il sangue del figlio

Data 9/6/2004 19:14:01 | Argomento: Letture Incrociate - Racconti

Per tutta la casa si sentiva un fragrante profumo di pioggia mattutina che, picchiettando sul vetro della finestra, aveva svegliato Amira. L’ afa era incessante quell’anno e dalle spesse tende della stanza filtravano raggi di luce prepotenti ma sbiaditi e increspati dalle fronde degli alberi. Un volto spento e scolorito si guardava allo specchio e, con fare lento, dita affusolate pettinavano riccioli di capelli corvini.
Due labbra rosse e carnose erano socchiuse come in attesa di aprirsi in un monologo, già intrapreso da tempo da occhi astuti e aggrappati al vuoto. Amira pensava scrutando i suoi lineamenti allo specchio. Era un giorno particolare per lei. Ma forse ormai lo erano diventati un po’ tutti da parecchio tempo. Era uno di quei giorni in cui ti chiedi se dove sei arrivato era dove veramente volevi arrivare o se forse è il caso che ti fermi e ti guardi indietro per vedere chi ti sei lasciato alle spalle. In ogni caso il momento era giunto e non poteva più ripudiare il destino. Come spesso accade concentrandosi troppo su un dilemma, il suo pensiero spaziava fra memorie remote senza seguire il filo logico con cui era stato precedentemente impostato. Un istante prima meditava su ciò che l’attendeva e un istante dopo rammentava ciò che l’aveva attesa.

Era ancora limpido nella mente il ricordo del suo primo giorno nella casa dei consorti. Era stata condotta nel talamo appena diciassettenne, ma aveva allietato ben presto il nido con la nascita di un figlio maschio. Lo chiamarono Anuar, il luminoso.
I momenti delle poppate lasciarono ben presto spazio al primo dentino e alla prima parola. Anuar germogliava di giorno in giorno. Il padre ebbe la cura di dargli la migliore istruzione. Era un bambino intelligente, furbo e precoce, buone prospettive per sussistere come epigono nella carriera paterna. Il fato luminescente annunciava infatti per lui un’alta carica di funzionario statale, proprio come il padre. Amira guardava negli occhi Anuar e vi coglieva la lungimiranza che avrebbe voluto per sé. Ormai era complice e serva del suo impulso materno e si adattava a telaio per quel figlio che era perfetto. Lo vestiva con amore ogni mattina. Lo seguiva a casa nello studio e nel gioco ma non nell’educazione che spettava prettamente al padre. Non poteva far altro che donare il suo amore incondizionatamente.

Per una madre avvengono sempre troppo presto la crescita e l’abbandono di un figlio ma il tempo scorre d’un fiato, come le pagine di un libro di fiabe che ora Amira non poteva più leggere al suo bambino. Il giovane Anuar aveva ormai diciassette anni. Cominciava ad interessarsi di politica ed economia e negli occhi aveva l’esaltazione della fierezza adolescente. Partecipava a convegni, incontri e dibattiti, con grande orgoglio suo e dei genitori. Ormai la sua vita in casa era quasi una latitanza ed erano sporadici gli appuntamenti con il mercato della puerilità elargito dalla madre.

I ricordi tentavano di fermarsi sempre qui ma una lacrima scorreva puntualmente veloce sui meridiani del viso e si infiltrava in una bocca straziata dal dolore. Amira si puntava le dita sulle tempie nel tentativo di placare il rimbombo che le risuonava giornalmente nella testa e nelle orecchie. Brandelli di memoria squarciavano la sua anima folgorandola. Ella rivedeva il figlio che come al solito usciva per un ritrovo. Rivedeva le lancette dell’orologio segnare l’ora di cena, e un’altra ora e un’altra ancora. Rivedeva le labbra farneticanti del cronista mentre illustrava lo scempio dell’attentato. E rivedeva sangue,
tanto sangue.

Il sangue del figlio. Lo stesso che macchiava gli affetti personali restituiti alla famiglia. Dopo quel giorno nulla fu più come prima. Il padre aveva perso con Anuar il suo orgoglio e le sue speranze per il futuro, mentre Amira rifiutava anche solo l’idea di poter essere ancora madre di un’ altra creatura. Fu così che il marito, nel tentativo di riequilibrare un nucleo dei congiunti che senza figli non era tale, sposò Nazima, la poetessa.

