Lube

Data 10/9/2004 17:03:30 | Argomento: Letture Incrociate - Racconti

Non gli fu facile arrivare sul posto. Era sabato mattina, ma a dispetto del tempo infame le strade del centro sembravano più intasate del solito. Veniva da chiedersi se esisteva un solo motivo al mondo per convincere, se non tutti, almeno un buon numero di coloro che, incuranti della possibilità di acquistare praticamente qualsiasi cosa comodamente da casa, digitando quanto occorreva sulle tastiere dei computer, perpetravano imperterriti il loro rito dello shopping, durante il fine settimana.
Non privo di un certo senso di nervosismo causatogli, come sempre, dal riflettere troppo su questioni che come aveva imparato da tempo non spettava né conveniva a lui affrontare, giunse finalmente a destinazione. Non aveva guardato il navigatore nemmeno una volta: non gli occorreva certo l’aiuto del satellite per arrivare dove tutte le mattine si recava per prendere servizio. Quanto al pilota automatico, non lo usava mai. Gli piaceva guidare, pur con tutti gli automatismi e i servomeccanismi di sicurezza che, lo sapeva per certo pur avendone solo dei vaghi ricordi, sulle vecchie auto non esistevano. Ma riteneva che proprio per quello dovessero essere molto più piacevoli da guidare.
Il cancello aveva appena terminato la sua corsa di apertura, avvisato per tempo del suo arrivo da uno degli innumerevoli segnali che partivano dall’auto, e lui poté imboccare la rampa di accesso ai garage sotterranei. Di solito a questo punto inseriva l’automatico, scendeva dall’auto e lasciava che questa andasse a parcheggiarsi da sola. Aveva così il tempo di uscire dall’edificio e recarsi da Pippo per il caffè. Scambiate le solite quattro parole con il vecchio amico del bar, poteva percorrere a piedi quelle poche decine di metri che separavano il Café Coste dall’edificio della Demotech per poter fumare una sigaretta. In auto evitava di farlo. All’interno poteva permettersi il lusso di infestare solo l’aria del suo ufficio, dove disgraziatamente non si fermava mai abbastanza a lungo da potersene accendere una. Ma quella mattina andava di fretta. Digitò l’istruzione di parcheggio sul monitor di bordo e scese dall’auto. Decise di prendere subito l’ascensore per l’ultimo piano. Karim, il receptionist che di solito gli porgeva il diginote senza scomporre un muscolo del suo volto d’ebano al di là del lucido bancone della hall, non era al suo posto. Né si era aspettato che lo fosse. Era sabato, uno stramaledetto sabato piovoso. Fortunatamente la sua presenza si era resa necessaria solo raramente durante i fine settimana. Questa volta, però, l’idea di mandare all’inferno l’assistente del capo che lo aveva tirato giù dal letto non lo aveva sfiorato nemmeno un secondo. A ben pensarci, non aveva nemmeno avuto il bisogno dell’abituale inalazione di analgesico con la quale faceva colazione dopo una nottata impegnativa sul fronte delle pubbliche relazioni. Non quella mattina. Come aveva immaginato, giunto all’ultimo piano trovò Megan ad attenderlo.
- Mi dispiace, Mat. L’Ingegnere ti sta aspettando. Quattro ragazzi per piano. Nessuna comunicazione all’esterno. Indira e i suoi dovrebbero essere qui a minuti. La sala bar è stata sigillata subito. Non abbiamo molto tempo. Un quarto d’ora. Forse meno.
