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Letture Incrociate - Racconti : Oracolo in treno
Inviato da Nebridio il 27/12/2010 20:56:33 (1220 letture) Notizie dallo stesso autore


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Letture Incrociate - Racconti

“Si, ricordo bene che si presentò perfettamente in orario all’appuntamento, nonostante il disastro di qualche ora prima. Non potevo sbagliarmi, l’avevo riconosciuto. Mi creda, era proprio lui, il signore del treno”, diluviava in un fiume di parole, rotto dalla commozione “proceda con calma, ci racconti tutto dall’inizio”, gli fece compassato il commissario, senza battere ciglio, imperturbabile.

Nel commissariato di polizia in pieno Agosto solo un ventilatore rinfrescava un po’ l’aria, i corridoi torridi e deserti di tanto in tanto attraversati dallo scalpiccio di un inserviente e da qualche scarafaggio in avanscoperta. Ci si era messa pure una mosca che svolazzava per la stanza, a disturbare col suo ronzio, e pareva soffermarsi a posta sui visi dei presenti, già madidi di sudore. “Metta tutto a verbale” disse rivolgendosi in maniera brusca all’appuntato “Prosegua pure” lo invitava “ che qua siamo tutti orecchi”. Benché tale precisazione gli risultò superflua oltre che alquanto beffarda, non essendo in grado in quel momento di riferire con la necessaria lucidità, perché tutto gli si accavallava nella mente rimescolandosi in una baraonda, chiese di poter leggere quanto aveva scritto a mente fredda; il commissario gli fece un cenno d’assenso, contrariato che la denuncia con tutte le sue formalità di rito, non potesse essere spicciata in tempi più brevi. Domenico Alberti estrasse allora un foglietto dalla tasca in cui riportava la sua versione dei fatti, in quanto testimone oculare. Cominciò a leggere:“Solo quando entrai nello scompartimento del treno, ancora con il fiatone, scosso e gli occhi puntati sull’orologio, mi accorsi della sua presenza. Si trattava di un signore di mezza età, dall’alto spiccava la sua calvizie, che gli scopriva il cranio, mettendone in rilievo la forma perfetta, tonda e lucida. Aveva le mani adagiate sopra un giornale che copriva una valigetta. Si guardava attorno come chi, pur essendo molto concentrato affetta cionondimeno la più assoluta noncuranza. Io invece fremevo, frugando nelle tasche con i polpastrelli incandescenti delle dita che mi saettavano alla ricerca di agende, del cellulare, per essere certo di non aver dimenticato niente, perché ci tenevo particolarmente a una transazione, invero assai delicata con un cliente. Per ironia della sorte il treno, o più banalmente per i ritardi frequenti, che è fatto motivo d’osservare, anche a un passeggero occasionale qual ero io (e che in seguito mai più vi avrei messo piede per quel che avrò modo di esporre) rimaneva ancora inchiodato sui binari! Aspettando che partisse, mi turbava l’atteggiamento imperturbabile del signore che mi era seduto di fronte, perché dietro l’aspetto di quella compostezza di maniera, ordinaria, bonaria sembrava invece rattenersi una attesa paziente, avida, calcolatrice.” Il commissario con la zazzera impiastricciata di gel ascoltava la sua testimonianza, giochicchiando sulla scrivania con qualche aggeggio informatico, o rassettando in alternativa dei documenti in un cassetto. “Indugiai forse un po’ troppo lo sguardo, così che quando se ne accorse, mi fissò a sua volta, fulminandomi con un’occhiata censoria, al che mi ristetti in un contegno riserboso. Proprio in quel momento, il treno ripartì. Ma fu il mio fortuito interlocutore di viaggio, a rompere la cortina del silenzio, così facendosi più dappresso, ammiccando in tono confidenziale, mi fece: “la vuole sapere una cosa?”. “se proprio insiste” gli ribattei in tono piccato, poco conciliando col mal vezzo della gente di improvvisarsi in conversazioni estemporanee senza costrutto, e allora continuò rincarando “guardi, che le sto dicendo qualcosa che le salva la vita. Dovrebbe ringraziarmi piuttosto. Appena pochi metri dopo la prossima fermata il treno deraglierà, per cui le conviene scendere non appena arriva in stazione.” Per nulla intimorito o impressionato gli replicai che la mia destinazione era proprio la fermata successiva , Grosseto scandii bene, per cui spiacente di non mettere alla prova il suo oracolo, stornavo sul piano dell’ironia il fastidio che mi provocava. Ma allora mi incalzò “si vede che questo è il suo destino!”, lo rassicurai con un vago cenno d’assenso, frazionando mentalmente il tempo che mi separava dall’arrivo alla stazione e soprattutto dalla liberazione da questo seccatore. Qualche minuto dopo, una ragazza affacciandosi nello scompartimento, chiese qual era la prossima fermata, quasi in contemporanea in una sorta di contrappunto, io risposi Grosseto, il signore l’ultima, la ragazza pur uscendo disorientata , ci ringraziò entrambi, e passò avanti. Ci guardammo senza far motto, misurandoci nel non-tempo della mossa decisiva in una partita di scacchi; dalle parole smorzate si passò ai silenzi puntuti, c’era tensione. Frattanto il treno fischiò, prese a decelerare, arrivò in stazione. Ci scambiammo qualche rapida occhiata ostile; gli campeggiava sul viso la stessa espressione vittoriosa, di chi sta per riscuotere la posta in gioco. Ero già partito in ritardo, per cui non volevo attardarmi oltre. A suon di permesso, scusi, vorrei, flettendo le giunture al limite delle possibilità umane, provandomi in miracolosi assottigliamenti diaframmatici, riuscii in questa traversata gomito a gomito a superare i pochi metri del corridoio che mi separavano dall’uscita; ancora qualche passo e fui fuori la stazione. Mi avviai a chiamare un taxi, quando un rimbombo fragoroso mi spinse a voltarmi subito indietro, ma lo spandersi di una nuvolaglia caliginosa mi impedì di guardare. Avvertii solo, senza poter distinguere nulla, in quel sinistro baluginare, il palpitare di una turba confusa e dolente tra lo stridore dei freni, schianti di ferraglia, scoppi da combustione e poi le sirene delle ambulanze che suonavano all’impazzata; finché con l’abito nemmeno gualcito, mi risortì fuori da questo disastro, proprio il signore del treno, immacolato e raggiante, con la valigetta alla mano. Passandomi accanto, come sospeso in una estasi indecifrabile, mi fece: “che cosa le avevo detto?” ebbi appena il tempo di balbettare “ma allora scusi si fermi…”, che allungando il passo scomparve dalla mia vista.” Non si era accorto, che già da un pezzo il commissario abbandonato su di un fianco lungo il bracciolo della seggiola dormiva beatamente come un angiolo del cielo. Si diede uno sguardo con l’appuntato, che ignaro anch’egli, aveva continuato a dattilografare diligentemente tutto il suo resoconto a macchina.




