Un uomo di parola

Data 27/5/2013 16:43:31 | Argomento: Letture Incrociate - Racconti

“Infelice ch’io sono,
non so portare il cuore sulle labbra”
W. Shakespeare, Re Lear, Atto I


Carissima Vera,
vorrei tanto avere un foglio tra le mani per scriverti due parole, per condividere con te, amica lontana, questi momenti.
Non sono a casa, sono in una piazza luccicante. Lo sai che non sono un grande viaggiatore, i cambiamenti mi mettono paura. Sarà forse perché credo di non avere mai la forza per affrontarli, per uscirne a testa alta. Nonostante tutto sono qui, in mezzo a tanti volti anonimi con cui non posso condividere nulla. Sono volti che non hanno vissuto i miei luoghi, non hanno mai visto il mandorlo fiorire dietro casa mia ogni primavera, incatenato da un’edera che non se ne vuole staccare, come una mamma col suo figlio, un legame tanto viscerale quanto distruttivo. Qui tutti si muovono per istinto, cercando un rifugio dalla fitta pioggia che batte contro i vetri. Mi sento un tutt’uno col mio debole ombrello, inefficace riparo sotto un cielo grigio che si nasconde dietro il buio di un pomeriggio invernale. Sono un turista, proprio come te, quando t’ho conosciuta un paio d’anni fa. Spero di aver indovinato la fermata del bus che deve riportarmi a casa. Non è tardi, ma la mia giornata può concludersi qui, con tutte queste emozioni e questi pensieri che affollano la mia mente.

Prima fermata

La prima cosa che mi colpisce di una nuova città sono i profumi. È come se la gente che anima le strade avesse un odore diverso, un’acidula essenza sulla pelle che non mi spiego da dove possa derivare. In silenzio, con lo sguardo basso di fronte a me, penso proprio a questo mentre la linea 64 attraversa, con ben poca cautela, questo tappeto d’asfalto. Saremo almeno quaranta persone nell’autobus, stretti fino a condividere finanche il respiro. Ricordi, Vera, quando anche noi aspettavamo un autobus simile per tornare a casa? Anche quel giorno c’era la pioggia ad accompagnarci, ed io avevo un ombrello firmato Alain Delon, regalo della nonna. Tu eri al centro del marciapiede, in attesa, fiera di poter affrontare la tempesta con orgoglio, al contrario di me, rinchiuso sotto l’arco di un palazzo signorile con l’ombrello che mi copriva il viso. Guarda un po’ quella signora, pensavo, come è irresponsabile a stare lì, a bagnarsi da capo a piedi. Non t’interessava avere le mani e i vestiti bagnati, ti stavi nutrendo di quella mia piccola città che tanto offre a chi non la conosce. Avevi un cappello di lana, una gonna molto ampia, sul rosso, e una sciarpa dal sapore gitano. Timidamente, forzando il mio ego solitario, ti chiesi se volessi ripararti con me sotto il portone. Fu in quel momento che vidi per la prima volta il tuo sorriso, splendente e contagioso. Tu, vivace signora dell’Europa balcanica, incominciasti a parlarmi della tua terra, la Serbia. Poi, una volta su, ci sedemmo uno di fronte all’altro.
Mi scappa un piccolo sorriso ripensando a quel giorno, e me ne vergogno un po’ perché la signora seduta al mio fianco nell’autobus mi guarda attonita, o forse curiosa di sapere per quale motivo stia ridendo. Una signora col capello corto, occhi chiari, giacca bianca, un po’ sporca. L’autista indossa una felpa blu, di quelle col cappuccio. Mastica una gomma, sguardo assente. Spero riesca almeno a riconoscere i segnali stradali. Vicino alla porta due signore, una ragazza e una moglie in preda alla crisi di mezz’età. Parlottano fra loro, si lamentano della vita forse, o della pioggia battente. La ragazza impara a essere donna. Nelle ultime file, cinque ragazzi di colore. Uno di loro dorme, a bocca aperta. Gli auguro dei sogni felici. Gli altri quattro, seduti uno di fronte all’altro, non parlano né si guardano. Hai mai pensato, Vera, a quanta vita si coglie viaggiando in un autobus? Potrei raccontarti all’infinito di tutti i volti che vedo, delle mani incrociate, dei pensieri che la pioggia risveglia in ognuno di loro. Oggi però voglio raccontarti i miei di pensieri, ciò che io ho vissuto.


