Come Quando Fuori Piove

Data 19/1/2005 23:49:58 | Argomento: Letture Incrociate - Racconti

Ecco, ci risiamo: come al solito tocca a me giocare per primo. Quanto odio doverlo fare! È come…come buttarsi nel vuoto; oppure, che so, come attraversare un corridoio buio per trovare una porta che magari nemmeno esiste. Odio rischiare, odio mettermi in gioco, lo trovo semplicemente inutile. Non sono come Quentin, o come Paul: a loro è stato concesso – da chi? da chi? – abbastanza coraggio per andare avanti, per trovarsi un futuro di cui andare fieri.
Persino Fiona, che siede qua di fronte a me, che mi osserva con quei suoi occhi scuri, bui e freddi come quando fuori piove, persino lei ha cominciato a far carriera? Ed io? Niente. Un miserrimo stupido niente. Da quanti anni sono fuori corso? Ormai ho rinunciato a contarli. Certo, lo studio, la parvenza di cultura con cui mi ricopro è un buon paravento, niente da dire. C’è gente che mi ammira perché studio ancora. “Dove la trovi la forza, Clifton, come diavolo fai? Sapessi quanto ti invidio!” Sapessero quanto io invidio loro. Cosa sono io? Cosa sono, quando me ne sto solo, in casa, con uno di quei maledetti libri sul naso, in prossimità di un esame che sicuramente rimanderò? Cos’è la cultura con cui mi decorano gli altri? Una maschera, nient’altro che uno scudo per proteggermi dagli aguzzi scogli della vita. Inutile negarlo, almeno a me stesso: ho paura della vita. Ho paura di dovermi svegliare la mattina con davanti un’intera giornata da programmare. E se cambiassi questa? Magari poi me ne darebbero una ancora peggiore, e verrei deriso per il misero risultato raggiunto. Eccolo qua, a sinistra, il tipico sorriso di Quentin, quello da usare quando si annoia. Ed eccolo qua, puntuale come un orologio, il mio viso che diventa caldo e rosso. Lo sento. Magari ha visto le mie carte, o forse sta aspettando che mi sbrighi per poter giocare il suo turno. Leggero come sempre, Quentin, senza troppi grilli per la testa. A scuola era uno dei più vivaci, ma riusciva comunque a conquistare la simpatia di tutti, compagni o professori che fossero. Potrei buttare queste due? Mi sono sempre chiesto come diavolo facesse; siamo antitetici, io e Quentin. Sembra strano persino trovarsi seduti allo stesso tavolo per una partita a poker. So, in qualche modo, di essere migliore di lui, ne ho la certezza assoluta. Sono più serio e più intelligente, tanto di Quentin quanto di Fiona e di Paul. Ma se non mi è stata data la forza per sfruttare questa mia superiorità, tutto quanto perde senso. E quindi? La mia intelligenza ho ben pensato di atrofizzarla imparando a memoria delle inutili date, e la mia serietà…beh, quella serve solo per far colpo sulle madri delle ragazze che mi piacciono. Potrei buttare questa. O forse…no. Cosa farebbero gli altri? Quentin, se potesse, cambierebbe tutte e cinque le carte, così, giusto per il piacere di rischiare. Fiona proverebbe ad imitarlo, come ha sempre fatto: tutte le ragazze si innamorano di Quentin. E poi c’è Paul, ibernato alla mia destra. Sembra in trance, totalmente estraneo a noi. Con quello sguardo da serpente mi ha sempre un poco intimorito. Tutti qui sono in grado di prendere decisioni rapide, e comunque sia esatte; tutti tranne me, patetico omuncolo che non sa neanche scegliere quali carte cambiare. Basta, lascio tutto così, sempre meglio di niente. Meglio un uovo oggi che una gallina domani, soprattutto se si deve rischiare tanto per la gallina. Servito.