In effetti per lei il termine "segretaria" sarebbe stato riduttivo. Quando, alcuni anni prima, era stata assunta per sostituire l’anziana assistente del titolare, non era risultata simpatica a nessuno. Laureata in medicina e cibernetica, australiana, aveva tratti somatici molto particolari. Un volto ed una carnagione di sicura ascendenza mahori, fisico sportivo e sguardo tagliente. Tutti avevano ben presto rimpianto la vecchia Evelina, che trattava tutti come fossero suoi nipotini. Con il tono efficiente e monocorda a cui lui aveva ormai fatto l’orecchio, inguainata in un talleur nero e perfettamente a suo agio nonostante i tacchi altissimi, Megan gli aveva in poche parole comunicato che uno: gli porgeva le sue scuse per averlo dovuto disturbare anche in un giorno libero. Due: il vecchio non lo aspettava mai, non aveva bisogno di farlo perché all’occorrenza era sempre sul posto. Il fatto che avesse dovuto attendere per conferire con lui poteva significare solo che si sarebbe trovato di fronte l’uomo assolutamente più privo di umorismo della città. E il primato gli spettava anche senza dover gestire una situazione critica come quella che si stava paventando. Tre: se Indira e i ragazzi dell’Unità di Analisi erano in arrivo la cosa assumeva già i contorni di una catastrofe. Quattro: il guaio, per strano che potesse sembrargli, aveva a che vedere con la sala bar. E per finire, cinque: se il tempo non era molto per lui, Capo della sicurezza della Demotech, poteva solo voler dire che da lì a poco sarebbe arrivata la polizia. Con questa informazione la catastrofe diventava evidente.


Sostò un attimo davanti all’ufficio dell’Ingegnere poggiando un dito sul rilevatore biochimico alla sua destra, poi la porta si discostò silenziosamente ed entrò.
Il capo era di spalle, in piedi di fronte alla parete a vetri che guardava sulla città grigia e umida. Non si voltò, sentendolo entrare.
- Ingegnere … - disse lui. Dopo qualche attimo in cui pensò di aver segnalato il suo arrivo con voce troppo bassa, l’uomo che aveva di fronte parlò come non lo aveva mai sentito fare in tutti quegli anni.
- Mat, desidero che lei si occupi della questione immediatamente. Che mi riferisca costantemente tutto ciò che scoprirà e che, soprattutto, non ne discuta con nessun altro all’infuori di me. Ha pieni poteri e disponibilità illimitate. Ma, perdio, mi consegni il responsabile.
Non fu tanto quello che aveva detto (non molto, peraltro). Fu il tono della sua voce. Lavorava per la sua azienda da dieci, undici anni, più o meno, ma non lo aveva mai sentito esprimersi con alcun tono. Era questa la cosa sorprendente: parlava regolarmente con voce quasi del tutto priva di inflessioni emozionali. Che stesse dando un ordine, facendo una domanda, esprimendo un concetto qualsiasi, l’Ingegnere parlava sempre con voce monotona, chiara ma piatta, non cortese ma nemmeno autoritaria. L’uomo che senza nemmeno voltarsi gli aveva appena detto ciò che si aspettava da lui, invece, avrebbe anche potuto essere un'altra persona: stanca, irata, preoccupata, nervosa, assolutamente priva del benché minimo intento di apparire distaccata. La catastrofe stava assumendo proporzioni bibliche. Non disse nulla. Lui non si aspettava che lo facesse, così si voltò e uscì.
Nel corridoio trovò Indira e tre dei suoi assistenti. Fece loro un cenno e si diresse verso la sala bar. L’ultimo piano era occupato esclusivamente dall’ufficio dell’Ingegnere, dalla sala riunioni e da quella che tutti erano soliti definire semplicemente come la sala bar. Era un locale ampio qualche decina di metri quadrati, con un’isola centrale che fungeva da bancone e una dozzina di tavoli e sedie disposti intorno. Solitamente vi si svolgevano i coffee-break e vi venivano offerti aperitivi e pranzi in occasione di riunioni e consigli di amministrazione. Lungo tutta l’isola del bancone visori a cristalli liquidi riportavano la lista delle consumazioni disponibili. In modo del tutto automatico, la richiesta digitata spuntava dall’interno del bancone con un silenzioso scorrimento del piano di appoggio, completa di tutti gli annessi e connessi: zuccheri di diverso tipo e dolcificanti con bevande come tè e caffè; noccioline, patatine ed altri snack salati con cocktail e superalcolici; olive e tartine di ogni tipo con gli aperitivi. Così come portate degne di un buon ristorante alla moda. Non serviva personale umano: la riservatezza consigliava l’assenza di chiunque non fosse strettamente necessario o direttamente coinvolto. Inoltre nessuno sentiva il bisogno di scambiare due chiacchere con un barman o un cameriere impiccione e probabilmente zotico nel bel mezzo di un incontro al vertice. Molto meglio le macchine.
