Ciclisti

Data 27/2/2004 17:32:41 | Argomento: Letture Incrociate - Racconti

I
"Hai visto, mamma, senza mani"
"Stai attento, Stefano"
"Ma no, mamma"
"Così cadi"
"Senza mani e senza piedi"
La ruota anteriore del triciclo si piegò bruscamente a destra e quella macchietta rossa con ruote, manopole e pedali gialli si roveciò. Il povero Stefano battè con il fianco sul pavimento bianco e nero della casa vecchia. Urlò e cominciò a piangere a dirotto. La mamma Rosy corse e lo prese in braccio sollevandolo da sotto le ascelle. Le carezzava la chiappa destra.
"Ma no, Stefano, non è successo niente. Adesso facciamo un massaggino e ti passa tutto". Da brava e premurosa mamma.
Il terapeutico massaggino aveva avuto il suo effetto: il piccolo Stefano ora stava bene. Corse verso il corridoio, vicino al suo triciclo di plastica. Si chinò e sbattè qualche volta il palmo della mano sulla ceramica: "Cattivo, pavimento, cattivo!"
Rosy non potè che sorridere. "Sempre colpa degli altri, non sei tu quello che andava senza mani e senza piedi, vero?", domandò all'ipotetico Stefano che la ascoltava dentro sé stessa.
Anche il pavimento le aveva prese, quella mattina. Stefano, soddisfatto di essersi vendicato, rimise in equilibrio il regalo più bello che il papà gli aveva fatto, si rituffò in sella e cominciò a pigiare su quei pedali. Con le mani e i piedi fermamente saldi nei loro rispettivi posti. Per quel giorno i voli erano bastati. Adesso si pedalava sicuri.
Fino a che il lego che c'era sul linoleum della sua camera da letto non lo fece alzare e non lo incoraggiò a cominciare un altro gioco. Abbandonò il triciclo e fece una superba costruzione di una casa colorata, fino a che, due minuti dopo, il babbo tornò, si lavò le mani, le lavò al piccolo e andarono tutti e tre a mangiare.

II
Una golf nera modello Pink Floyd spuntò rombante dallo scivolo dei garage. Aveva gli abbaglianti accesi e la luce finì dentro ad uno degli appartamenti del condominio di fronte, uno con la saracinesca alzata.
"Vai a cagare", pensò l'uomo che stava facendo colazione dentro a quell'appartamento. Ogni mattina, dal lunedì al venerdì, alle ore 5 e 16 minuti, lui versava il contenuto liquido della moka dentro una tazzina sopra il tavolo, mentre una luce entrava in quella stanza e andava a riflettere sullo schermo di una vecchia TV, impedendogli per un secondo di guardare la scena che reti private poco raccomandabili mandavano in onda.
L'uomo guardò fuori, attraverso la porta a vetri che dava sul terrazzo. Stefano, il ragazzo della golf, spense gli abbaglianti, attivò i normali fari e sparì dalla vista del caffeinomane che lo aveva mandato a fare i suoi bisogni poco prima. Non sentì, naturalmente, che, alitando sul vetro, l'uomo aveva detto "Sempre il solito cretino" e si riferiva proprio a lui.
Il televisore mandava in onda dei corpi di donne, assolutamente nude fino alle ginocchia. Indossavano solo degli stivali neri, molto alti, con un tacco a spillo alto anch'esso. Erano veramente provocanti: una leccava la sella di una mountain bike come se fosse l'organo maschile, mentre con la mano che non era impegnata a tenere su la bici si palpava con foga le tette. L'altra donna era seduta su una bici da corsa. Il boschetto nero, molto rado, catturò l'attenzione dell'uomo che stava sorseggiando il caffè caldo.
Sul teleschermo il messaggio era quello di telefonare a svariati numeri per sfruttare le linee calde di queste prostitute appassionate di bici. E in cima c'era il recapito telematico per ammirare meglio le forme: www.ciclisteinfoiate.com.
Poggiò la tazzina dentro al lavello e andò in bagno a lavarsi la faccia e i denti.


