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concorsi scaduti : Concorso Complotto Assoluto: i Signori del Tempo (scadenza 22/04/13)
Inviato da ozoz il 6/11/2012 15:40:00 (2848 letture) Notizie dallo stesso autore


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concorsi scaduti

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I CONCORSI DI SAMIDEANO

“COMPLOTTO ASSOLUTO:
I SIGNORI DEL TEMPO”

NARRATIVA
o TESTO TEATRALE

PREMESSA
Questo concorso è correlato al Concorso “Signoraggio”; ne è conseguente da un punto di vista tematico, ed è gratuito per tutti gli scrittori che a quello partecipano. “Complotto Assoluto: I Signori del Tempo” è indirizzato a chi ha fantasia sbrigliata, il gusto dell'intrigo e delle trame oscure, le strategie e le scene di guerra. Potrebbe essere adatto anche a coloro che amano i gialli, le psicologie perverse, le mentalità sadiche, oppure a quelle anime delicate che preferiscono gli scenari idilliaci e gli amori ostinati in condizioni avverse. Riportiamo qui un tratto del Bando Concorso “Signoraggio”, in qualche modo esplicativo.

… Il persistere e l'acuirsi del dramma della sopravvivenza tribolata e a rischio, è dovuto a un'incapacità progettuale e organizzativa, a difficoltà oggettive o a un piano? Esistono i Signori della Fame e i Signori del Tempo?

CONCORSO CORRELATO: “Complotto Assoluto”
Se i Signori della Fame e i Signori del Tempo esistono, quali sono le ancora insondate dinamiche della loro psicologia, diversamente evoluta al di là della nostra immaginazione? L'argomento non interessa agli artisti? Si possono inviare, su questo argomento, pezzi narrativi di pura fantasia partecipando al Concorso correlato: “Complotto Assoluto: I Signori del Tempo”.

ANTOLOGIA E ROMANZO
Ne risulterà sicuramente un'ANTOLOGIA interessante.
Samideano si riserva di scegliere un numero adeguato di racconti che gli permettano di tessere un ROMANZO, in armonia con i singoli autori consenzienti. Un esempio di tale virtuoso amalgama di talenti è il già realizzato e pubblicato: “Chi ha conosciuto Bosco Nedelcovic?”.
L'Incipit inserito qui in calce, se può dare un ulteriore spunto al galoppare della fantasia, non è obbligante, e ogni autore è perfettamente libero nell'interpretazione del tema.

CHI PUÒ PARTECIPARE
Ogni scrittore, di qualsiasi nazionalità, che abbia compiuto il diciottesimo anno di età.

LINGUA
Italiano o Esperanto.

COME SI PARTECIPA
Si partecipa con un racconto o testo teatrale da 10.000 a 20.000 battute circa. Va inviato via e-mail a samideano@hotmail.it allegando la Scheda di Adesione compilata e la fotocopia del pagamento della quota di partecipazione di € 10,00, di cui si è esentati se si partecipa contemporaneamente al Concorso “Signoraggio”. Il versamento va fatto sul conto Unicredit IBAN: IT 05 O 02008 16513 000300238704EUR intestato a Giuseppe Campolo.
Per eventuali chiarimenti: samideano@hotmail.it.
Per richiedere la Scheda di Adesione in altro formato, per apprendere modalità diverse di versamento e per far presente qualsiasi disguido: villaggiodellelettere@hotmail.it.
Gli elaborati dovranno pervenire entro il 22 dicembre 2012 (scadenza prorogata al 22 aprile 2013).

PREMI
All'autore del racconto proclamato vincitore andranno € 500,00.
Il vincitore e gli autori selezionati, sia per l'inserimento in ANTOLOGIA che per l'eventuale ROMANZO, riceveranno Motivazione del Premio e Attestato. Saranno avvertiti per tempo della data della premiazione. A ogni autore pubblicato, inoltre, spetteranno tre copie del libro. Ne potrà acquistare fino a 30 con lo sconto del 50% sul prezzo di copertina, che sarà molto contenuto.
Il giudizio è insindacabile.

