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Letture Incrociate - Racconti : Il torchio
Inviato da Prosopon il 1/4/2007 12:35:20 (885 letture) Notizie dallo stesso autore
Letture Incrociate - Racconti

Ci vuole forza, le spiegai. Come in molte cose della vita. S’impara a camminare e a non cadere quando le gambe sono forti abbastanza. S’impara a masticare e a mandare giù bocconi sempre più grossi e amari.


S’impara anche a sedersi e rimanere immobili quando non se ne ha assolutamente voglia. Pure questa è forza.
La vita è un’immensa vendemmia. Aspetti per mesi i frutti; in un solo giorno li recidi gonfi e dolciastri sotto i raggi caldi che fanno scintillare le foglie sfrangiate e il dorso lucido di piccoli ragni verdi che scappano disturbati. Poi la macina, i tini in cui il mosto fermenta bollendo e ti spezza la testa al primo respiro, se non sei abituato – eppure sai che non proverai mai piacere più grande di quell’ebbrezza fortigna che si mescola al sudore e al tepore pigro dell’autunno alla porte, mentre ti penetra torpido nella pelle. Infine il torchio, il terribile e maestoso torchio che tanto m’impressionava da bambino, da cui spremere un succo scuro e amaro impregnato di vinaccioli e raspi, e del sapore di un’esistenza segreta e nascosta che non riesci mai a comprendere fino in fondo.
Il torchio è la parola decisiva: più del mosto torbido e ambiguo e delle risate dei bambini che s’inseguono sotto le cupole delle vigne. La sbarra di ferro che ti scorre tra le dita, le reni che ad ogni colpo gemono, le vesciche che cominciano a formarsi, il secco e stereotipato “ta–tlak” che riempie l’aria assieme al fremito spumoso che filtra denso attraverso le assi di legno, cola gorgogliando sul piatto, scivola lungo il beccuccio metallico fin nella vasca. L’ultimo vino... E’ sempre stato il mio preferito. Forse perché concludeva un ciclo, e dava il meglio di sé, senza segni di stanchezza. Forse perché a produrlo tu eri costretto a dare il meglio di te stesso. Dopo di quello non restava altro che gettare le torte di bucce compresse al razzolare delle galline, e attendere novembre quando i tralci recisi lacrimano linfa, nei pomeriggi grigi e silenziosi passati ad annusare la nebbia.
Ci vuole forza, le ripetei. Volle provare a tutti i costi. La guardai sorridendo mentre diventava paonazza nel tirare a sé la sbarra cilindrica scrostata da molte mani. La aiutai. Creare assieme quel suono che tanto bene ricordavo e amavo fu una sorta di incantesimo rigenerato. Solo non c’erano più mio nonno, la sua terra, i miei genitori, gli zii e i cugini, non c’era più nessuno, a parte lei; persino le vigne erano state tagliate e lasciate morire perché nessuno aveva più tempo per occuparsene. E’ un peccato che non sia arrivata prima, nella mia vita. Si sarebbe divertita: mi sarebbe piaciuto farla appartenere a quel mondo della mia giovinezza con la sua magia di fine estate. Avrebbe forse capito molto di me…
Tornati a casa, stappai una delle bottiglie che ci aveva regalato il nostro amico. Aveva un vigneto sufficiente a coprire generosamente le necessità di un anno. La bottiglia era dell’anno precedente. Vino di torchio, l’ultimo. E’ uno dei pochi che, come me, pur senza capirne il motivo, l’ha sempre imbottigliato a parte.
Versai il vino in un calice. Lo guardai. Era caldo, scuro e rubescente come il sangue. Riluceva cristallino, simile ad una pietra antica. Lo respirai. L’aroma carico non stordiva, ma penetrava a fondo, facendosi strada lentamente, senza fretta, e s’insediava con tutta la sua forza intatta da qualche parte dell’anima e della memoria.
Lei si muoveva nella stanza. C’era qualcosa che mi si agitava nella testa, forse un ricordo, mille pensieri, una sensazione imprecisata ma sufficientemente importante. Sollevai il calice, e la osservai attraverso quel filtro ferrigno. Osservai la sua figura morbida e inebriante che si muoveva gonfia di vita e di fisicità. Sentii immediatamente crescere in me il desiderio. Portai il calice alla bocca, e senza staccare gli occhi da lei bevvi lentamente, assaporando ogni stilla come se fosse l’ultima, ascoltandola scendere nella gola, giù fino al ventre, e penetrare nel sangue con un’onda tiepida e calda che si dilatava sulla pelle.
Mi alzai. Andai da lei. La presi e la stinsi, avido. La baciai. Ci vuole forza nella vita, e la vita che le scorreva nelle vene e nella carne era mia, e la volevo. La volevo come il torchio brama il vino dall’ultima uva rimasta. Forse era questo il disperato segreto di quella macchina: un immenso, vorace desiderio di vita e di ubriachezza, per non sentire l’assurdità della solitudine e dell’esistenza.
La baciai. Ricambiò il mio bacio. Le sue labbra si schiusero sulle mie. Si staccò di colpo quando avvertì il dolore che le avevo provocato, mordendola. Inavvertitamente, forse. Forse, involontariamente, la morsi per farle male… Spostai la sua mano. Una goccia di sangue le scivolò sulla piega del labbro. Mi scusai. Mi avvicinai e la baciai delicatamente, proprio sulla ferita. Era una goccia della sua vita, della sua intimità, a scivolarmi dentro. Scura, calda, densa e rubescente come un ultimo vino. Lo stesso sapore.