III
Filippo suonò il campanello verso le 11 e 30 di domenica. A quell'ora Stefano era già sveglio, e stava giocando a briscola con Antonio, suo papà. Rosy, invece, era alle prese con la polenta.
La carta che Antonio aveva buttato sul tavolo era un fante di denari. Nell'attesa che il figliolo facesse la sua mossa, diede un altro tiro alla sigaretta, ormai finita. Stefano usò il suo quattro di bastoni, lasciando al padre due punti che alla fine non si rivelarono assolutamente decisivi per l'esito della partita.
"Caro papà, è inutile che mi dici sempre di non fumare", pensò Stefano. "Tu lo stai facendo, e per me è ormai tempo di cominciare. Presto ti abituerai che anche tuo figlio ha cominciato a fumare"
"Ostia, Steve, mi hai lasciato due punti d'oro", disse lasciando che il fumo turbasse il profumo che la cuoca cercava di far prevalere.
"Amen, che cosa sono due punti in confronto alla vita?", cretinò il tredicenne biondo dai capelli saturi del gel che aveva messo il sabato, prima di partire per la scuola.
"Che cosa sono due punti? L'hai presente l'asso di coppe? Per un punto Martin perse la capa. Due punti è il doppio"
"Che ti devo dire? Ho la fortuna di avere un padre che non mi taglia la testa se perdo una partita a briscola"
Il famoso campanello avvertì dell'arrivo di qualcuno.
"Rosy, vai tu a vedere chi è? Io e Steve dobbiamo finire la partita"
"Vado io, vado io", disse mentre rifletteva sul fatto che gli uomini non sapevano neanche scegliere fra la polenta e la briscola.
Steve contò con soddisfazione i punti: 72. "Cazzarola, avrei fatto 74 se avessi preso la tua carta di denari!"
"Pippo, qual buon vento!", esclamò Antonio vedendo entrare il suo collega travestito da ciclista, con la tutina aderente sponsorizzata dai concorrenti dell'azienda che dava loro il lavoro.
"Ah, passavo da queste parti, mi facevo un giro in bici, adesso stavo tornando a casa"
"Però! Ma tutte tutte le domeniche vai a farti un giro in bici?"
"Sì, beh, quasi tutte. Quando la compagnia si muove mi muovo anch'io. A parte oggi che sono stati tutti a casa, ma io avevo una voglia matta di farmi un giro, proprio ne sentivo la necessità fisica, sai com'è"
"No, non so com'è, ma ci credo. E che giro hai fatto?"
Stefano mise via le trevisane e si mise ad ascoltare con interesse il giro che aveva fatto Filippo quella mattina. Intanto Rosy era tornata ai fornelli dopo aver implorato suo marito con gli occhi che non invitasse l'uomo-tutina-verde a pranzo.
"Fin lassù nelle malghe sei stato?", fece Antonio.
"Caspita, che giro!", esclamò Stefano, estasiato dal ciclismo amatoriale tanto da credere di esserne appassionato.
"Sì, sì, fin là in cima"
"Sai, stavo pensando anche io di farmi un giro in bici su per di là"
"Ehi, con la mountain bike, Steve?", replicò Filippo. "Hai voglia. Non duri fino in cima. A parte che ti ci vuole allenamento"
"Beh, vado a scuola in bici, io, tutti i giorni dal lunedì al sabato"
"Capirai! E poi con il rampichino è proprio difficile salire fin là in cima, pesa troppo, ti ci vorrebbe una bici da corsa, tipo quella che ho io"
Stefano guardò suo padre: lo sguardo era quello di chi chiede un regalo. D'altra parte, dopo il triciclo a tre anni e la mountain bike a sette, la bici da corsa a tredici era più che giusto. Secondo i ragionamenti del biondone premio nobel per la spettinatura.
"Sì, sì, ma io quest'estate ho già pensato che giro fare, vedrai che salirò anche io fin là, abbiamo già organizzato tutto io e altri miei compagni"
La mamma lo guardò incuriosita, pur sapendo che era tutta una balla. Infatti Filippo e il suo "proteggi-pacco incorporato nella tutina-extra-disgustosa", secondo le parole di Rosy, sparirono col sorriso in bocca; sparirono pure la primavera e l'estate, ma del giro in montagna non fu trovato nessun reperto.