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Autore Albero
Nebridio
Inviato: 21/1/2011 20:05  Aggiornato: 21/1/2011 20:07
Quite a regular
Iscritto: 11/11/2009
Da: Napoli
Inviati: 110
 Re: Oracolo in treno
Ciao Icasc, bentornato. Ma guarda il testo inizialmente comprendeva solo la confessione, che poi non era neanche una confessione, ma è diventata tale per la necessità di inserirla in un contesto giudiziario. Mi sono trovato nella difficoltà di dover adattare la prima versione, che ha un piglio e un andamento narrativo, con il suo inserimento in una dimensione cronachistica, come la definisci tu. Ma in effetti non ho mutato di una virgola la prima stesura, perchè avrebbe comportato uno stravolgimento completo e ciononostante l'ho legata senza adattamento direttamente alla parte riguardante il commissariato, con l'espediente di una lettura diretta del testo da parte di uno dei viaggiatori. In effetti così facendo, credo che emerga una scollatura tra le due versioni. Però ho preferito non intervenirvi. Non penso per il resto, che la vicenda cronachistica eslcuda di per sè il letterario, a patto che ci si riesca, beninteso, a trarre elementi letterari da una vicenda di cronaca. Non credo neanche che la punteggiatura sia scialba e inappropriata, piuttosto è adattata a un periodare ampio e in certi punti probabilmente farraginoso.
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