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Letture Incrociate - Racconti : Narcolessia
Inviato da alex87 il 7/9/2008 17:05:16 (1865 letture) Notizie dallo stesso autore


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Letture Incrociate - Racconti

La luce del sole riflessa dalle onde gialle delle spighe di grano era a dir poco accecante. L’aria calda del mattino inoltrato si insediava nei miei polmoni e rendeva ancor più faticoso respirare. Il paesaggio costiero era rimasto indietro; dopo più di tre ore di marcia mi ero addentrato, col mio commilitone, verso il centro collinare di quell’isoletta all’apparenza deserta.

Avevamo il compito di esplorare l’isola e scoprire dove si nascondevano alcune truppe nemiche. Era una missione pericolosa, perché se ci avessero scoperto saremmo stati sicuramente uccisi. Perciò, mentre camminavamo imbracciando i nostri ingombranti fucili, ogni minimo movimento ci faceva sobbalzare. Il verso di grilli e cicale era quasi assordante, ma diversamente dalle altre volte in cui lo sentivo non ne ero infastidito; era l’unica cosa che mi riportava alla normalità in una situazione così assurda. Verso mezzogiorno, quando il sole era nel punto più alto e i suoi raggi scendevano perpendicolari su di noi, il caldo e le ore di marcia si facevano sentire. Eravamo stanchi, ma c’era ancora molta strada da fare. In realtà il punto più alto dell’isola era vicino, e di li avremmo avuto un’ottima visuale. La pendenza nell’ultimo tratto scemava invece di accentuarsi, permettendoci di riprendere fiato. Il cuore, però, batteva troppo forte nel petto e, se da un lato sapevo di dover fare tutto il più velocemente possibile, dall’altro avrei indugiato volentieri prima di avvistare il nemico. Ma ormai c’erano solo circa un centinaio di metri prima di raggiungere la fatidica vetta, che sarà stata alta non più di trecento metri sul livello del mare. Arrivammo alla sommità al passo del leopardo (strisciando per terra su gomiti e ginocchia) e guardammo in tutte le direzioni prima di alzarci in piedi. Da li si scorgeva tutta l’isola. Anche se non era un deserto (c’erano alcune macchie boschive dove ci si poteva nascondere) a prima vista non vi erano tracce di insediamenti umani. Così, decidemmo di dirigerci proprio verso quelle zone alberate, unico possibile nascondiglio dei nostri nemici. La tensione adrenalinica e il terrore puro per il pericolo che correvamo, misti alla fatica e al caldo di quell’estenuante marcia, si stavano trasformando da fattori psicologici a disturbi fisici. Cominciavo a non riuscire a mettere a fuoco tutto ciò che vedevo. I contorni perdevano consistenza e tutto era più sfocato. Di pari passo, anche le mie motivazioni e il coraggio che mi aveva spinto fin li non erano più tanto nitidi. Ormai era più di un paio d’ore che non parlavo col mio compagno e, quando mi disse di aspettarlo mentre dava uno sguardo nella boscaglia, non risposi niente. Mi stesi per terra e puntai il fucile nella sua direzione per “coprirlo”, pronto a far fuoco se ce ne fosse stato bisogno. Ero in una posizione che rendeva difficile avvistarmi, ma anche per me era difficile seguire il mio commilitone mentre avanzava tra i cespugli. Scostai alcune erbacce davanti a me; riuscivo a malapena a distinguere i suoi movimenti. Non sapevo quanto tempo sarei stato disteso. Sentivo sui gomiti tutto il peso del fucile e cominciavano a farmi male. Cercavo di non tremare con le braccia per poter mirare bene se fossi stato in pericolo. Mi resi conto che la tensione mi alterava la percezione del tempo. Ero li già da un bel po’, ma da quanto? Guardai il cielo e notai che il sole scendeva inesorabilmente verso ovest; non era più nel punto più alto. Cercavo di calmarmi, visto che nella mia mente correvano tutti i pensieri possibili e immaginabili su ciò che sarebbe potuto succedere. Posai il fucile per terra e respirai a fondo. Solo che più dicevo a me stesso di non agitarmi, più sentivo i battiti del cuore e delle arterie che, come impazzite, pulsavano nelle tempie, ai lati del collo, ai polsi. Il mio corpo sembrava in un grande e duraturo sussulto. Così chiusi gli occhi. Si era alzato un lieve vento e riuscivo a sentirlo adagiarsi sulle erbe e piante intorno a me. Non ci avrei mai creduto, ma funzionava! Con gli occhi chiusi la mia mente si alleggeriva sempre più e riuscivo per la prima volta in quel giorno crudele a rilassarmi. Per qualche secondo immaginai di stare a casa al sicuro, di non dover stare a sentire più ogni rumore e pensare di poter morire in ogni secondo. Di non dovermi guardare sempre in giro in cerca di qualcosa che mi suggerisca presenze nemiche. Successe tutto senza darmi la possibilità di tornare vigile e attento. Feci l’unica cosa che non avrei dovuto fare: dormire! Mi abbandonai completamente ad un sonno profondo! Naturalmente non mi accorsi di niente sul momento. Non ricordo quale fu l’ultimo pensiero prima di passare dalla veglia al sonno. Ricordo bene cosa successe al risveglio, anche se alcuni non mi credono tuttora. Aprii gli occhi e vidi il mio fucile ancora davanti al mio viso come l’avevo lasciato. Solo che non ero più da solo. Alzai lo sguardo e vidi tre uomini che mi guardavano. Ricordo le loro espressioni di curiosità nei miei confronti, ma non di incredulità. Forse mi stavano osservando già da un po’. Ad un tratto sentii un dolore improvviso sullo zigomo destro. Mi toccai istintivamente con la mano. Probabilmente c’era un livido; avevo dormito con la testa appoggiata al calcio del fucile. Vidi che i tre non si mossero al mio movimento. Allora pensai che forse non dovevano essere uomini civilizzati, o perlomeno che non conoscessero le armi.