IV
Il suo sogno di quando aveva nove anni era avere uno di quei computerini per le bici, per vedere quanto riusciva ad andare veloce.
Antonio aveva deciso di prendere la sua mountain bike e accompagnare il suo unico figlio a farsi un giro per le strade del paese. Pedalavano. Il più piccolo ce la metteva tutta per andare veloce, il più grande, il papà, sembrava non fare nessuno sforzo. E non perché la bicicletta del papà era vinta con i punti del supermercato. Solo perché il papà era venticinque anni più grande dell'altro ciclista che passava per via Cavour.
"Papà, prova a vedere quanto riesco ad andare veloce", gridò Stefano alzandosi sui pedali e cominciando uno sprint lungo almeno duecento metri. Il padre lo seguì affiancato, mantenendo la stessa velocità del frutto del ventre della moglie. "Vai così! Bravo!", incitava.
"A quanto vado?"
Il papà lesse dal computer che aveva sulla sua bici: "Venticinque, ma stai migliorando. Vai così che vai forte"
Stefano sbuffò.
"Ventinove... Ventinove... Trenta!"
"Sì! Sì! Sì!", gridò in preda alla gioia, rimettendosi in sella e smettendo di pedalare. Il fiatone si faceva sentire, soprattutto per un bambino che non pedalava mai se non due chilometri al giorno per andare a scuola.
Stefano era contentissimo, infatti quando arrivarono a casa posò la bici sul muro del garage e corse dalla mamma a dare la notizia dei trenta chilometri orari.
"Bravo, Stefano, andavi veloce, eh!", e gli diede un bacio.
"Mamma, mi puoi compare un contachilometri come quello del papà?", domandò ancora col fiato tagliato.
"Chiedilo al papà. Non saprei neanche dove trovarlo, io", disse proprio mentre il suddetto papà apriva la porta.
"Papà, papà, compri anche a me un contachilometri per la bici?"
"E che cosa te ne fai?"
"Che cosa vuoi che me ne faccio? Lo uso nella bici"
"A parte che costa un sacco di soldi, e poi sai io perché ce l'ho"
"No"
"Ce l'ho perché lo abbiamo vinto con i punti al supermercato"
"Ne vinci uno anche per me?"
"È finita la raccolta punti, ormai, mi dispiace, Stefano"
Stava per scapparci il piantino.
"Però, lo stesso, oggi sei stato proprio bravo, sai? Oh, Rosy, trenta all'ora, il nostro figliolo"

V
Stefano si pentì di avere acceso la sigaretta. Non perché aveva deciso di smettere di fumare o perché si era reso conto che la golf si sarebbe impregnata dell'odore di tabacco. E neanche perché aveva promesso alla sua ragazza, una bella donzella ventitreenne, quindi un anno più giovane di lui, che prima o poi avrebbe smesso. Solo perché con la sigaretta in mano gli era più difficile mettere il CD dentro il lettore. E non aveva una grande abilità nel tenere la sigaretta fra le labbra, inspirare ed espirare. Ma lo fece ugualmente. Afferrò il porta CD viola che aveva nel vano portaoggetti della portiera, aprì la cerniera e prese un disco a caso: Punk in drublic dei NOFX. Inserì il pezzo di plastica nell'autoradio e cominciò ad ascoltare il disco dalla prima canzone.
La quarta marcia era stata appena inserita, ma Stefano rimise la terza, per far agire il freno-motore. Quando il cantante cominciò il ritornello di Linoleum Stefano era fermo ad un semaforo, la macchina era in folle e il suo piede sinistro batteva sulla frizione a ritmo di punk.
"Lino-le-ioum!", gridò con una voce non sua cercando di imitare Fat Mike. Gli venne in mente che nella casa vecchia aveva in linoleum in camera, e ricordò quando il triciclo, appena entrava in camera, non andava più veloce come nel corridoio. "Perché c'è più attrito", si era spiegato molti anni dopo. Però si ricordava anche che se cadeva nel linoleum si faceva meno male perché era più morbido, e poi quando giocava per terra con i lego non aveva freddo.
Il semaforo successivo gli permise di piazzare qualche accordo nella invisibile chitarra che aveva addosso, e la coda alla rotatoria che immetteva nella superstrada gli permise di sfogarsi con qualche giro di batteria sul ritmo di Leave it alone.


