Quel giovedì pomeriggio

Data 24/4/2008 13:11:36 | Argomento: Letture Incrociate - Racconti

Non preoccuparti per il tuo quattro in Greco, Alice, capita a tutti prima o poi. Solo a tua madre certe cose non succedono, ma quelli come tua madre la sconfitta non la prendono nemmeno in considerazione. Non a caso è riuscita a trascinarmi all’altare.

Anche a me, in secondo liceo classico, scrissero quel temibile numero sulla pagella. Ma ti confesso che me l’ero meritato; durante quel quadrimestre il calcio aveva occupato la mia testa molto più di quanto avrebbe dovuto farlo la scuola, con ovvie conseguenze negative sul mio rendimento.
Il nonno, deluso ed alterato, decise che era il caso che prendessi delle lezioni private. Pur sapendo benissimo che avrei potuto recuperare da solo le insufficienze volle assicurarsi che per un paio di ore a settimana il mio cervello abbandonasse le forme sferiche per dedicarsi ai lirici greci. Era una sorta di punizione.
Dopo una telefonata con la zia Assunta, che faceva la professoressa di matematica, il mio mastino assunse un'identità. Si chiamava Emma Mazzei.

Per i quattro mesi successivi, il mercoledì pomeriggio dalle sei alle otto, abbandonavo i pini di Monte Mario per andare con il 913 nel quartiere Prati, feudo indiscusso della colta borghesia romana. Lì la signorina Mazzei mi svelava settimanalmente i misteri del greco antico. Il peso di quelle due ore si rivelò molto più sopportabile di quanto avevo temuto. Durante il viaggio in autobus, lontano dalla marcatura del nonno, trovavo anche il tempo per leggere il Corriere dello Sport.

Un giorno la signorina Mazzei telefonò a casa chiedendo di rimandare una delle lezioni al giovedì. Lo ricordo bene, quel pomeriggio. Il 913 era pieno di domestici filippini che andavano a godersi il loro giorno di riposo dividendosi tra i raduni di Piazza Mancini e il bowling di Viale Regina Margherita. Occuparono i posti a sedere con una rapidità impressionante e fui costretto a dedicarmi alle consuete letture sportive in piedi.

Sceso dall’autobus raggiunsi il solito portone al numero 44 e citofonai in leggero anticipo.
Salii le scale due a due e trovai, come sempre, donna Claudia Mazzei, madre settantenne del mio mastino, ad accogliermi con il suo sorriso in formalina. Mi fece sedere nell’anticamera perché sua figlia era impegnata con la lezione precedente.
Avevo le narici piene dell’odore di canfora che impregnava l’aria di quella casa e per qualche secondo fermai lo sguardo sulla libreria in legno scuro, poi sul vaso in cristallo pieno di azalee di stoffa. Mi spinsi gli occhiali sul naso e donna Claudia arrivò con una tazzina di caffè tutta per me; sembrava aver ingoiato un registratore, quella signora. Articolando tra il naso ed il palato una stucchevole cantilena mi faceva sempre le stesse domande “come stanno i tuoi?”, “A quando il prossimo compito in classe?”, “Un fidanzatina ce l’hai? Eh... vedrai, la troverai. Sei così un bel ragazzo!”. Una tortura ai limiti della sostenibilità, da cui mi rifugiavo ripensando alle ultime partite della Roma in campionato.

Si aprì la porta con le vetrate opache che dava sul salone, l’antro del mio mastino. Uscì una ragazza molto alta, un po’ tramortita dalle due ore di lezione. Guardai appena il suo zaino rosa, ma la voce della signorina Mazzei mi richiamò all’ordine convocandomi nel salone. Mi accolse come con il solito sorriso; il suo fascino esuberante e maturo era compresso dalla troppa educazione e dalla gonna sotto al ginocchio, ma lo vedevo a volte spillare furtivo dai suoi severi sguardi di rimprovero.
La ammansii con la versione del giorno prima, un passo del Simposio di Platone. La lesse filtrata dagli occhiali a mezzaluna. Qualche errore veniale che correggemmo con la matita rossa, cavandocela in una mezz’ora.