Seconda fermata

Questa mattina, nel momento in cui il sole era appena spuntato dietro i palazzi grigi, sono giunto in questa città. Con la sola compagnia di una sigaretta, mi sono addentrato in questa giungla urbana che non tratta tanto bene i nuovi arrivati come me. È come se la città ti sbattesse in faccia con forza tutta la sua frenesia, i rumori assordanti, la fredda comunicazione. Da piccolo ragazzo di provincia, mi chiedo il motivo di tutta questa fretta. Possibile che tutti abbiano così tante cose da fare? Possibile che nessuno di loro si fermi un attimo anche solo per respirare? A volte ho la sensazione di essere un piacevole intruso, uno di quelli che non conosce le regole del gioco, che rischia di far crollare un intero castello di carte facendo una mossa sbagliata.
Ti starai chiedendo perché ho fatto questo viaggio. Beh, ho voluto dare un volto a una persona tanto importante per me, ma che fino a poco fa è esistita solo attraverso lo schermo di un computer. Poche parole, qualche frase scritta di fretta, immagini confuse. Dare un volto a una sagoma è molto importante, sai? Si capiscono molte cose, ci si addentra nell’altro tramite un sorriso, uno sguardo o un semplice gesto. È stato proprio in quel momento, mentre incominciavo a prender confidenza con il rumore dei passi e delle parole, che ho visto Lui.
L’autobus si è appena fermato di botto, siamo giunti alla seconda fermata. Il vecchio signore con il bastone e la barba lunga, in piedi di fronte a un finestrino appannato, scende. Da quando è entrato ho avuto come l’impressione che quel bastone non gli servisse, cammina benissimo. Sale un ragazzo minuto, con uno zaino sulle spalle. Appare un po’ imbranato, imbarazzato anche. Lo capisco perché si tocca continuamente i capelli, poi mette le mani in tasca, poi le toglie, infine si rifugia nello schermo del suo cellulare. Anche noi, Vera, guardavamo i passeggeri dell’autobus che camminava lento verso casa. Non ci conoscevamo affatto, avevamo scambiato lì, sul marciapiede, solo alcune parole. Eppure mi sentivo bene con te, ti parlavo delle mie passioni, del teatro, dell’università. Tu ascoltavi in silenzio, ascoltavi e meditavi. Mai prima d’allora avevo conosciuto una persona così disposta ad ascoltare, a vivere intensamente l’altro come se fosse uno studio da condurre a termine alla perfezione. Mi confidasti che anche tu amavi il teatro, eri un’attrice. Ti eri concessa quel viaggio nella mia secca terra per festeggiare la fine di una carriera grandiosa, conclusasi con l’apertura di un’accademia d’arte drammatica. Io ero sorpreso, non potevo credere di star lì a parlare con una grande icona del teatro serbo. Ma era giusto così. In fondo io parlavo con Vera, la donna dal volto rigato e stanco che, senza dir nulla, faceva trasparire una vita corrosa dall’emozione, dal mettersi in gioco.