Chissà se colui che era stato una persona e giaceva ora immobile aveva avuto gli stessi pensieri qualche ora prima. Era seduto su uno degli sgabelli lungo l’isola centrale. Sembrava essere crollato come fanno coloro che, incuranti di chi dall’altra parte consiglia di darci un taglio, bevono sino ad accasciarsi con la testa sul piano dinanzi a loro. Solo che, in questo quadretto uomo-solo-che-si-sbronza-al-bar, mancava almeno un dettaglio.

Indira e i suoi iniziarono a lavorare con gli scanner su tutte le superfici del locale e sul corpo esanime. Registrarono tutto, sotto forma di dati e di immagini. Tre minuti dopo, mentre l’ultimo di loro chiudeva la procedura sul proprio strumento, entrò la polizia.
- Posso chiedere chi sono i signori?
Avrebbe dovuto fare lui per primo la stessa domanda, si disse. Ma l’ufficiale che aveva di fronte dava l’impressione di voler mettere subito in chiaro che si trovavano sulla scena del suo delitto e non gli sembrava di aver dato la sua autorizzazione a fare un accidenti di nulla in sua assenza. Evitando di accennare agli scanner, Mat si presentò come il responsabile della sicurezza della società e Indira e gli altri come suoi collaboratori.


- Molto bene. Credo che potremo parlare con voi fra qualche momento. Ora, se non vi dispiace …
L’invito a lasciar libero il campo era chiarissimo. Mat fece cenno ai suoi di uscire e disse:
- Ci troverà di sotto. Se le occorre qualcosa, non esiti a chiamare. Nove-uno-uno, da qualsiasi monitor.
Al penultimo piano si trovavano gli uffici dirigenziali e il suo. Indira lavorava nel laboratorio dell’Unità di Analisi situato nel seminterrato.
- Con loro me la sbrigo io, – le disse - scendi giù con i tuoi e dimmi cosa hai trovato, appena possibile.
L’Unità di Analisi si occupava normalmente di tutti i problemi di natura tecnica e scientifica che non trovavano soluzione nelle Unità di Produzione e Programmazione. In situazioni limite, l’aiuto della piccola indiana si era rivelato preziosissimo anche per lui. Ma era la prima volta che l’Unità veniva utilizzata per qualcosa di diverso dal fornire modelli di reazione e indicazioni probabilistiche ai programmatori. Gli esperti dell’innovazione sottoponevano un progetto, l’Unità di Analisi effettuava il suo studio, in base alle cui risultanze i tecnici iniziavano le sperimentazioni. Ma solitamente l’oggetto di queste analisi erano microcomponenti bionici e il loro inserimento nel corpo umano. Era questo che faceva la Demotech, o almeno questa era la sua punta di diamante, il core business. Aveva da tempo interessi in ogni settore dell’altissima tecnologia, applicata in tutti i campi. Dopo un periodo di crisi nerissima, circa vent’anni prima, quando una cura che stavano testando aveva causato la morte di diverse decine di volontari e in seguito alla quale la reputazione della società era stata gravemente messa in discussione nelle cause penali che ne erano seguite, l’ascesa delle azioni non si era più arrestata. Il progetto che ultimamente aveva assorbito maggiormente le sue energie, era quello di trovare un sistema di comunicazione che fosse indipendente da ogni tipo di apparato di partenza. Che sfruttasse cioè cavi a fibre ottiche e satelliti e tutto quanto servisse a percorre migliaia di chilometri, ma che fosse prodotto e ricevuto direttamente dalla mente umana. Nella testa delle persone.