VI
"Sono sempre in mezzo alle scatole, bastardi!"
Era Jack, quello che guidava. La sera prima erano stati al lago, in quattro, a festeggiare il ventunesimo compleanno di Fago, compagno di scuola di Stefano ancora dalle medie.
"Ma non siete capaci a stare in fila indiana?", gridò Fago, ed era parecchio stizzito. "È tutta vostra la strada?"
Al lago in quattro: Jack, Fago, Steve e Sox. Il quale era l'unico a non essersi ubriacato durante la notte. Era l'unico a non essersi fatto qualche canna. Era l'unico a non aver mangiato più di quattro costine. Era l'unico che non aveva strappato qualche filo d'erba dal prato ed averlo acceso per fumarlo, forse perché era l'unico rimasto sobrio. Era l'unico che si era riguardato la notte, si era coperto a sufficienza da poter dormire senza avere freddo.
Ed era anche l'unico che l'indomani si sentiva male, ma proprio male, un senso di nausea lo piegava e faceva sforzi coscienti per non vomitare.
Chiese di essere portato al pronto soccorso.
"Ma che cosa hai fumato ieri sera?", fece Stefano.
"Solo qualche Marlboro"
Decisero di caricarlo in macchina e portarlo al pronto soccorso. Tanto non aveva assunto nessuna sostanza strana. Solo qualche Marlboro.
La tenda era già stata impacchettata; la presero e senza tanto ordine la buttarono insieme alle coperte e i sacchi a pelo, dentro al bagagliaio della clio blu di Jack.
Era Stefano che faceva compagnia a Sox, nel sedile di dietro. E che lo implorava tacitamente di non vomitargli addosso. Jack pigiava sul chiodo, favorito dall'assenza di traffico nella sua corsia. "Se fossimo andati in su non saremmo più arrivati", aveva detto Stefano riferendosi al traffico madornale che c'era dall'altra parte della strada.
Un gruppetto di quattro ciclisti occupava la loro corsia. Ognuno con la tutina aderente e con la protezione per il pacco. Ognuno con la sua bicicletta da corsa.
Jack e Fago espressero la rabbia nel vederli in mezzo alla strada. Quando sentirono il clacson si scansarono.
"Alla buona ora, porca zozza!", disse Jack. Stefano li fissò mentre li sorpassavano e alzò il dito medio verso di loro. Ma non lo videro.
"Oh, ma non sono mica capaci di starsene buoni buoni sulla destra", espresse Stefano.
"Figurati, sono solo gasati, solo perché hanno la tutina di merda loro si piazzano in mezzo alla strada e, oh, guai a chi gli dice qualcosa"
"Ma sai cosa, secondo me?", aprì la bocca Sox.
"Cosa?"
"Secondo me sono solo quelli che hanno le bici da corsa, oddio che male alla pancia"
"Vero, eh! Quelli in mountain bike li vedi belli umili, in fila indiana, a destra, e se c'è la pista ciclabile sono lì, da bravi cittadini", spiegò Stefano. "Invece quei bastardi con la bici da corsa sono sempre tutti in mezzo alle scatole, solo perché hanno la tutina e la bici che costa un casino. Ma chi si credono di essere? Vai, Cipollini, corri, vai che ce la fai"
"Gotti! Ivan Gotti! Dài che la superiamo questa salita, corri", ribatteva il festeggiato del giorno prima, riferendosi ad uno dei ciclisti che ormai facevano parte del passato.
Era stata una semplice indigestione, quella di Sox. Il giorno dopo stava di nuovo bene.


