I mondi e la forza peso

Data 25/8/2011 14:45:58 | Argomento: Letture Incrociate - Racconti

Antonio sentì la disperazione montare dentro di sé, strinse forte il bordo del lavabo con entrambe le mani, scaricandovi tutto il peso del corpo, poi esplose e diede un pugno allo specchio facendolo a pezzi e il sangue della mano colorò l'acqua che andava giù per lo scolo portando con sé parte della sua rabbia.

"Aaaahhhhhhh!" urlò per il dolore nel riflesso deformato della faccia e un serio capogiro lo fece barcollare.
Si sciacquò il viso, ripulì velocemente e fasciò la ferita. Uscì e la brezza del primo mattino lo rinfrancò. Vide tanta gente più o meno vispa in giro per il centro a quell'ora torpida. Ognuno trasportava sulle spalle una o più pietre. Ne vide di diverse misure: granelli di sabbia, sassolini, massi, rilievi collinari, montagne, persino intere catene montuose e alcuni ghiacciai. Stranamente notò che maggiore era il peso apparente della zavorra, minore era la fatica che l'individuo pareva sopportare, o almeno così dimostrava.

Un tipo correva nel sentiero del parco portandosi appresso tre bombe vulcaniche il cui peso complessivo doveva essere rilevante, data la dimensione di ognuna, ma se n'andava disinvolto a velocità, in tuta e scarpe sportive, come fossero di pomice. Una signora teneva in braccio un bambino di circa due anni. Aveva gli occhi lucidi, il volto segnato non dal tempo e sulle labbra un sorriso dolce e saggio. Il figlio rideva e aveva uno zainetto sulle spalle con dentro Dio sa cosa e la mamma lo teneva stretto per non farlo cadere all'indietro, mentre si sforzava di mantenere l'equilibrio messo a dura prova anche dal massiccio che le cresceva appena sotto la nuca e dalla busta della spesa appesa all'altro braccio. Un signore sulla settantina, distinto nel suo vestito estivo beige, intento a scegliere la frutta nella bottega sotto casa, sembrava perder tempo volontariamente, girava meditando tra le cassette di pesche profumate esposte sul marciapiede e riscaldate dai raggi del sole, ascoltando le frasi in dialetto del venditore che lo pregava tra le righe di spostarsi per far spazio agli altri clienti. Lui non sembrava farci caso e godeva del calore del sole che batteva proprio sulla vetta dell'altissimo monte che gli si ergeva maestoso fra le scapole, e nel frattempo assorbiva avidamente tutti i rumori e gli odori della città che cominciava a svegliarsi, con gli occhi chiusi, come in estasi.
Il surreale stallo di quel dipinto fu improvvisamente scosso dal frastuono di un'ape che trasportava altre cassette, stavolta colme di pesce fresco col sapore del vicino mare ancora vivo e intenso. Quando finalmente il ragazzo spense il motore, l'armonia rialeggiò tutt'intorno e si tinse d'azzurri e di verdi e del bianco del grembiule e del copricapo dell'immenso pescivendolo che uscì imponente dal negozio urlando per il ritardo e urtando il povero garzone che, grattandosi la testa flemmatico, in netto contrasto con l'energia esplosiva del padrone, prese a caricarsi sulle gobbe di pietra una dopo l'altra le cassette gocciolanti.
Dall'angolo del bar-tabacchi si stagliò favolosa una figura di donna vestita non concedendo nulla al caso. Aveva negli occhi la tristezza del mondo e sulle labbra strette nessun accenno di riconoscimento verso la natura che l'aveva voluta creare così bella e avvenente. Passò come al rallentatore davanti al pesce, alla frutta, al postino imbambolato, ad Antonio che sentì una fitta alla ferita della mano, al signore anziano ancora con le spalle rivolte al sole. Continuò a camminare impassibile e impossibile con la borsa in una mano e il cellulare nell'altra, intenta a leggervi qualcosa. I capelli chiari e lunghi svolazzavano morbidi come accarezzati da un angelo. Sulle spalle a tratti scoperte per l'andatura, nessun cenno di escrescenza rocciosa. Solo del pulviscolo si sollevava di tanto in tanto. Diede uno sguardo verso gli spettatori come a rimproverar loro di non comprendere la gravità di quel suo polveroso fardello. Girò l'angolo lasciando dietro di sé una scia di oppressione e disperazione. Il cielo si annuvolò e i profumi delle delizie del palato e della mente lasciarono spazio al sapore umido e freddo dei primi giorni d'autunno che tutto avvolse e sconvolse, e i colori vivi e accesi si scansarono al passaggio d'un grigio smorto e addolorato.
Poi, dopo qualche istante che parve infinito, ritornò l'aroma di mezza estate e tutto riprese vita, anche il postino che finì di imbucare le poche buste che gli erano rimaste in mano nella cassetta del palazzetto ancora addormentato a fianco all'edicola, rimise il casco e sparì sorridente e gaio nella viuzza di fronte in sella al suo motorino, con indosso un giubbotto che, un po' troppo ingombrante, copriva chissà cosa.

Antonio rifece i passi verso casa. Si fermò poco prima di aprire il portoncino in ferro che dava sul piccolo giardino un po' trascurato e si voltò verso quegli individui, ognuno con la propria angoscia, che lui per qualche oscura ragione quella mattina riusciva a scrutare. Rimase ad osservarli a lungo. Più avanti, la vetrina della farmacia. Fu tentato di specchiarvisi per guardarsi di profilo e vedervi riflesse le dimensioni della propria montagna, della quale avvertiva ancora l'ingombro ma ne aveva smesso di sentire il peso da qualche minuto. Non lo fece. Entrò in casa e si mise a sedere sulla poltrona, aprì il libro che aveva mollato ormai da più di tre settimane, sistemò gli occhiali sul naso e divorò parole dopo parole, sensazioni dopo sensazioni, finché un sonno soave e accogliente non lo abbracciò.



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