Rifletteva su questi ultimi studi Mat mentre, seduto nel suo ufficio, fumava la prima sigaretta del mattino. Già, nella testa delle persone. Un brivido gelido gli attraversò la schiena al pensiero che il cadavere del piano di sopra difettava proprio di quel particolare: la testa.

- La vittima si chiamava Dolph Grabow. Svedese. Anni 34. Era stato contattato ed assunto due mesi fa, con il terzo gruppo di sperimentazione. Celibe. Nessun parente, almeno qui in città. Alloggiava al Four Seasons. Spese a nostro carico, oltre al compenso contrattuale. Soggetto positivo a tutti i primi riscontri. Uno dei più promettenti. Probabilmente il più promettente di tutti. Novantotto punto sedici su cento. Mai avuto risultati simili. – Megan gli sedeva di fronte nel suo ufficio. Le gambe accavallate e il diginote poggiato sulle ginocchia. Ma non aveva bisogno di guardarlo per snocciolare le informazioni che gli stava fornendo. Si chiese ancora come faceva la donna ad avere una simile memoria.
- Intendi dire che avevamo trovato il numero zero?
- A giudicare dai primi riscontri, sì. L’Ingegnere ha controllato le sue statistiche proprio ieri sera. Credo gli abbia chiesto di iniziare lunedì.
Cominciava ad andare in confusione. Perché il capo non lo aveva informato che la vittima era quello che sarebbe diventato il primo AC che la Demotech avrebbe potuto presentare alla stampa ed al mondo scientifico? E che lo aveva visto solo la sera prima, presumibilmente con pochissimo anticipo rispetto al momento in cui la sua testa si era volatilizzata? A proposito, la testa. Gli venne in mente che nessuno aveva accennato a dove potesse essere finita. Temeva di conoscere la risposta.
- Riepiloghiamo. Questo tizio sarebbe stato, da lunedì mattina, il primo Always-Connected della Demotech. Ieri sera parla col capo, che lo informa dell’intenzione di testare proprio su di lui il suo gioiellino di microtecnologia. Giusto?
- Giusto. Entrava nel suo ufficio alle diciannove e quindici. Lo lasciava alle diciannove e cinquantadue. – Lui la guardò con aria interrogativa. Addirittura gli orari di ingresso ed uscita dall’ufficio dell’Ingegnere? – I tabulati dei rilevatori d’ingresso. Li ho preparati, nel caso volessi dargli un’occhiata prima della polizia – aggiunse a titolo di spiegazione lei.


- Questo non ci dice ancora che fine ha fatto la testa di quell’uomo, tra il momento in cui è uscito dall’ufficio del capo e quello in cui il suo collo grondante ha imbrattato il bancone della sala bar. Chi è entrato là dentro, oltre a lui?
- Difficile dirlo. Come sai, è l’unico posto dell’ultimo piano privo di rilevatori all’ingresso e di telecamere all'interno. Non farebbe piacere agli eventuali ospiti non poter essere identificati e dover rinunciare alla pausa caffè, così come l'essere ripresi mentre si ingozzano di noccioline e tracannano vodka lemon. Le immagini del circuito chiuso riprese nel corridoio li stanno visionando giù all’Unità di Analisi.
In quell’istante l’intercom sulla scrivania emise un ronzio.
- Dammi qualche buona notizia, Indira – fece lui dopo aver premuto il tasto di viva-voce.
- E’ stato ucciso poco prima delle ventuno. Arma laser. Le bruciature sono evidenti, anche senza gli scanner. Aveva bevuto, e molto.
- Se non altro è morto sbronzo. Che altro? Impronte?
- Niente di interessante. Cioè, le solite. Il capo, le tue e di Megan e quelle di altre otto persone, tutte interne. Della Demotech, voglio dire.
- I video del circuito interno?