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Autore Albero
nonnocurioso
Inviato: 9/9/2008 13:27  Aggiornato: 9/9/2008 13:27
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Iscritto: 23/7/2008
Da:
Inviati: 8
 Re: Narcolessia
chiedo scusa, ma mi è piaciuto poco (molto poco). Non ho capito qual è la tua intenzione comunicativa. Ad ogni modo:
- l'uso della lingua italiana è "disinvolto" in qualche punto;
- un minimo di documentazione su quel che si scrive ci vuole sempre (es. non esiste un'unica etnia caucasica);
- inverosimile la ricerca di truppe (quindi di un certo numero di nemici) in una piccola isoletta;
- non si capisce che funzione abbia nel racconto la figura del commilitone che sparisce.
Scusami, forse è solo una mia carenza di comprensione.

Autore Albero
alex87
Inviato: 16/9/2008 13:18  Aggiornato: 16/9/2008 13:18
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Iscritto: 6/7/2008
Da: basilicata, abruzzo
Inviati: 41
 Re: Narcolessia
ora che l'ho riletto anche a me non ha entusiasmato moto..credo che questo dipenda dalla fretta di finire e inviare il racconto a causa dei troppi impegni che ultimamente ho..mi spiego meglio: quando l'ho scritto (quasi un mese fa) ho voluto spedirlo il prima possibile per paura che rimanesse sospeso per chissà quanto tempo e invece avrei voluto sapere subito i commenti dei lettori (per una ragione ben precisa)..credo anche di averlo inviato due volte (spero che i responsabili del sito si accorgano dell'errore)..quindi ammetto che ci sarebbe voluta una rilettura e una correzione e probabilmente un finale diverso..questa è la mia impressione..ma ci sono alcuni punti che tu mi fai notare per i quali non capisco bene cosa intendi: la questione dell'etnia caucasica e della truppa..mi dici che ci sono diversi tipi di etnia caucasica, ma perchè il mio personaggio avrebbe dovuto elencarli? si risveglia dal sonno (patologico) e vede tre uomini che lo osservano..così cerca di assimilare tutte le informazioni che può nel minor tempo possibile..già il nominare l'etnia caucasica è tanto (del resto non conosciamo il suo livello culturale, come non sappiamo nient'altro di lui)..inoltre in alcuni atlanti di anatomia umana nelle descrizioni esteriori del corpo sono elencate solo le quattro etnie principali..perciò non capisco cosa intendi, avrebbe dovuto fare una descrizione accurata come un medico legale con un'autopsia? visto che nella frase successiva a quella dell'etnia caucasica dice di non riuscire a vedere bene gli occhi e in seguito dice di trovarsi a tre o quattro metri dai tre uomini, non si può pretendere più di tanto..per quanto riguarda le truppe sull'isola devo puntualizzare un paio di cose: anzitutto parlo di "isoletta" ma non di atollo del pacifico di venti metri di diametro (infatti la marcia iniziale per raggiungere il punto più alto dura qualche ora) quindi l'isola ha una certa estensione da permettere che ci siano un certo numero di uomini..numero che non può essere quantificato correttamente perchè il termine truppa non riguarda la quantità ma la "qualità" dei soldati (la truppa si contrappone agli ufficiali, indica i soldati semplici)..se avessi scritto armata o divisione o brigata o reggimento o battaglione o compagnia allora avresti pienamente ragione..tant'è vero che alla fine del racconto scrivo "inviarono un intero plotone sull’isola" e il plotone è un insieme di soldati tra i meno numerosi (qualche decina di uomini, di solito trenta o quaranta)..inoltre non sappiamo con precisione se ci sono i nemici (la missione dei due militari è di esplorare l'isola)..non conosciamo qual' è il contesto storico (anche se la presenza del fucile e la diagnosi finale della narcolessia escludono un passato molto lontano) e nemmeno il luogo preciso..se ci pensi tutto è relativo ed è fatto così intenzionalmente..il racconto si incentra sulle sensazioni che accompagnano il protagonista..l'ntenzione comunicativa sarebbe dovuta essere questa: la descrizione dello stato d'animo di paura per una situazione fuori dal comune (perciò difficile da rendere realistica sia per lo scrittore che per il lettore, che fatica ad immedesimarsi in situazioni che non ha mai vissuto)..naturalmente se il racconto non riesce a trasmettere questo al lettore significa che non è scritto nel migliore dei modi e del resto non ho faticato ad accorgermi di ciò..piuttosto mi interessano moto quelle "disinvolture" (come le chiami) della lingua italiana..mi ha fatto piacere sapere che hai letto questo racconto e leggere il tuo commento è stato istruttivo, anche se spero mi puoi aggiungere dell'altro..grazie per avermi comunicato le tue impressioni e in attesa di una risposta ti saluto calorosamente..ciao nonnocurioso!!