VII
La conduttrice del giornale radio stava leggendo i risultati del giorno prima. Quando Antonio sentì che il Piacenza aveva vinto fece cenno di sì con la testa. Rivolto a nessuno, visto che era solo in macchina, solo con la sua sigaretta. Poi alzò il pugno in segno di esultanza. Ma lo sapeva già dal giorno prima, che il Piacenza aveva vinto, visto che aveva ascoltato Tutto il calcio minuto per minuto, aveva guardato 90° minuto e anche la Domenica Sportiva.
Ma se la vecchia tipo quella mattina si sfasciò completamente non era certo colpa del fatto che lui aveva mollato il volante per quel famoso pugno chiuso. Anche perché la notizia del Piacenza l'avevano detta un paio di minuti prima del misfatto.
E se in quel giorno Antonio fece un'inaspettato viaggio in ambulanza non era certo colpa del fatto che, non sentendo più notizie interessanti, aveva spento la radio. Anche perché quando sorse la circostanza per motivare la chiamata dell'ambulanza la radio era già spenta da un minuto.
Se quel lunedì Antonio non andò al lavoro ma all'ospedale era solo perché, mentre percorreva via San Giuseppe un ciclista con bici da corsa gialla e tutina gialla e blu usciva da via San Cristoforo e si buttava in mezzo alla carreggiata, a pochi centimetri dalla linea di mezzeria, tagliando così la strada ad Antonio, che con un gesto istintivo riuscì a evitarlo catapultandosi nell'altra corsia, trovando però il muso della uno della povera signora Barbara che, ignara di quello che stava succedendo, si apprestava ad uscire dal cortile di casa.
Antonio e Barbara finirono entrambi all'ospedale, lui con qualche osso rotto. Il ciclista era l'unico che non si era fatto niente, e cercò anche si scappare. Se non fosse stato per un passante che doveva aver avuto la stessa età di Stefano, perciò diciannove anni, e che coraggiosamente si buttò sull'uomo in giallo, travolgendolo, il delinquente l'avrebbe anche fatta franca.

VIII
Erano le 5:32 quando la golf nera modello Pink Floyd superò la golf grigia modello Bon Jovi. Dentro alla macchina nera i NOFX avevano preso il sopravvento, dando una carica all'autista che lo spinse ai 145 orari e lui già si sentiva pilota. La sigaretta era finita e non aveva né tempo né voglia di fumarsene un'altra. Non fu la sigaretta ad occupare il suo cervello una volta finito il sorpasso alla golf grigia, quanto invece la strada che vedeva tagliare i campi non molti metri dopo, strada che lui avrebbe dovuto imboccare.
Inchiodò e riuscì giusto giusto ad entrare nella stradina. L'auto grigia dalla strada gli strombazzò il clacson per parecchi metri. Stefano alzò il dito medio della mano sinistra e lo rivolse a quello che lo aveva sgridato con metodi acustici. Ma sapeva due cose: che l'altro, quello della golf Bon Jovi, non aveva visto il dito, un po' come quei ciclisti di circa tre anni prima; e sapeva anche che aveva torto marcio, nonostante i brutti gesti che faceva verso l'altra persona.
Si ricompose subito. Ormai era abituato a fare di questi scherzi, e non gli era mai capitato di rompere la macchina o di farsi tamponare. Aveva una certa esperienza, lui.
Spostò il CD sulla traccia 12: Lori Meyers. Gli ricordava la sua ragazza. Un po' perché c'era una voce femminile che cantava, un po' perché erano andati insieme a comprare il disco in negozio. Anche se quando lo comprarono il CD era già uscito da qualche anno. Più che altro l'aveva comprato perché lo zio della ragazza era il proprietario del negozio.


