompongono in una terribile vicenda di esperimenti sugli esseri
umani e traffico di organi a fini estetici. Marco rimane sempre più coinvolto,
fino ad assumere un ruolo decisivo nella battaglia contro i seguaci del dottore,
e a ritrovare il gusto per la vita.
Il romanzo parte bene e promette bene, ma poi la storia sembra prendere la mano
all'autore e precipitare.
Se la parte ambientata a Roma è ancora dignitosa, con la presentazione
del protagonista e la rappresentazione della vuota "dolce vita" graduali
ed efficaci, quella ambientata in India comincia ad acquistare troppa velocità,
ad accumulare stranezze, assurdità e iperboli a un livello esagerato, senza
per questo rinunciare a vari luoghi comuni; anche se a volte (bisogna ammetterlo)
strappa una risata, per lo più stanca e finisce col distaccare dalla vicenda.
Il finale, agrodolce, culmina in un assurdo tale, presentato con tanta naturalezza,
da lasciare perplessi.
Personalmente, ho chiuso il libro piuttosto insoddisfatto lì per lì.
Poi ho pensato all'Ammanniti che conoscevo e apprezzavo, e ho ritrovato
qui, in embrione, le sue migliori caratteristiche: il protagonista, eroe insospettabile,
sfortunato senza qualità che riesce a tirar fuori il coraggio quando serve;
la rappresentazione dello squallore umano, misto di cattiveria e fallimento; il
riscatto finale, ottenuto per vie poco ortodosse; l'intensità delle
scene di tensione e azione. Tutto questo in "Branchie" c'è,
sia pur allo stato grezzo. Allora penso che ha fatto bene chi ha voluto a suo
tempo credere in quel giovane autore, e apprezzo la capacità di Ammanniti
nell'aver saputo valorizzare le sue doti e crescere come scrittore.
Spero solo che i suoi libri futuri non mi smentiscano...
Niccolò Ammaniti - Branchie - Einaudi, pp.
192, € 8,80