Buon lavoro.

INCIPIT
Fine maggio, Consolidated Hotel. Salone delle Feste.
Biondo-ramato di capelli, “Il Vecchio”, accingendosi a parlare, appuntì le labbra e le sue guance parvero più paffute. Quel pieno fra mascella e angoli della bocca era caratteristico dei Ritornati. Alzò la mano, che sfavillò al raggio del sole calante, nel gesto ipnotizzante di porgere.
«La condizione felice della plebe, a cui si lavora da millenni non inutilmente, non lo dimentichi Presidente: non inutilmente, è l'obiettivo primario. Se i timonieri babilonesi derivano, per proprio talento o forzati da correnti fuorvianti o da inganni alessandrini, finiscono sempre per assecondare la rotta sostanziale. Nulla è preordinato, ma alla fine comparirà il disegno. Così sia.»
Il Presidente, in punta di poltrona, sorseggiò il Grand Marnier; sembrava riflettere, e, perplesso, s'imponeva gesti lenti e muscoli distesi. Guardò poi, con i suoi neri, dritto negli occhi azzurri dell'interlocutore, vincendo con volontà dura l'indotto istinto di subordinazione. Ma la sua fronte era corrugata. Inghiottì.
«Conte Rakoczy, domando, come mai il Suo animo elevato chiama plebe il Popolo che mi ha eletto e, pur così disprezzandolo, sostiene poi di operare per la sua felicità, mentre vuole piegarmi a cieco strumento? Ma la felicità del popolo sta nella sua libertà, a parere di tutti ormai. E nella libertà del suo Presidente di prendere decisioni, in fede mia.»
«Il volto luminoso di Rakoczy, Il Vecchio, non aveva una ruga, le sue labbra rosee si stagliavano perfettamente simmetriche, lambite dal breve e preciso tratteggio di peli dai riflessi rossi, che impreziosivano il volto come un lavoro di orafo. Aspirò quattro pinte d'aria, che parvero poi uscirgli fiammeggiando dagli occhi. E mentre il Presidente lottava contro l'incendio che gli provocavano nella mente, egli riprese con voce calma.»
«La plebe ha seguito i profeti, falsi, che l'hanno lusingata. L'ardimento degli impostori si afferma facilmente presso la femminea plebe, cui piacque credere di poter acquisire un'identità per mezzo delle rivoluzioni; di diventare popolo attraverso le rivoluzioni. Ma identità e libertà, compenetrati spiriti, sono antitetiche al popolo, che alla fine porta calzari non suoi, è schizofrenico, non sa chi è, non ha anima e non ha sesso, non può amare, e non può che essere sodomizzato. Stuprato, subdolamente ora, da quell'entità astratta del vizio che chiamate democrazia; e lo stupro ha lo svogliato nome di consenso. Com'è ridicolo, il popolo, pupazzo messo alla barra del timone, senza timone!»
«E noi, noi politici, non siamo popolo? Lo stupreremmo noi?»
«Se così vi piace, siete popolo; non altro che strategie, fantasmi, un bluff. Il vostro potere è una farsa; il potere stesso, un equivoco.»
Nuovamente attese, ma il Presidente sembrava mummificato. Ora entrava dalla finestra una luce dorata e morbida, che si posava sui capelli scuri di quest'uomo, ch'era sospeso sull'orlo di una decisione che considerava impossibile ma che sentiva incombere ineluttabile; una soffusa aurea luce che ne ingentiliva il volto, tingendolo di quella sorta di nostalgia che hanno i vecchi ritratti. Il Conte schioccò le dita. L'uomo si scosse, bevve un sorso e poi, indirizzando il bicchiere verso quel personaggio mitico e venerato, ma tanto duro quanto affascinante, cercò di lanciare un'offensiva. Dopotutto era anche il capo della difesa nazionale, e se ne intendeva di guerra.