IX
"Hai visto che drago ieri Pantani?"
"Porco cane!"
"Oh, ma quanto gli ha dato di distacco agli altri? È una forza della natura, è un grande"
"Puoi dirlo forte, Steve", disse Fago entrando in quella conversazione che era da poco avviata con Jack.
"L'hai vista anche tu la tappa di ieri?", chiese Stefano accendendo la sigaretta, giù nel cortile della scuola.
"Certo che l'ho vista, non mi perdo di certo le tappe di montagna quest'anno. Come fai a non guardare quel mito che è il Pirata quando ti fa quelle scalate?"
"Io dico che se corre così vince anche il Tour", intervenne di nuovo Jack.
"Beh, dopo la scalata di ieri, intanto il Giro l'ha vinto, questo è poco ma sicuro", sentenziò Stefano sulle ali dell'entusiasmo.
Qualche istante di pausa, che ognuno sfruttò per ricaricare i polmoni di nebbia, poi Stefano riattaccò: "A guardare Pantani mi ci sto appassionando di ciclismo"
"Ma dài!"
"Forse mi compro una bici da corsa, anche"
"Seee. E che te ne fai?", fece Jack.
"Che me ne faccio? Pedalo!"
"No, intendo dire che te ne fai proprio adesso che avrai presto la patente"
"Beh, se uno ha la patente non vuol dire che deve per forza andare in giro in macchina. Magari ci si fa un giro in compagnia"
Gli venne in mente di quell'idea formulata incoscientemente di salire fino su nelle malghe in mountain bike. E il fatto che molto più conscientemente non aveva intrapreso nessuna scalata. Ma gli era tornata la voglia di girare in bici. Questa volta non con un rampichino, con una bici da corsa di quelle vere, ultra leggere, colorate e sponsorizzate.
"No, la tutina no, pietà!"
"Sì, sì, certo che si fa un giro. Puoi correre che si fa un giro", ridè Jack.
"A proposito, Steve, quando è che fai gli esami?"
"Di teoria?"
"Sì, di teoria"
"A fine mese, teoricamente"
"Ah, finalmente. Poi cominci subito con le guide"
"O subito o finito l'anno scolastico, dipende come sono messo con i voti"
"Parla uno, poverino, non ce ne hai neanche una sotto, di che ti preoccupi?"
Era Fago, che di sotto ne aveva quattro e in pochi giorni doveva sperare di fare una serie di compiti in classe eccellenti per avere la sufficienza in almeno due di quelle quattro materie.
"È solo che non vorrei trovarmi nella tua stessa situazione"
"Spiritoso, prendi la tua bici da corsa modello Pantani-ti-faccio-la-scalata e pedala"

