La ragionevol durata di un'istante...

Data 15/4/2004 10:51:59 | Argomento: Letture Incrociate - Racconti

Prima pubblicazione: 20/10/2003 14:20:41

La scogliera dagli aranci profumati abbracciava quell’azzurro specchio di mare.
Sentivo la cicala tessere odi d’amore, ritmica e aggraziata.
Non lontano da me volavano due gabbiani: li vedevo rincorrersi in un cielo che finiva per confondersi col mare, in sublimi gradazioni d’azzurro.
L’isola era per la maggior parte spoglia e rocciosa.
Le bianche case del villaggio erano arroccate lassù come un bianco presepe che troppo spesso mi sembrava dannatamente malinconico, o forse ero io a vederlo tale proiettando le mie emozioni su di esso. D’altronde osservavo tutto il mondo velato della mia malinconia, confuso e annacquato dalle lacrime che spesso non riuscivo a trattenere.
Mi addormentavo con la finestra aperta, grato al forte profumo salmastro di un mare che veniva a consolarmi e dolce mi cullava verso il mondo dei sogni.
La notte così arrivava silenziosa tra le case e leniva gli affanni della gente.
Quelle stelle chi potrebbe dimenticarle. Non erano quelle di città. Ma alte, luminose, a picco sul mondo, racchiuse nel cielo. Capivo allora il fascino che da sempre avevano esercitato sugli uomini, restavo estasiato a guardarle perso nei miei pensieri.
Quel profondo silenzio era per me fonte di riflessioni.
E’ così fugace il sogno di una vita?
Io sono qui ed ora, ma non c’ero e non ci sarò. Altri sogneranno di me da questa scogliera in un momento non più mio, ma nell’eternità evanescente di un ricordo.
Già, delle volte ridevo di me stesso per la mia naturale attitudine a perdermi in mille pensieri.
Quella sera me ne stavo ad occhi chiusi mentre ascoltavo il mare brontolare.
Credo che ella giunse trasportata da una folata di vento, giuro, ancora oggi, nessuno potrebbe togliermi quest’idea dalla testa.
Ora che ricordo meglio e più chiaramente credo fosse una fata del mare, infondo quei popoli dalla cultura millenaria vi hanno sempre creduto, no?
Arrivò alle mie spalle sussurrando flebile: “Che sta dicendo?”.
Non mi vergogno di ammettere che quella voce inaspettata finì per spaventarmi.
Allora mi mise una mano sulla spalla sussurrando: “Il mare intendevo, non volevo spaventarti, davvero” e si sedette accanto a me.
Parlammo tutta la notte, ma non come due estranei che timidamente cercano di conoscerci.
Tra noi non ci furono mai barriere, ella leggeva dentro di me e le erano chiare cose che a me spesso sfuggivano nascoste nella mia anima, assordate dal clamore del mondo.
Non mi parlava come una risposta che arriva risolutiva, ella giungeva leggera a chiarire, toglieva veli che celavano verità dentro di me. Chi è quell’uomo fortunato che può contare su un simile amico? Non uno tra una folla, io credo.
Eppure lei era lì, davanti a me. Non prevista, non cercata, sconosciuta ma tanto saggia da sapere, aveva il potere dell’intima conoscenza dell’animo umano.
Chi era quella donna? Credo che l’amai da subito e come fanno gli uomini cercai di afferrarla timoroso che potesse scappare. Solamente se qualcuno di voi provò mai ad afferrare il vento potrebbe capire perché non vi riuscii.
Passai un mese con lei su quell’isola che spesso mi pareva deserta. Come essere rapito in una dimensione uguale eppure differente. Ero negli stessi luoghi e vedevo le stesse persone di sempre, ma attutite dalla sua presenza: i suoni eran lievi, le voci sommesse, l’orizzonte indefinito solo i profumi, mio Dio quei profumi, erano vivi, intensi. Potevo vedere quei fiori dai colori accesi uno per uno chiudendo gli occhi e respirandone il profumo.
Poi una mattina mi svegliai e trovai sul comodino della mia stanza un biglietto scritto con una calligrafia minuta ed elegante, lo lessi piano.


“ Addio, non posso vivere con te. Dimenticami e sii felice. Se ti può servire odiamo perché ora fuggo. Ma non scordare l’istante, ti ricordi vero? Il tempo non è fatto d’anni ma d'istanti, i preziosi momenti che durano una vita, ti prego non dimenticarlo mai. Fallo per me….
Grazie.
Maria C…...”.
Mi vestii in qualche modo e corsi scalzo a perdifiato fino alla scogliera che dava sul porto.
Vidi il traghetto, ormai fattosi piccolo, danzare sul filo dell’orizzonte e sparire lontano nell’immensità di quel mare.
Dopo qualche giorno anch’io tornai a casa.
Non la dimenticai mai.
La cercai per le strade e nei negozi, nei miei viaggi e nei miei sogni.
Passarono gli anni: cercai di odiare il mio unico, vero amore.
Lo facevo per non morire, ma Maria tornava nei miei sogni e mi parlava, così la rincorrevo senza però averla mai.
Viaggiai molto per il mondo e lei era nelle rose dell’Austria, nel deserto bruciato d’Australia, nel sorriso dei bambini africani e nel mare greco in cui la conobbi.
Non tornai mai più su quell’isola.
Morirono i miei genitori, morirono i miei fratelli e i pochi amici.
Era un piovoso giorno di novembre, il giorno in cui i vivi ricordano i morti perché così si deve fare.
Camminavo tra le tombe dei miei cari col passo infermo della vecchiaia.
E lei era lì che mi guardava, Maria era tornata finalmente per salutarmi prima di un nuovo viaggio.
Morì un mese dopo il nostro incontro, come potevo leggere dalla lapide che portava la sua foto, era proprio come la ricordavo allora, per sempre giovane,
Credo che lo sapesse di essere arrivata alla fine dei suoi giorni, povera Maria.
Ma quanto era dolce e per nulla timorosa o amareggiata.
Aprì i miei occhi e se n’andò per evitare di spezzarmi il cuore.
Non riuscì a fare a meno di confidarsi con quel ragazzino che ero io.
Preferì farmi credere di non contare nulla per lei perché la odiassi e potessi vivere una nuova vita.
Sapeva che la amavo, certo lo sapeva.
Sparì come un sogno al risveglio e restò con me per sempre.
Piansi di nuovo lacrime amare e ancora una volta un istante, un brevissimo e fuggevole attimo segnò la mia vita.
Il mio cuore smise di battere volendo fermare per sempre il tempo tiranno, quel giorno di novembre, mentre la pioggia cadeva sulle cose, sulle case, sulla gente e la città si faceva piccola laggiù.
Spero possiate in qualche maniera sapere questo voi che restate a vivere vite fatte d’anni, fatte d’innumerevoli istanti.




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