Autore Albero
Fran
Inviato: 8/11/2008 0:09  Aggiornato: 8/11/2008 15:49
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Iscritto: 3/11/2008
Da:
Inviati: 13
 Re: Narcolessia
Allora prima di tutto ciao.
Secondo me l'idea non è male e capsico che qualche volta si senta il bisogno di pubblicare subito quello che si è scritto. Trascinati dall'onda emotiva si perdono alcuni dettagli sulla strada.

1. Secondo me il racconto è ben scritto. E' scorrevole e trova la sua forza nella semplicità della narrazione. Durante la lettura non si incotrano quei fasitidiosi ostacoli propri delle storie che vogliono trasmettere molto ma con scarsi mezzi.

Detto questo:

2. Bisognerebbe sviluppare di più le emozioni del protagonista. Sviscerarlo. Dargli un nome! "Cercavo di calmarmi, visto che nella mia mente correvano tutti i pensieri possibili e immaginabili su ciò che sarebbe potuto succedere" Che cosa teme? la morte? Può darsi...ma un pericolo imminente di solito evoca fantasmi, colpe, esperienze sepolte nel nostro vissuto che tutt'un tratto si materializzano in paura, ansia abbastanza concrete. Un'immagine, una persona, un ricordo n particolare ma ben descritto e calzante potrebbe dare una svolta ai lieneamenti di questo soldato. In secondo luogo, l'idea di una morte imminente comporta alterazioni fisiche abbastanza, diciamo così, selvagge... "Solo che più dicevo a me stesso di non agitarmi, più sentivo i battiti del cuore e delle arterie che, come impazzite, pulsavano nelle tempie, ai lati del collo, ai polsi. Il mio corpo sembrava in un grande e duraturo sussulto" Queste sono sensanzioni provocate da una spavento; ma la guerra, la morte quasi certa provocano conatti di vomito, incotinenza. Spingiti oltre, descrivi, diventa un pò selvaggio anche tu! In Conclusione, dipende dall'obiettivo che vuoi perseguire nella narazzione ma personalmente tralascerei alcune parti della descrizione dei luoghi e mi concentrerei di più sull'interiorità del protagonista. Ma questa è solo la mia opinione!

3. Non capisco bene il ruolo di questi 3 individui. Se la loro funzione è quella di apparire come sintomo del suo disorientamento o della sua malattia allora va bene. Ma dal racconto traspare una versione un pò diversa. Sembra che questi tre uomini a "petto nudo, con intorno alla vita stracci che prima forse erano state camicie (di quel tipico verde-grigio militare), erano scalzi e non sembravano curati esteticamente parlando (capelli lunghi e barbe incolte). Avrei giurato che fossero selvaggi, ma l’aspetto fisico era tipico dell’etnia caucasica, cioè degli occidentali: la pelle era chiara e i capelli castano biondi" permettano al protagonista di uscire allo scoperto e di mostrare un pezzettino del suo sentire. In ogni modo, questo sentire, questa contraposizione tra istinto e razionalità non è molto originale. Usa questi tre personaggi come amo per pescare qualcosa di sommerso nella coscienza del personaggio.

ok basta! le mie sono solo opinioni, spero ti possano essere utili!
viva
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