«Signore, Voi enunciate troppi concetti ribaltati in una volta, non permettete che vengano vagliati per condividerli o respingerli, anzi, non concedete nemmeno il tempo necessario alla mente per assimilarli, come se il vostro vero scopo non fosse enunciare un'idea ma umiliare le altrui. Non capisco perché mai il popolo debba avere un sesso, perché non possa raggiungere un'identità, perché mai, anzi, non ce l'abbia e perché pi tale identità debba essere incompatibile con la libertà stessa, quando tutto il lavoro dell'umanità, tutto il progresso non sono altro che un cammino verso questa presa di coscienza, verso la democrazia e il rispetto. Non so, inoltre, come valutare il vostro vilipendio di tutto il procedere civile e la commiserazione che avete per noi guide dell'evoluzione sociale. Voi stesso dite che vi si lavora da millenni non inutilmente. Vi contraddite? O Voi soli, dagli eremi, e con gesti invisibili e ordini impartiti nel segreto la cui finalità sfugge, solo Voi ammannireste felicità?»
Il Conte sorrise lievemente e si alzò. Si avvicinò alla finestra per guardare il tramonto. Al Presidente parve di vederlo fiammeggiare. Avrebbe voluto fare o dire qualcosa, ma non osava. Per qualche istante considerò l'opportunità di ucciderlo, di ucciderlo subito là, contro la luce; ma il Conte si girò, presentando una figura sfavillante e la dolcezza ingenua del sorriso. Era assurdamente terrificante. Guardarlo sfiniva, staccarne lo sguardo strappava gli occhi. Il Conte parlò ora con voce confidenziale e suadente.
«Avete ragione, caro Presidente. Commetto l'errore di tutti quelli che sanno qualcosa, oh, piccole cose in fondo. Non riusciamo a far nostro l'orecchio di chi ascolta, così parliamo, e soprattutto scriviamo, come se ci rivolgessimo a noi stessi, risultando del tutto ermetici. Talvolta questa difficoltà sconfortante ci spinge al silenzio; e qualcuno preferisce tacere dal giorno della creazione. Volete accettare le mie scuse, insieme all'invito a cena?... No, no, calmatevi, non vi schermite: so bene che toccherebbe a Voi perché sono io l'ospite su questa terra e non intendo certo offenderVi rifiutando la vostra ospitalità; ma è nostra consuetudine portare il concreto insieme all'astratto: sono qui per nutrire; consideratelo simbolico, se volete. Anche se non sono il rappresentante di una nazione, vi prego di far conto che quest'albergo sia extraterritoriale, e concedete che me ne avvalga come ambasciata onoraria, sia pure a titolo provvisorio.»
Il Presidente scoppiò in una sincera risata e a sua volta andò alla finestra per guardare l'ultimo viola. Era ben capace anche lui di gestire i ritmi e le pause di una conversazione. Adottò un'espressione affabile e un atteggiamento salottiero come se si rivolgesse a una signora, per parlare con una voce profonda e ancora divertita, quando si voltò.
«Sono stato frainteso, Signore. Intendevo allontanare la cena, non essendo abituato sedere a tavola per quest'ora; forse in Olimpo le usanze sono diverse. E non ignoro poi che ormai è stato lasciato ben poco di territoriale a questo mondo; e siccome Voi lo sapete meglio di me, ho apprezzato l'ironia, ben conscio che dovunque andiate avete più titoli di chiunque per ospitare. Non mi ha lasciato indifferente nemmeno quel “nutrire”, credete. Lo considero appunto del tutto simbolico, qualsiasi valore abbia, né più né meno dell'aperitivo abbandonato sul quel tavolo da più di un'ora. - Disse cerimonioso. Poi contrattaccò. - Aspetto altresì con ansia che mi chiariate questa faccenda del popolo, che sarebbe un fantasma: fatemi vedere come, da fantasma, possa tradursi in una strategia. Se non esiste il Popolo, non è esistita la Rivoluzione Francese, la Carta Costituzionale, l'abolizione della schiavitù e l'emancipazione della donna. E non capisco neanche perché, per ordinarmi di accelerare la globalizzazione, approvare l'inquinamento, alimentare la crisi e aggravare la recessione, mi debba ammannire una teoria che non capirò mai. Dal mio punto di vista è annichilimento storico.»