Terza fermata

È arrivato il momento più difficile di questa breve storia. Le parole mi hanno abbandonato. Vorrei tanto essere un poeta per esprimere al meglio la gioiosa poesia di quel momento in cui l’ho visto camminare verso di me. Niente di eclatante, nessun gesto drammatico. Un semplice incrocio di sguardi, un lieve e, quasi forzato, sorriso sui nostri volti. Tu mi capirai Vera, come si può esprimere correttamente un tremito, un sussulto, un respiro mancato? Sicuramente t’ho messo curiosità, vorresti sapere ogni suo dettaglio. Cercherò d’accontentarti. Un passo lento e incolore accompagnava il movimento dei suoi occhi scuri, piccoli, incorniciati in un paio d’occhiali tondi presi in prestito da un’intellettuale ottocentesco. Una maglia blu, scura, larga. Un paio di pantaloni beige, tendenti al verde, che poco avevano da spartire col colore scuro della felpa. Scarpe marroni, classiche. Cappello di lana, bianco con cuciture azzurre, a coprirgli una capigliatura scapigliata. Un po’ di barbetta, un baffo curato. Mi son sempre considerato un uomo di parola, un uomo che si difende dietro la potenza della parola. Fino a quel momento ero convinto che nella mia vita avrei potuto esprimere ogni cosa grazie a due sillabe in rima, o a due periodi altisonanti giocando con figure retoriche improvvisate lì, al momento. Devo prenderne atto, avevi ragione quel giorno. Mentre la pioggia insisteva a rallentare la corsa del nostro autobus, io e te parlavamo di poesia. Adori la poesia italiana, soprattutto Carducci. Ci siam divertiti a declamare, con voce strozzata, Pianto antico. Te lo dissi, ricordi? Come può un teatrante, come noi, non giocare con le parole per cogliere al volo la grandezza di un istante? Tu mi hai risposto. Mi hai guardato, hai corrugato gli occhi. Non una parola. Eppure avevo capito tutto.
Io e Lui abbiamo passato almeno un’oretta insieme. Io gustavo le sue abitudini, il modo con cui distoglieva lo sguardo. Si, era intimidito di fronte a me e mi sentivo un po’ in colpa, forse lo avevo mitizzato un po’ troppo. O forse vedeva chissà che cosa nei miei occhi, qualcosa che lo rendeva più grande di quanto realmente fosse. La cosa che più mi ha colpito in quell’alto omone è stata la sua grande semplicità, la voglia di essere felice. Mi ha parlato di felicità sai? Eravamo di fronte a un caffè tanto caldo quanto nero che accoglieva i nostri sguardi persi. È stato uno di quei momenti in cui il corpo pare essere in una stasi profonda, come se tutto il resto prendesse il sopravvento, ogni azione risuonasse nell’aria come un tonfo sordo, una bomba finalmente esplosa. Ecco, era proprio questo che provavo passando il cucchiaino nella tazzina per far sciogliere lo zucchero. Infine una passeggiata. Lunga e breve, dilatata e sommessa, vuota e straordinariamente piena. Non ero più un uomo di parola, ero un uomo muto, uditore. Oh, cara amica, quante cose avrei desiderato dirgli! Volevo chiedergli quale fosse il suo poeta preferito, se preferisce il giorno alla notte, il bianco o il nero, una chiamata a sorpresa o un fiore colto in un campo. Nulla, non riuscivo a dire nulla. Dovrei essere arrabbiato per questo, dovrei prendermela con me stesso per essere stato così stupido da ammutolirmi. E invece mi sento pieno, come se quei quattro passi avessero detto più di un’intera notte passata a parlare delle piccolezze che rendono la vita degna di essere vissuta. Mentre ancora tentavo di scoprire la causa che rendeva il suo sorriso così lucente, mi ha spiazzato salutandomi, doveva andare. Un semplice abbraccio.
Cara Vera, siamo giunti alla terza fermata. La prossima è quella in cui abbondono questo autobus che come uno scrigno sta proteggendo i miei pensieri e quelli di tutti questi improvvisati inquilini che, anche per pochi minuti, lasciano una traccia. Ecco, quella signora anziana, in fondo. Ha una busta della spesa in mano, pesa un po’ troppo per le sue ossute braccia. Vorrei darle una mano, aiutarla magari cedendole il mio posto. Ma è troppo lontana, non mi guarda nemmeno. L’autobus frena di botto, con l’autista che ne approfitta per gettare la gomma da masticare dal finestrino. La signora anziana scende, perde una mela dalla busta e non se ne accorge nemmeno. Anche lei ha lasciato la sua traccia. Volto lo sguardo verso il finestrino. Chiudo gli occhi, l’autista ingrana la marcia.