- Lui che entra poco prima delle venti nella sala bar. Il capo alle venti e cinque che lascia il piano. E’ stato l’ultimo ad andarsene. Niente altro.
L’Ingegnere che abbandona il ponte di comando dopo che tutti se ne sono già andati non lo sconcertava affatto. Succedeva tutti i giorni. Ma una cosa lo lasciava evidentemente perplesso. Se nessuno era entrato e uscito dalla sala bar dopo lo svedese, chi diavolo lo aveva privato a quel modo della sua bionda chioma – così se la immaginava, visto che non si era ancora dato pena di verificarne l’aspetto reale – e di tutto quanto ci stava sotto?
- Altro? – fece massaggiandosi nervosamente la tempia con l’indice ed il medio della mano destra.
- Era il nostro probabile primo AC, risultati spettacolari.
- Me l’hanno detto.
- Non so se puo’ interessarti. Ma abbiamo dovuto reimpiantare il chip, tre settimane fa. Un incidente di poco conto, è stato investito da un pirata e le escoriazioni alla testa hanno distrutto anche il nostro microcomponente. Almeno, questo è quanto ci ha dichiarato quando i nostri l’hanno prelevato al pronto soccorso dell’ospedale. Nessun altro danno all’apparato. Abbiamo reiniettato anche il lubrificante e tutto è andato liscio.
Lube, come lo chiamavano in gergo. Era la rivoluzionaria tecnica con cui la Demotech sperava di guadagnarsi il primato dell’innovazione tecnologica nelle telecomunicazioni del terzo millennio. Una sostanza biochimica, sintetizzata in laboratorio ma riproducibile dall’organismo umano, una volta modificate alcune ghiandole surrenali, che permetteva agli impulsi elettrici della corteccia cerebrale, insieme al microchip, di viaggiare in modo più rapido, ma soprattutto indirizzabile. Un lubrificante, appunto, con in più un centro smistamento pensieri. Difficile da spiegare a gente come lui, con poche conoscenze tecniche. Ma, a quanto pareva, funzionava. Funzionava davvero.
- Un’ultima cosa, Mat. Di lube non abbiamo trovato traccia. Né nei fluidi né sugli abiti.
- Come … come sarebbe? Mi hai appena detto che …
- L’abbiamo rabboccato, dopo l’incidente. Ma non c’è traccia del fluido nel sangue. Qualcuno deve averlo svuotato, dopo il nostro intervento.
Non era un tecnico, ma non gli occorreva esserlo per porsi a quel punto la questione centrale: se la vittima non presentava tracce di lube nel sangue, significava che non ne aveva neppure nel cranio. Il sistema di comunicazione sperimentale non avrebbe potuto funzionare. Di sicuro non con i risultati eclatanti che il soggetto aveva fornito. Pertanto, come era possibile che i server di analisi avessero riscontrato una percentuale così alta di successi, se il defunto svedese non poteva né trasmettere né ricevere?


Nell’istante in cui premette il tasto per chiudere la comunicazione, la porta del suo ufficio si spalancò e, non preoccupadosi di attendere un invito, il poliziotto che poco prima aveva dispensato ordini a destra e a manca si accomodò sulla poltrona a fianco a Megan. Mentre non staccava gli occhi dalle lunghe gambe della ragazza, disse rivolto a lui:
- Dunque, abbiamo fatto tutti i nostri rilevamenti. Solita routine. Ora – e finalmente lo guardò in volto – voglio sapere cosa risulta a voi. Più tutto il resto. Chi era, cosa faceva, quanti anni aveva, dove abitava, con chi scopava, tutto il resto. E soprattutto voglio sapere dove cazzo è andata a finire la sua testa.
Mat sintetizzò quanto gli avevano detto dall’Unità di Analisi riguardo agli orari e ai video. Tanto avrebbero chiesto di averli in copia digitale, non aveva senso mentire o tacere su quello. Non disse invece una parola sulla funzione della vittima nell’azienda né tanto meno sulle sperimentazioni di lube. Il poliziotto lo ascoltò con apparente interesse, mordicchiando nervosamente l’estremità di un tozzo sigaro nero che, almeno, aveva avuto il buon gusto di non accendere.