Passammo poi al latino.
Avevamo imparato da poco a leggere in metrica studiando i carmina di Catullo e la signorina Mazzei mi dava una mano a prendere il ritmo. Mi ero accorto che il tono della lezione cambiava quando dalla correzione delle versioni di greco passavamo a Catullo. La femminilità si rimpossessava del mio mastino che per pochi minuti, grazie a Catullo, abbassava le difese.



Il carmen del giorno era il XXI contraddistinto da un metro particolare, il trimetro giambico scazonte, nome foriero di grosse cretinerie con i compagni di classe.
Quando iniziai a leggere la signorina Mazzei era un po’ irrigidita.


“ misèr catùlle dèsinàs inèptìre
Et quòd vidès perìsse pèrditùm dùcas

Va bene professoressa?”

Nessuna risposta. Il mio mastino aveva gli occhi fissi sul libro e stringeva forte tra l’indice e il medio la matita bicolore. Cercai di sdrammatizzare:
“ Ho sbagliato il trimetro scazonte, prof? Le ultime due sillabe sono un po’ truffaldine con quel cambio di ritmo… Mi scusi, riprovo subito..”
Ma mi accorsi che non si trattava di un errore di metrica e che probabilmente il mio mastino non mi stava neanche ascoltando.

Dopo qualche altro secondo sospeso tra il suo silenzio ed il mio imbarazzo, la signorina Mazzei pianse. Iniziò senza accorgersene per trovarsi costretta poco dopo, in balia dei suoi stessi singhiozzi, a schiacciare il viso contro le due pagine del libro di latino.
Completamente impietrito dalla violenza della sua esplosione emotiva provai a capire che cosa avesse potuto causarla. Mi sforzai per qualche secondo senza successo ed in effetti non lo seppi mai con esattezza; adesso immagino che la sua passione non consumata fosse marcita presto, schiacciata dai soffitti alti delle case di Prati. Ma imparai questa lezione solo qualche anno dopo aver metabolizato il ritmo bizzarro del verso scazonte di Catullo.

Optai incoscientemente per un rimedio a breve termine. Mi costò fatica, ma mi allungai verso la signorina Mazzei, le presi la mano e la strinsi forte, fingendomi l’unica persona che avrebbe potuto capirne la disperazione. Le regalai per pochi minuti l’illusione di quel contatto umano vero e profondo di cui aveva bisogno, come se avessi potuto, dal basso dei miei diciassette anni, farmi carico di tutti i suoi pesi e di tutte le sue compressioni.
Le strinsi così forte la mano che dopo qualche attimo il mio mastino smise di piangere.
Alzò la testa, la signorina Mazzei. Per pochi secondi i suoi occhi rossi e bagnati incrociarono i miei, nascosti dagli occhiali di celluloide. In quei pochi secondi tutto ciò che era fuori da quella stanza cessò di esistere.

“Scusa, Paolo, scusa… puoi continuare con Catullo..”
obbedii.

La lezione si trascinò per un’altra ora. Catullo oramai non era più nelle mie corde e mi incartai parecchio nella traduzione, ma il mastino non me lo fece pesare troppo. Ci congedammo con uno sguardo intenso. Avremmo dovuto dimenticare tutti e due quelle lacrime, senza il bisogno di parlarne ancora.

Uscii da quel portone un passo più lontano dalla mia infanzia e salii al volo sul 913. Quel giovedì durante il viaggio di ritorno non terminai la mia lettura del Corriere dello sport.
Il mio quattro, anche grazie all’aiuto del mio mastino e agli insegnamenti di quel giovedì, si trasformò in un sette alla fine dell’anno.



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