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I commenti sono proprietà dei rispettivi autori. Non siamo in alcun modo responsabili del loro contenuto.
Autore Albero
-obeb-
Inviato: 2/4/2007 0:35  Aggiornato: 2/4/2007 0:35
Not too shy to talk
Iscritto: 13/6/2005
Da:
Inviati: 82
 Re: Il torchio
Hai una buona padronanza dello strumento e la ricercatezza dei vocaboli non fa che sottolinearlo, ma ho come l’impressione che lo stile, la forma ricercata (pur non pomposa, né fine a se stessa) finiscano per spingere i personaggi fuori dal racconto. Non li vedo, né li sento. Molto ben riuscita, invece, l’ambientazione. Sono riuscito a vedere i luoghi nei particolari e ho apprezzato la cura nei dettagli e l’amore che infondi in quelli che presumo siano ricordi di vita vera. Insomma, il mio modesto e discutibile parere è che dovresti far scorrere qualche goccia di sangue in più dentro ai personaggi, dare loro un’anima come sei riuscito a fare con i luoghi. Per il resto, ottimo racconto. Complimenti.

dedo
Prosopon
Inviato: 2/4/2007 15:41  Aggiornato: 2/4/2007 15:41
MdF - Vincitore
Iscritto: 1/3/2007
Da: Efeso
Inviati: 241
 Re: Il torchio
Grazie, obeb, per il bel commento. L'ho molto apprezzato. Condivido con te il fatto che i personaggi sono un po' diafani: non a caso, per recuperare una tua espressione, il sangue lo faccio scorrere fuori di loro...
Ad ogni modo, la scomparsa dei personaggi dietro lo scenario (azioni, eventi, cose) - o, per meglio dire, la loro estraniazione fuori dal racconto - non è involontaria, né inavvertita, da parte mia.
Questo racconto nasce per una situazione particolare, e con uno scopo preciso. L'intenzione era di ottenere un certo effetto, riferendomi alla tecnica dell'oggettivo correlativo usato da Eliot e Montale. Ti cito un passo tratto dal saggio su Amleto di Eliot: "L'unica via per dare espressione artistica all'emozione è di trovare un correlativo oggettivo: in altre parole un insieme di oggetti, una situazione, una catena di avvenimenti che sarà la formula di quella particolare emozione; tale che, dati i fatti esterni, che debbono aver per termine l'esperienza dei sensi, l'emozione è immediatamente evocata". Questo spiega la forma ricercata, che non uso spesso e non è esclusiva del mio stile: i personaggi sono spinti fuori dal racconto perché essi stessi sono spinti fuori dalla vita che si crea intorno a loro, dalle cose e dagli eventi che passano in primo piano, per lo più come rievocazione di ricordi (almeno per il personaggio maschile; quello femminile è ancor più estraniato, diventa quasi una "cosa" tra tante sullo sfondo). Sono le “cose”, gli oggetti i veri protagonisti. I personaggi sono funzionali ad essi.
Considerato il tuo assai gradito e preciso commento, ho pensato che ti facesse piacere ricevere questo piccolo approfondimento.