- Uhm … quindi mi sta dicendo che questo collaboratore si trovava al bar dell’ultimo piano per farsi un aperitivo, ben oltre l’orario d’ufficio, quando per qualche oscuro motivo devono aver deciso di portarsi via il suo capoccione come souvenir, ma che del singolare prelevamento non c’è traccia? A cosa collaborava, l’energumeno?
Megan intervenne spiegando vagamente che era uno dei soggetti volontari che si prestavano, dietro compenso, a sperimentare alcune nuove tecnologie che la Demotech stava mettendo a punto. – Le farò avere immediatamente tutti i dati di cui siamo in possesso. Per quelli sulla vita privata credo dovrà procedere diversamente e scoprirli da solo, se le interessano – aggiunse con un sorriso tirato. Forse lieto di poter avere una scusa per fiondare nuovamente lo sguardo addosso alla scollatura della ragazza, l’investigatore parve soddisfatto. Si alzò e senza nemmeno accennare un saluto lasciò l’ufficio.

Il volo sarebbe durato molte ore. Fu quindi felice di sentire la voce che annunciava puntuale l’imbarco. Aveva smesso di piovere, ma il cielo restava nero e cupo. In lontananza, al di là delle vetrate della sala d’attesa che guardavano sulle piste, vedeva saettare le nuvole. Non se ne preoccupava affatto. Non aveva mai avuto paura di volare. E da alcuni anni doveva farlo spesso. Tenere i contatti con il diretto e più temibile competitor della Demotech non era stato semplice. Non poteva fidarsi delle comunicazioni a distanza. Certe cose andavano discusse e vagliate di persona. Ora finalmente aveva con sé la ricompensa. Non solo economica. Mandare all’aria la più grande scoperta di un’azienda a vantaggio della concorrenza non significava solo assicurarsi una montagna di soldi. Voleva dire prendersi finalmente la giusta vendetta sull’uomo che, privo di ogni scrupolo, aveva fatto morire i suoi genitori per una sperimentazione inutile. E dolorosa. Ricordava ancora, come se non fosse passato tutto quel tempo, gli occhi imploranti di suo padre. La hostess che indicava quale fosse la sua poltrona sorrideva. Si accomodò dopo aver sistemato la piccola borsa rigida nello scomparto al di sopra del suo posto e chiese un martini. Poteva rilassarsi. La testa, vaporizzata dal sistema di pulizia che sparecchiava il bancone dopo che gli avventori si allontanavano, non avrebbe mai potuto essere ritrovata. Nessuno avrebbe scoperto le due microcannule installate sulla parte occipitale, che erano servite per drenargli il lube. Né era stato troppo complicato inserirsi nel sistema di gestione della sala bar, dove gli aveva dato appuntamento, e usare il laser, che serviva per tagliare e affettare gli ingredienti di aperitivi e pietanze, recidendogli rapidamente il collo da una parte all’altra. Il lube, insieme al microchip che avevano prelevato simulando l’investimento di Dolph, funzionavano egregiamente anche nella sua, di testa. Anzi meglio, visto il novantotto punto sedici su cento che aveva realizzato nei test attribuiti all’omone biondo. Provava ancora un certo fastidio, al pensiero del suo corpaccione che sfogava le proprie voglie su di lei. Ma tutto era servito allo scopo, faceva parte del lavoro. E di sicuro si era presa la sua vendetta anche per questo. Rassicurata da questi pensieri, ne elaborò uno per il gestore di posta ed inviò la mail di conferma del proprio arrivo all’albergo sul mare che aveva prenotato. Sfilandosi le scarpe dai tacchi altissimi, slacciò un altro bottone della giacca del talleur, si sistemò comoda e reclinò il sedile, sorseggiando il martini. Il viaggio sarebbe stato lungo. Ma era l’ultimo.



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