X
Francesco era appassionato di motocross, ma lo stesso non poteva mancargli l'attrezzo principale del ciclocross. Anche perché a sei anni andare in giro in moto era solo un sogno.
Un sogno che nel caso di Francesco divenne realtà.
Però la sua BMX blu era troppo bella per non farla vedere al suo migliore amico delle elementari, Stefano.
"Stefy, oggi vieni a casa mia che ti faccio vedere la mia bici nuova?"
"OK. Di che colore è"
"Blu. Sai che anche le gomme sono blu?"
"Wow, che bello!"
"Sì, è proprio bella"
Quando Stefano la vide non potè far altro che confermare ciò che Francesco gli aveva preannunciato a scuola: la bici era proprio bella. Chiese al proprietario se potevano fare un giro nei campi. Lui girò la domanda alla mamma, la signora Barbara, che acconsentì, "purché non vi sporchiate, bambini, e mi raccomando, trattatela bene che è nuova".
I "non ti preoccupare" sfiorarono solo l'aria presente in salotto, dove la mamma di Francesco faceva le pulizie, le due sagome scomparvero in un batter d'occhio, per ricomparire miracolosamente in garage, dove una BMX faceva comagnia ad una vecchia cinquecento bianca.
Stefano si emozionò molto a pedalare in quella bici, a scorazzare in giro per i campi, ed ancora più contento era Francesco, perché lui la bici adesso ce l'aveva tutti i giorni e quindi poteva andare nei campi a pedalare quanto voleva, su e giù per le montagne di terra, in piste fatte apposta per quei tipi di bici lì.
Stefano raccontò a mamma Rosy le piste che aveva fatto quel mercoledì pomeriggio con il suo amichetto dai capelli castani e dagli occhi dello stesso colore. E lei lo ascoltava accattivata dalle belle storie che il biondino le raccontava.
Quando fu il momento di rispondere all'ovvia domanda che stava aspettando dal bimbo, cioè "mi compri anche a me una bici così?", si fece seria e cominciò a spiegare chissà quali ragioni per cui non avrebbe avuto la BMX nuova.
A Stefano ci vollero sette mesi di insistenti domande abilmente spartite fra papà a mamma per riuscire a farsi comprare almeno una mountain bike. Che però, a differenza della BMX di Francesco, aveva le marce.


XI
La strada era stretta, ma molto dritta. C'era un silenzio mattutino che veniva disturbato apparentemente solo dal rombo di una golf nera modello Pink Floyd che per proprietario aveva un ragazzo a cui piaceva andare veloce, soprattutto dove non c'erano macchine e i rischi di finire male erano molto più bassi. E anche dove sapeva che non gironzolavano pattuglie degli amichevoli vigili urbani. Come in quella strada, che percorreva ogni mattina dalle 5:33 alle 5:35, dove non aveva ancora incontrato un vigile in quattro anni.
Stefano aveva appena deciso che al ritorno avrebbe ascoltato Hard rock bottom dei No use for a name, quando si sentì spinto a prendere un'altra decisione. L'assenza di nebbia quella mattina gli permise di vedere delle forme che conosceva in lontananza nella strada dritta. Quando le vide schiacciò rimise la quarta e schiacciò con decisione l'accelleratore. Il suono della macchina si sentiva perfettamente. Decise che il motore era andato su di giri abbastanza per cambiare di nuovo e rimettere la quinta. Passò una catapecchia, che i proprietari chiamavano stalla, alla velocità di 150 chilometri orari. Costeggiò per un centinaio di metri una palizzata che fungeva da confine della proprietà di un contandino che aveva la casa proprio lì, in mezzo ai campi, in fondo alla stradina di sassi che stava passando in quell'istante. Guardò davanti a sé: le forme che prima erano intuibili ora avevano contorni ben precisi. E colori ben precisi: blu, giallo, verde, nero, bianco. C'era un po' di tutto.
La velocità era la stessa. Il motore faceva il suo dovere, tutto ciò che Stefano gli comandava attraverso quel pedale.
Un'altra accellerata. Entro pochi secondi la golf nera modello Pink Floyd guidata da Stefano travolse la massa di otto ciclisti che occupavano interamente la carreggiata. Le bici fecero un bel volo, e chi pedalava si ritrovò prima in aria, poi a terra. Poi non si ritrovò più. Un paio erano finiti addosso ai pali di legno di un'altra palizzata. Un po' di sangue usciva dalle loro orecchie e da altre ferite in giro per il corpo. Tre di loro, tutti e tre con la tuta gialla e blu, erano rifiniti sull'asfalto, dietro alla macchina, lasciando visibili tracce di un liquido rosso. Un'altro era finito sopra alla capotta della macchina e lo vide dallo specchietto retrovisore mentre cateva a terra, privo di sensi e molto probabilmente di vita. Gli altri, invece, non riuscì a vederli.
"Sempre in mezzo alle scatole", disse con disprezzo Stefano tornando con lo sguardo alla carreggiata, "ciclisti di merda!"



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