Si avvicinarono al tavolo degli aperitivi, sotto un mastodontico lampadario, in una luce bella e senza ombre. La conversazione aveva preso un tono piacevole di schermaglia garbata, quale sono maestri a intavolare i diplomatici. Usando un elegante mestolo d'acciaio, il Presidente riempì il suo bicchiere di un liquido rosa e lo innalzò prima di portarlo alle labbra. Rakoczy fu molto più lento, scelse il liquido giallo e riempì solo a metà il bicchiere, che sollevò a sua volta. Iniziava a parlare sorridendo e concludeva allo stesso modo, qualunque cosa l'altro avesse detto o egli stesso volesse rispondere.
«Proverò a spiegare, Voi tentate di capire. E dovete per prima cosa accogliere che non stiamo parlando di potere o di economia, e tanto meno di storia. Stiamo parlando d'amore.»
«Mi stupite ancora di più!»
«Se non dovessi nemmeno stupirvi, perché mi sarei scomodato? Riflettete. Se il popolo fosse reale, non capirebbe quel che gli vien fatto? Se Voi stesso foste reale, potreste mai credere di pilotare senza conoscere la rotta? Ma se non capite nemmeno che siamo già nella fase della semplificazione!»
Il Conte fu interrotto dal balletto opportuno delle prostitute di Hollywood, perché non sta bene ragionare senza intermezzo musicale e senza fraschette danzanti e ballerini in contorsioni; ed è maleducato portare i discorsi alle loro estreme conseguenze. Entrarono, dunque, improvvisi da tutte le porte. E i ballerini erano anche suonatori di trombe e sassofonisti. E uno di essi senza strumento si sedette al tavolo, che, sotto la tovaglia, era un pianoforte, e si scatenò facendo di tutto perché andasse accordato l'indomani. E una di quelle ballerine era cantante, una mulatta dalla voce divina e dalla bocca succosa. E altre quattro ragazze erano non meno dotate di ugole, che facevano coro e alternativamente da soliste. Il Presidente era avvezzo alla pazienza, il Conte all'indulgenza. A ondate, ragazze si appressavano loro con i sederi tamburellanti, con i seni roteanti. Se ne andarono con l'ultimo sorso dell'aperitivo. Ma al Presidente era rimasto un sorrisetto scemo, con il quale si rivolgeva al Conte supplicando complicità. Non ricordava più che il termine “semplificazione” gli aveva procurato una scarica d'angoscia ancor più dell'affermazione di non esistere, lui e il popolo. Rakoczy aveva una leggera espressione d'attesa con una lieve sfumatura ironica. Quindi, con qualche pragmatismo, continuò il suo discorso. Non prima di aver dato un colpettino sulla spalla all'interlocutore, per farlo tornare un po' in sé.
«È la Femmina l'origine del mondo, come qualcuno ha saputo dire senza lasciarsi influenzare dalla tradizione. Non avete mai notato che per istinto la femmina considera il maschio come un estraneo? Essa è sempre a casa, capitemi, e apre a chi vuole. Il maschio sta fuori dalla porta e, solo con se stesso, è nulla. Comprendete la mostruosità della mascolinizzazione, in qualsiasi forma essa venga perpretata? Comprendete la ridicolaggine che è il popolo? Voi, Presidente, superficialmente vi siete divertito alle esibizioni delle donnine; ma non ne avreste avuto motivo. Avreste dovuto cogliere quello che c'era di irridente nella loro provocazione, la burla che ci indirizzavano con quei colpetti di sedere, lo sbeffeggiare delle tette sotto il nostro naso. I maschio dipende dalla femmina, è un fatto, ne è soggiogato, ne fa il suo perno e ne subisce il fascino come non può evitare l'umiliazione e il ridicolo. Ma essa? È piena d'amore da scoppiare, ma non per lui; il maschio non sa quanto ne sia impastata, non può saperlo. E lo inquieta quella sensazione, che è costretto a provare quando la prende, di stuprarla. Quante volte avreste potuto dire, con sincerità a Voi stesso, di aver avuto una vera prova d'amore?»
