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Intervista a Benedetta Craveri

di Felicita Scardaccione*

Il libro: presso il Caffè Dolceamaro ospite d'eccezione la francesista Benedetta Craveri

La rivoluzione dei salotti

BARI- Un'élite di aristocratici oziosi è all'origine dell'idea moderna di società civile. Si tratta di un gruppo di persone che decide di poter scegliere autonomamente cosa pensare dell'arte, della letteratura e del mondo in genere. E per farlo prende le distanze sia dalla corte e quindi dal potere politico, sia dalla Sorbonne, e quindi dai dotti del tempo, che dai rappresentanti del potere religioso. È una società in cui si impone l'utopia della pace, del saper vivere con gli altri. Stiamo parlando della società dell'Ancien Régime della Francia del ‘600/700, al cui interno matura la "arte della conversazione", progenitrice dell'odierno talk show televisivo. Di quel "modus in rebus" che governava lo scambio intellettuale ed emotivo tra persone di cui abbiamo perso ormai lo stile raffinato. Solo lo scenario -salottiero- è rimasto pressoché immutato. Tutto il resto è ormai "luogo della memoria", come dice con nostalgia Benedetta Craveri a Bari ospite del Caffè Dolceamaro per presentare l'ultimo libro uscito per l'Adelphi con l'introduzione a cura dei prof. di Matteo Majorano e Silvio Suppa dell'Università di Bari. Dal bon ton di qualche secolo fa, per il quale "il talento di ascoltare era più apprezzato che quello di parlare, e una squisita cortesia frenava l'irruenza e impediva lo scontro verbale", siamo passati oggi alla permamente rissa mediatica- è ciò che afferma la studiosa. E poi cita Montesquieu: "Si dice che l'uomo è un animale socievole. Allora, il francese è uomo più degli altri". Afferma inoltre: "Ieri parlare con l'altro significava avere voglia di conoscerlo e di scoprire cose nuove in se stessi con piacere. Oggi mi sembra che quando si sta insieme, e si parla, si rasenti l'autismo. Usiamo la conversazione per auto-gratificarci, per colmare la nostra insicurezza e questo non ci permette né di conoscere il nostro interlocutore, né di divertirci. La regola del conversatore contemporaneo è sopraffare l'altro". E le regine del saper ascoltare furono proprio le donne che portarono avanti per due secoli una rivoluzione che ha conosciuto inciampi, ma non ha fatto nessuna vittima. E' la storia di un ideale che prende forma e si cala nella realtà: un ideale di socievolezza e piacevolezza del vivere che è arrivato a dettar legge in fatto di comportamenti, a segnare per sempre la letteratura e più in generale la lingua e lo scrivere, a far giungere la sua onda lunga fino ai terreni della politica. La si potrebbe chiamare "la rivoluzione dei salotti". Nasce in spazi privatissimi, dentro le case, e il suo strumento principe è la parola: la parola scambiata a voce, scritta nei diari, nelle memorie e in qualche romanzo, ma molto anche attraverso biglietti e lettere, scambi a metà tra il parlare e lo scrivere, usata come le generazioni odierne hanno usato il telefono e adesso la rete. Benedetta Craveri scrive: "Questo ideale di conversazione, che sa coniugare la leggerezza con la profondità, l'eleganza con il piacere, la ricerca della verità con la tolleranza e con il rispetto dell'opinione altrui, non ha mai smesso di attrarci; e quanto più la realtà ce ne allontana tanto più ne sentiamo la mancanza. Esso ha cessato di essere l'ideale di tutta una società, è diventato un luogo di memoria , e non c'è rito propiziatorio che possa riportarlo fra noi a condizioni che non gli sono favorevoli; conduce ormai un'esistenza clandestina, ed è appannaggio di pochissimi". E forse le intemperanze catodiche e la sostanza stupefacente del quotidiano colloquiare tra persone, le volgarità, i suoi luoghi comuni, hanno stancato. Tant'è vero che un foltissimo pubblico di "addetti ai lavori" e non, tra cui una numerosa presenza di gentili signore -eredi dell'antica arte della conversazione- sono corse ad ascoltare, "viva voce", con entusiasmo, le parole della Craveri, raffinata nel suo equilibrato dialogare quanto generosa nel rispondere alle mille curiosità e domande che provenivano dai suoi interlocutori. Il successo editoriale di questo saggio imponente (di ben 600 pagine) ha registrato un consenso generale che ha fatto schizzare il libro al vertice delle vendite italiane e francesi (12 mila copie pubblicate!).
Docente di Storia della cultura francese all'Università della Tuscia (Viterbo), Benedetta Craveri si rivela al pubblico appassionata cultrice di un preciso periodo storico di cui indaga aspetti legati al gusto, al costume, ai sentimenti, agli stili di vita, servendosi, con grande padronanza, di fonti come le corrispondenze o le mémoires, da cui fa emergere i tratti nitidi di personaggi rappresentati nelle situazioni più significative -ma anche marginali a volte- che hanno percorso la loro esistenza. Ma Benedetta Craveri, è difficile dimenticarlo, è anche la nipote di Benedetto Croce. Nella sua esperienza di vita, lo dichiara lei stessa in un'intervista rilasciata poco dopo l'uscita del suo libro, c'è il ricordo del salotto della madre, Elena, luogo d'incontro internazionale, punto di ritrovo di persone con formazione culturale diversa, ma unite da comuni interessi. Leggendo "La civiltà della conversazione" viene da chiedersi cosa è rimasto di quella civiltà e cosa invece è andato perduto; viene da chiedersi se le perdite siano temporanee o definitive.

Benedetta Craveri - La civiltà della conversazione - Adelphi, La Collana dei Casi, pp. 650,     € 31

*Felicita Scardaccione scrive per il Quotidiano di Bari e collabora con il Magazine internazionale "Via Veneto"