Nazima era una donna ormai matura dal carattere estremamente docile e mansueto. Fu scelta appunto perché il marito, ormai invecchiato, non era più nelle condizioni di sostenere l’audacia giovanile. Evidentemente Nazima era anche sterile, perché non ebbe mai figli. Per questo motivo fu presto considerata inutile e portò alla disperazione il marito che decise di prendere con sé una terza moglie. Stavolta una ragazzina. Il suo nome era Jamila e, come si voleva dimostrare, non fece attendere una nuova gravidanza. Il nuovo nato prese il nome di Amir, che in arabo significa principe, forse nella manovra di renderlo desiderato e importante quanto lo era Anuar.


Così tutti avevano acquistato il loro ruolo sul suolo coniugale: la bella Jamila era la prediletta perché mamma di Amir e moglie obbediente, Nazima faceva le veci di badante mentre Amira era la madre affranta dal dolore. Ma con l’entrata di Jamila nella famiglia, si era risvegliato un sentimento forte in Amira che era rimasto sopito durante il periodo di lutto: la dignità. Dignità era anche il significato del suo nome e mai come da quel momento in poi fu anche un dato di fatto. Fuori il vecchio e dentro il nuovo. Ma Amira non poteva l

asciare che il suo Anuar venisse sostituito così. Tutti dovevano sapere. Amira scendeva per le strade, bussava alle porte, invocava donne da ogni polo.
Pensò che sicuramente quel giorno, il giorno dell’attentato, molte altre come lei avevano visto spezzata la vita dei loro figli. Assolutamente non voleva che altri eredi di Israele perdessero la vita inutilmente. Così cominciò un intenso programma di attivismo sul territorio ed ebbero inizio anche gli incontri con altre madri in nome della pace. Ma non era facile. La diffidenza che contrassegna i mutamenti la perseguitava. In famiglia naturalmente non era appoggiata da nessuno. Il marito la considerava folle. Jamila viveva di luce riflessa ed era contraria all’ardimento femminile. Solo Nazima, la sempre pacata e materna Nazima, le stava accanto anche se passivamente.

Amira conservava ancora gelosamente gli abiti insanguinati di Anuar. Li aveva adibiti a bandiera personale e li sventolava in faccia a chi diceva che era pazza ad illudersi di poter cambiare le cose in una terra devastata dalla guerra dall’alba dei tempi. Ma lei era sempre lì a combattere per quel figlio che non c’era più, quasi a non rendersi conto che ormai non poteva tornare. Timidamente giungevano da ogni dove vedove di figli e di mariti. Più c’erano giorni di morte, più giungevano donne che volevano far sentire la loro voce. E così passarono alcuni anni. Anni in cui sempre più si era fatto, detto e scritto contro inutili ostilità. Ma in tutto questo c’era ancora chi moriva.

Per tutta la casa si sentiva un fragrante profumo di pioggia mattutina che, picchiettando sul vetro della finestra, aveva svegliato Nazima. Lo sguardo corse veloce sulla sveglia. Era tardi e doveva accompagnare come suo solito Amir a scuola. Si alzò, lo vestì con cura e uscì di casa. Al piccolo piacevano le gocce di pioggia che, fresche, gli bagnavano le guance. Seduto sull’autobus continuava a guardare le goccioline rincorrersi sul vetro e non si accorse nemmeno di quell’uomo che, con aria minacciosa, salì alla fermata. Sentì solamente Nazima che lo strinse forte forte fra le braccia. Li ritrovarono così. Abbracciati in un ultimo, eterno, gesto di protezione. Il sangue, mescolato al fango, nascondeva altri volti, altre storie.

Jamila era inconsolabile. Non dormiva e non mangiava. Piangeva. Il marito, ormai vecchio e stanco, cercava sempre più rifugio nel lavoro e nella solitudine. Amira compativa. Compativa la povera Nazima, perennemente dolce e composta, anche nella morte. Compativa Jamila, che aveva d’impatto ricoperto il suo ruolo di madre affranta dal dolore. Ma continuava a combattere per ciò in cui credeva. Bellissima e dignitosa come sempre nella sua fulgida semplicità, battezzò un nuovo incontro, questa volta intitolandolo ad Amir. Scrutava come sempre negli occhi ogni presente, quasi a volerlo spogliare della propria intimità, fino a quando non si imbatté in due occhi nerissimi e iniettati di sdegno. In un fugace attimo ricompose il volto di Jamila. Accanto a lei sedeva il marito. Amira si impietrì per un lungo istante nello stupore generale e titubante cercò qualcosa da dire. Poi finalmente sorrise, si sentì fiera ed orgogliosa e parlò.

Disse che dopo più di sei anni un uomo era pronto a dire di no alla guerra. Disse che dopo più di sei anni una donna era pronta a dire di no alla morte. Disse che ancora lunga era la strada verso un mondo migliore. Ma disse anche che finalmente e dopo tanto qualcosa era cambiato.



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