Sì, e riverito! Finalmente, Clifton si è deciso. Cioè, ha deciso di non decidere, e piano piano sta ricominciando a respirare. Cavolo, ma come può lasciarsi opprimere così tanto dalla presenza delle altre persone? Sul serio, sta sfiorando la paranoia! Anche prima, quando ho sbuffato – diamine, non finiva più! – è diventato palesemente nervoso. Gli altri non hanno niente di più e niente di meno rispetto a noi, povero piccolo Clifton. Sta a noi rendercene conto, nient’altro. Poi, naturalmente, è necessario combattere fino ad ottenere una posizione agli occhi di tutti, una posizione da difendere con le unghie e con i denti. Come ha fatto Paul con le sue espressioni glaciali, con il timore che riesce ad infondere in tutti quelli che gli stanno vicino; e come ho fatto io con i miei sorrisi, le mie risate e gli scherzi ai professori. Non è stato poi così difficile. Ormai, a scuola, tutti mi conoscevano come il ragazzo sempre allegro, che ne sapeva una più del diavolo. Se un giorno disgraziatamente fossi stato più silenzioso e tranquillo del solito, allora puf!, non sarei più stato Quentin, gli altri mi avrebbero ignorato, e sarei tornato quel timido ragazzo ragazzino senza umorismo che nessuno vorrebbe come amico. Semplice semplice. Non ha senso essere se stessi, è come masturbarsi o parlare da solo, è come quando fuori piove e non puoi uscire di casa, e magari ti hanno pure staccato il telefono. Io ho deciso di essere ciò che gli altri hanno deciso che io sia. Ottimo scioglilingua, potrei farlo mettere sulla mia lapide. Volevano ridere? Io li facevo ridere. Essere considerato un buffone è di gran lunga meglio che non essere considerato affatto. Che importava se io non avevo voglia, se non mi sentivo molto per la quale? Una volta di fronte agli altri, mi veniva chiesto di indossare la mia maschera sempre sorridente. Ed io la indossavo, così come ora la sto indossando. Semplice semplice. Ops! Per sbaglio ho urtato il piede di Paul; ma lui sembra non essersene accorto. O almeno, sta continuando a fissare le sue carte con gelido disinteresse, come se non gli importasse niente di niente. Sembra si sia trovato qui per caso – o forse è meglio dire per sbaglio – con le carte in mano, ma è comunque deciso a dimostrare la propria superiorità rispetto a me, Clifton e Fiona. Paul domina le persone, così come io mi metto al loro stesso livello e Clifton si sente schiacciato da esse. E poi c’è Fiona, che abbozza un sorriso stentato ogni volta che incrociamo lo sguardo. Non ama truccarsi, e infatti non ne è minimamente capace: su un incisivo c’è una punta di rossetto che le sporca l’espressione. Dio, sarebbe così bella, Fiona, se non si truccasse! Me la ricordo ancora, acqua e sapone, con la sua bellezza timida ma disarmante, quella volta che avrei voluto baciarla nell’aula vuota, di pomeriggio. Neanche saprei dire perché diavolo non l’avessi fatto. Forse perché so di non essere degno di lei. La mia maschera vuota non può meritarsi la sua vitalità genuina, così terribilmente vera. Ma non è colpa mia, sul serio: sono stati gli altri ad impormi quella maschera, a darmi la mia parte da recitare fino in fondo, fino all’ultima battuta, per non essere tagliato fuori. Che carte ho? Teniamo solo la più alta, se mi andrà male ci farò una battuta sopra. Quattro carte, pliiiiiz.