«Insistete a burlarvi di me, mi pare. Dovrei fare introspezione, confessarmi a Voi? A me pare che le Vostre osservazioni siano semplicemente ovvie; e sapete quanto me che l'uomo non trova convenienza ad andare troppo per il sottile e, in sostanza, non vuole capire la donna, per pigrizia e perché ne ha paura.»
«Vedete! La Femmina per eccellenza, la Plebe, figuratevi, Voi la capite ancor meno, e pertanto non la potrete mai avere, perché non vi si darà mai. Noi stessi attendiamo da millenni, noi che l'amiamo. E per quanto la si possa spronare battendola, tergiversa infinitamente, non conosce le cesure, geme, soltanto geme; ed è canto di sirena, per chi lo intende. Si dovrà giungere all'estremo. Femmina! O natura ribollente! Noi siamo il tuo destino ancestrale, la tua angoscia, la tua liberazione. O puro istinto, o Femmina, un giorno avrai coscienza. Ci darai, vorrai darci, saprai di volerci dare la suprema e desiderata “Prova d'Amore”, un giorno! Conoscerai le Nozze Alchemiche, la via felice. Noi siamo quelli che attendono, i Signori del Tempo.»
Per la prima volta il Conte aveva parlato trafiggendo il vuoto, senza guardare il Presidente. Questi non era soltanto imbarazzato, ne era sconcertato. Ma Rakoczy si scosse così fulmineamente che il suo rapimento sembrò un recitativo. Artigliò con lo sguardo l'uomo, che lievemente arretrò, e riprese a parlargli.
«Comincia a comprendere qualcosa della FBU, Presidente? Temporis partus masculus! Il parto maschio del tempo. Traduco per chi è troppo nuovo. Ma intendete di che creazione parlo?»
Il Conte Rakoczy ora fissava serenamente l'uomo di cui torturava la mente. Ne vedeva la disperazione e aspettava che fosse in condizione di affrontare un'altra stretta. Approvò che si confortasse con un altro sorso di liquore, poi continuò.
«Noi siamo travagliati dall'amore, come ogni individuo ignaro, è chiaro questo? Se Essa è il canestro paziente di tutte le brutalità, è nostro tutto il male che deriva dalla separazione! Comprendete lo stillare dell'attesa giorno dopo giorno, per Ere intere, per noi che conosciamo i respiri? Potete Voi intuire l'immane forza che c'è in questo, o liberi e potenti? Anche noi viviamo di speranza.»
Penseresti di coinvolgermi? Dovrei pure compatirti? Pensava così il Presidente, scoppiando dalla collera. E si espresse con voce metallica.
«E Voi comprendete, Rettore, che mi chiedete di essere una nullità storica? Non devo esistere, io, dunque, di fronte a me steso?
«Come tutti i vostri predecessori, è il vostro ruolo.»
«Nessuno si oppone mai?»
«Sì, gli sciocchi.»
«Quegli sciocchi io li invidio!»
«Ne invidiate forse la fine?»


Samideano

“COMPLOTTO ASSOLUTO:
I SIGNORI DEL TEMPO”

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>Titolo dell’opera:___________________________________________
 
> Carattere dell’opera: narrativa


 

>firma.:______________________________________
 
http://iconcorsidisamideano.altervista.org/
http://iconcorsidisamideano.altervista.org/COMPLOTTOASSOLUTO.html


File allegati: Complotto Assoluto i Signori del Tempo.doc 


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