Eppure ho già scritto e pubblicato altre volte in passato! Riscontrando anche raffinate e compiaciute valutazioni incoraggianti. Ma nonostante tutto, tremo al giudizio degli altri. Ogni volta che dei miei pensieri si congiungono a formare una storia, in me un risveglio di ancestrali paure. È soprattutto per il timore di non saper centrare subito il messaggio, di non attrarre immediatamente l’attenzione del lettore; ma non è colpa mia! La colpa è vostra, cioè del lettore! È lui che non si ferma concentrato a leggere: lui ha fretta; vuol ridire o piangere o capire subito, senza perder troppo tempo a leggere; qui tutti hanno fretta! È per questo che scrivo la prima cosa che mi viene in mente? E no mo caro lettore! Io non ci casco, resto me stesso a rischio di diventar anacronistico, come quel pianoforte non accordato che va fuori tempo. Io non voglio cadere in quel pericoloso vortice, io voglio restar me stesso; pronto a ricever delusioni da tutti ma certo non sarò io ad accorciare le mie storie, i miei pensieri non muteranno con le mode. No, io resterò fedele ai miei principi, mi dispiace per chi sarà costretto a leggermi, non baratterò mai la mia espressività con le attuali tendenze di pensiero. L’altro giorno notavo un curioso nuovo (e bizzarro secondo me) fenomeno: il giorno che tutti sanno durar 24 ore, è stato riorganizzato: si inizia ad attivarsi già alle 7 del mattino, quindi si procede così fino alle 14, una pausa di 15 minuti per ingoiare un panino (meglio se morbido, si fa prima a masticarlo), si riprende dalle 14:16 – break di 1 minuto, questa è magnanimità – fino alle 20:01, finalmente ci si può rilassare con una cena abbondante di 29 minuti e dalle 20:30 fino alle 22:30 si lavora col telelavoro ma per chi non può per la peculiarità della sua attività, partecipa a corsi on line che il proprio datore mette a disposizione delle sue maestranze. Ecco l’occasione che mi si presenta: pubblicare un mio racconto qui; non me la lascio sfuggire e subito mi metto alla scrivania. Ma, con imbarazzante sorpresa da parte mia, ecco che cresce tra le mie mani un racconto un po’ strampalato e folle, ma soprattutto una storia breve, sintetica. Scusate, ma anch’io ho fretta!
Molti hanno un sogno nel cassetto. Tu, invece, i sogni li hai ovunque. Li hai nella credenza e nel frigo, li hai nelle pentole posate sulle piastre dei fornelli, incastonati tra i volumi della libreria, sul comodino accanto all’abat-jour. Li hai nella scarpiera tra le superga blu elettrico e gli stivali di cuoio, li hai nell’armadio, appesi tra la giacca di tweed e l’impermeabile grigio, li hai nel lavabo tra le pile di piatti che ti ostini a non lavare.
Eravamo cresciuti insieme, compagni inseparabili da sempre. Stessa età, stessi insegnanti, stesse scuole. Abitavamo persino sulla stessa strada, la sua casa accanto alla mia con le terrazze comunicanti, per cui era facile incontrarci lassù, dove passavamo interi pomeriggi a chiacchierare, a studiare e giocare, fino al tramontare del sole. La sua compagnia mi era dolce, come credo fosse la mia per lui. Aveva un modo di comunicare che trovavo simpatico, sempre scherzoso e cordiale, e sapeva ascoltare solidale con attenzione e partecipazione le confidenze dei compagni.
Un’unica stanza illuminata nella griglia di finestre quadrate del palazzo di fronte. E’ il suo ufficio, Lui lo sa. Lei è sola e evidentemente ha un sacco di lavoro da sbrigare. Nessun altro a rompere le scatole, un’occasione perfetta. Dalla sua posizione privilegiata può osservare quando Lei smetterà di lavorare. La stanza tornerà buia e Lei scenderà le due rampe di scale e si dirigerà a passo rapido alla fermata dell’autobus.
Paola aprì all’istante bruciando quelli che Franco sperava fossero i suoi ultimi due secondi di libertà. Lo sguardo entusiasta della ragazza gli fece risalire la nausea in gola come il rigurgito di un pasto mal digerito. “Franco, benvenuto!” Lo abbracciò e lo baciò sulle guancie, gli strattonò un braccio per portarlo dentro. Franco avvertì con la disperazione di una condanna il clank del portone che si chiudeva.
La sua voce così sottile che nessuno poteva sentire di cosa stesse parlando. Ma era come se irradiasse segnali destabilizzanti che inconsciamente spingevano chiunque ad abbandonare il locale. Nonostante fosse ancora presto il pub si era improvvisamente svuotato. Con la coda dell’occhio Franco aveva scorto coppie e gruppi di gente alzarsi dai tavoli di legno, rivestirsi nelle leggere giacche primaverili e dirigersi verso le uscite. Beati loro.
E' una data storica, 26 Aprile 1975, sei del mattino, Mimmo e io atterriamo all'aeroporto di Kano in Nigeria. Siamo in Africa, non mi sembra vero! A proposito, Mimmo è il contadino che seguirà l'attività dell'azienda agricola sperimentale che ho il compito di creare a Baga (che come tutti sanno è una famosa stazione balneare sul lago Chad). E' un ragazzo simpatico, piccolo, robusto, occhi azzurri, viene da Agrigento non parla una parola d'inglese e si esprime in un italiano inframmezzato da espressioni dialettali che rendono il suo eloquio divertente e colorito anche se talvolta criptico (per evitarvi di cercare sul dizionario, sappiate che: "dicesi linguaggio criptico un eloquio ermetico contenente termini di uso non comune e di comprensione difficile od oscura"; insomma dalle mie parti si direbbe che non si capisce un "belin").
Non aveva mai corso rischi così alti. Proprio lei che era sempre stata così poco coraggiosa ora aveva deciso di fare quel salto. Evitò di ripensare alla sua decisione e puntò dritta alla meta. Eccola la porta rossa che attraversava ogni giorno, con tutta la forza che aveva abbassò la maniglia dondolante ed entrò in classe.
L’arancione liquido dello sprizt si fa trasparente contro la sagoma del vetro: un altro sorso rivela il fondo del bicchiere, e l’estinguersi della serata tra un bicchiere vuoto abbandonato sul tavolo insieme a qualche mozzicone ed un saluto alle amiche dedicato ad un prossimo futuro. Alle loro parole si sostituisce il chiacchiericcio di alcuni passanti di cui ingoio le frasi con la stessa disattenzione con cui prima portavo alla bocca lo sprizt per renderlo parte di me, e poi abbandonarlo nel bagno.
Antonio sentì la disperazione montare dentro di sé, strinse forte il bordo del lavabo con entrambe le mani, scaricandovi tutto il peso del corpo, poi esplose e diede un pugno allo specchio facendolo a pezzi e il sangue della mano colorò l'acqua che andava giù per lo scolo portando con sé parte della sua rabbia.
"Aaaahhhhhhh!" urlò per il dolore nel riflesso deformato della faccia e un serio capogiro lo fece barcollare.