Ormai quel please strascicato è diventato il marchio di fabbrica di Quentin. È la tattica che ha escogitato per farsi dire sempre sì. È così facile, per lui: col suo sorriso, con la sua simpatia, con la sua dannata faccia da schiaffi. Io, in quanto donna, o in quanto me stessa, devo sudare per conquistare un minimo di considerazione. E quasi mai ce la faccio. ci ho provato – mi sono vestita bene, mi sono truccata – ma Quentin fa di tutto per evitare il mio sguardo. Ha cambiato quattro carte, un suo obbligo in quanto Quentin. Non è un asso del poker, semplicemente adora rischiare. Mi intristisce questa piccola rimpatriata. Passare una serata con vecchi amici rende più opprimente la solitudine una volta tornata a casa, quando alla televisione non danno niente di degno, la birra è diventata calda e il gatto ha troppo sonno persino per fare le fusa. E questa è la terza boccata in cui fumo il filtro, brava cretina! Ci vuole poco per rovinare una sigaretta. Quali carte cambio? Dire che questa mano è orribile sarebbe utilizzare un simpatico eufemismo. Probabilmente sono l’unica qua a saper giocare decentemente a poker: a volte gli ex servono a qualcosa, anche se poi preferiscono il poker a te. Ma già, c’è Paul. Con quel viso senza espressioni potrebbe essere un giocatore provetto. Ha un fascino tutto suo, Paul, anche adesso che tiene i suoi occhi di ghiaccio puntati sulle carte. Dà come una sensazione…sì, una sensazione di crudeltà. Ha appena riabbassato lo sguardo dopo averlo alzato per un istante, come se seguisse un pensiero solo suo. Mi ha fatto provare un brivido di freddo, di gelo e caldo insieme, qui alla base del collo, come quando fuori piove. Chissà cosa sarebbe in grado di fare ad una donna…Sono stanca, terribilmente stanca. Ormai non riesco neanche più a scrivere niente: quel libercolo è rimasto incastrato nella macchina da scrivere, incompiuto. C’è chi dice si tratti del blocco dell’artista, fatto sta che da un po’ di tempo sono in grado solo di accendere una sigaretta col mozzicone della precedente aspettando l’ispirazione. So già che farò la fine della Woolf: mi riempirò le tasche di sassi e mi butterò in un fiume. Forse. No. No, non ne sarei capace; ma non so se questo sia un male o un bene. Cosa darei per essere come Clifton! Vorrei studiare ancora, fare amicizie, sparlare dei professori, incontrare l’amore tre i corridoi e promettergli di stare insieme per tutta la vita. Odio le responsabilità di ogni giorno, odio la misera fama che mi è caduta tra capo e collo e odio le aspettative che tutti riservano su di me, come se fossi capace di soddisfarle. Potrei scrivere qualcosa sulla mia vita, perché no: le biografie di donne disperate vendono sempre parecchio. Almeno eviterei di scervellarmi per creare qualcosa di migliore. Ma ne sarei capace? Di accontentarmi di un lavoro mediocre, intendo. So che non mi soddisferebbe. Basta, questa vanagloria non si addice ad una scrittrice pazza par mio. Tornata a casa, mi berrò una birra, accenderò una sigaretta e mi siederò davanti alla macchina da scrivere. Chissà, magari potrebbe venirmi l’ispirazione, e continuerò a scrivere fino a che i vicini non brontoleranno per il rumore selvaggio dei tasti. Dopo questo libro potrò comprarmi un computer. Speriamo almeno nel full. Io ne cambio due.

Mi basterebbe una carta per fare scala reale; e, per ora, questa è l’unica cosa che conta. Non ha senso, assolutamente, pensare al resto che verrà dopo: una carta, quella giusta, un unico obiettivo per andare avanti. Inutile perdersi in vuoti giri di parole, inutile riempire l’agenda di incontri cui non potremo partecipare perché non avremo più tempo. Pensare solo all’immediato futuro, giusto un attimo prima che diventi presente, sempre. Domani, chissà, potrei anche non esserci più. Devo tenere le mani ferme: pensare al futuro mi mette paura, e io non voglio avere paura. Non devo averne. È una cosa da sciocchi, da deboli, e io non posso permettermi di essere né l’uno né l’altro. Sono più forte di tutti voi, sì, ho dovuto imparare ad esserlo. Se voi aveste avuto quello che ho io, probabilmente sareste periti. Clifton avrebbe sigillato ancora di più il suo guscio; la risata di Quentin sarebbe stata solo un ghigno nervoso; e Fiona, chi può dirlo, avrebbe potuto finire con il suicidarsi. Io no. Lo so che mi giudicate freddo e implacabile, ma voi calpestate il fiore che io, prima, da solo, mi ero fermato ad annusare. Sono io quello che ama di più la vita: voi tre siete capaci solo di criticarla e si aspettare, sperando che migliori. Ebbene, la mia non può migliorare. Al massimo potrebbe mantenersi stabile per un po’, ma un giorno, chissà. La mia paura – perché ne ho, è innegabile – è più viscerale delle vostre tre messe insieme. La morte è un brutto pensiero, soprattutto quando ti accompagna ovunque, come un’ombra, come un angelo custode, come quando fuori piove e i vetri tutti appannati non ti permettono di vedere cosa c’è fuori. Solo qualche macchia di luce, qualche colore sbavato, irreale come un sogno che a mala pena si ricorda. E adesso fuori sta piovendo. Come reagirete? Quentin, sempre nervoso e inquieto, già se ne è accorto e ha finto di fregarsene con un’alzata di spalle. Clifton ha incamerato l’informazione: tra poco si renderà conto di aver dimenticato l’ombrello e si piangerà addosso. E Fiona, lei lo prenderà come un fatto personale, come una punizione per qualche suo errore. Solo io considero la pioggia come una benedizione, una presa di coscienza di Dio che piange sulle sue creature. Forse, una volta tornato il sereno, nuovi fiori saranno spuntati tra l’erba umida, e il prato qua fuori sarà più colorato e più profumato di prima. Una.



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