Quarta fermata

Il momento in cui mi sono emozionato di più stando con te, Vera, è stato quando mi hai detto di non lasciare il teatro. Vedevi in me degli occhi lucenti, espressivi. “Continua, non fermarti. Prova emozioni e tenta di condividerle. Non tutti sono in grado di farlo, ma tu si”. Quando, ogni tanto, mi ritrovo deluso sotto le coperte del mio letto, ripenso a queste parole scandite con un italiano gitano, alla fiducia che quel tuo sguardo balcanico aveva riposto in me. Si, Vera, continuerò a recitare, anche solo per me stesso.
Il nostro paesello era spuntato dietro una fitta nebbia degna di esser contemplata dalla migliore poesia di Pascoli. Dovevamo scendere ma non volevamo lasciarci. Io ti dissi di darmi il tuo indirizzo, il tuo numero di telefono o qualunque cosa potesse essere utile a rintracciarti nel tuo paese lontano. Improvvisando un foglio di carta, scrivesti con cura poggiandoti sulle ginocchia. Scesi dall’autobus, ti salutai con un arrivederci. Entrato a casa, mi resi conto che il tremore del bus in corsa aveva avuto il sopravvento sulle tue mani stanche, l’indirizzo era incomprensibile. Non avrei potuto più scriverti.
Ora sono qui, sull’uscio della porta meccanica, pronto a scendere. Quest’incontro con Lui, d’una bellezza senza fiato, è stato molto importante per me, Vera. Mi ha fatto capire che la parola ha dei limiti insormontabili. In tante situazioni cercare la parola appare come camminare scalzi su pezzi di vetro fingendo di non farsi male. I nodi più interni, quelli legati all’anima, non si comunicano in alcun modo. Ci sono delle cose che sono impercettibili, delle sensazioni talmente sfuggenti che la parola cerca di inseguire ma che perde subito, come un bimbo inesperto che vuole catturare una farfalla ma non può far altro che arrendersi ad ammirarla, nel suo movimento fuggevole e perpetuo.
Ingannevole e limitata parola, mi abbondoni proprio quando ho più bisogno di te. Devo cambiare dunque opinione? No, la parola appartiene al ricordo. È quella compagna di sventure nel momento in cui si vuol riparare a qualcosa, ci aiuta a sedimentare il passato, a renderlo vivo ed immobile, a ricostruire tutto nuovo e un po' diverso.
Quarta fermata. Sono fuori, di nuovo in mezzo alla pioggia. Amica mia, vorrei tanto sapere cosa stai facendo in questo momento, dove sei, a cosa pensi. Provo ad immaginare? Ti vedo seduta su una poltrona rossa, squillante. Hai un po’ freddo, metti uno scialle di lana sulle spalle. Non leggi, ti stancherebbe. Però ricordi, non so cosa. Forse uno spettacolo andato male, o quello in cui ti sei emozionata di più, oppure riporti alla mente l’odore acre di polvere del palcoscenico, luogo magico che ha accolto migliaia di volti tesi e di mani pulsanti. Intanto, scandendo le dita delle mani su un Notturno di Chopin, guardi un quadro appeso sul muro di fronte a te. Forse una copia di monsieur Monet. Un campo fiorito o uno stagno invernale.
Ovunque tu sia, sappi che qui, in questa città splendida che mi vede come un estraneo, c’è un piccolo ragazzo che ti pensa, ti ha affidato i suoi pensieri, ti ha raccontato un incontro intenso e non t’ha dimenticata.

Con tanto affetto
Francesco



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