Ciao!
Vale_freedom
Inviato: 4/4/2007 15:33  Aggiornato: 4/4/2007 15:33
Not too shy to talk
Iscritto: 3/4/2007
Da:
Inviati: 94
 Re: Il torchio
Belle le descrizioni, l'ambientazione. Le parole complesse sottolineano la padronanza dell'argomento e forse anche il fatto che devi aver vissuto in un ambiente simile a quello descritto, per essere così ben informato e avere idee così precise in proposito. Come personaggi, il protagonista mi ha colpito, e ho sentito in un certo senso un'affinità con la sua malinconia. Mi piace il linguaggio triste che utilizza per parlare del passato, e le sensazioni che le sue parole richiamano. Mi piace anche il paragone che fa fra il torchio e la vita: azzeccato, e tutt'altro che scontato. Lei invece, credo occupi un posto troppo scondario, la trovo quasi anonima. Ma d'altronde un racconto non è un libro, e molte cose vengono lasciate nel mistero, ed è giusto così. Comunque complimenti, il tuo racconto ha colpito molto la mia attenzione.
streethawk
Inviato: 4/4/2007 15:54  Aggiornato: 4/4/2007 15:54
Just popping in
Iscritto: 6/9/2006
Da:
Inviati: 41
 Re: Il torchio
Lo sento molto mediterraneo,passionale,il tuo personaggio.Nostalgico,come dice Vale,ma sanguigno.
Ci vederei bene questa continuazione:
"Sprofondammo in un bere meditativo;la magia del vino stava trascendendo il miracolo del suo sapore,avvolgendo le nostre anime nel bozzolo della pienezza e freschezza della vendemmia lungo quelle colline assolate."
Che te ne pare?
daniel
Inviato: 4/4/2007 22:26  Aggiornato: 4/4/2007 22:26
Sostenitore di OZoz
Iscritto: 28/6/2004
Da:
Inviati: 694
 Re: Il torchio
Ciao.

La forma è volutamente ricercata, ma (secondo me) non sempre la punteggiatura è appropriata.
Ti segnalo "stinsi" (scivolata via una r)

La parte descrittiva è molto curata, e mi hai fatto tornare in mente le enormi botti e il profumo dell'uva.

Per il resto è troppo breve per poter esprimere opinioni più approfondite.

Alla prossima

D.
Prosopon
Inviato: 6/4/2007 16:42  Aggiornato: 6/4/2007 16:42
MdF - Vincitore
Iscritto: 1/3/2007
Da: Efeso
Inviati: 241
 Re: Il torchio
Grazie per i commenti. Sono contento che il mio racconto sia piaciuto.

A Vale_freedom: esatto, volevo suscitare proprio una sensazione di malinconia, costruendo attorno al torchio una metafora della vita.

A Steethawk: il finale che proponi mi piace, ma è troppo "positivo" per il mio "struggente" personaggio; inoltre attenua l'elemento violento del finale originale. Crea indubbiamente una "vita" parallela. Magari lo userò come spunto per un altro personaggio...

A Daniel: grazie davvero per avermi segnalato il refuso (damn... le r scivolano via così rapide!) La prossima volta, proverò con un racconto più lungo.

Un salutone!
Braveheart
Inviato: 9/4/2007 14:06  Aggiornato: 9/4/2007 14:06
Not too shy to talk
Iscritto: 2/2/2007
Da:
Inviati: 70
 Re: Il torchio
Ciao Prosopon,
come va? Finalmente posso vendicarmi su di te...ahaha.
A parte gli scherzi, il racconto è scritto benissimo, le descrizioni sono state fatte in maniera magistrale creando un'atmosfera perfetta. Da questo punto di vista ti faccio i miei più vivi complimenti, e spero di poter imparare anch'io a scrivere così!
Sul contenuto invece sono rimasto un po' perplesso, perché non ho colto il messaggio che volevi dare: vuoi per la brevità del racconto, vuoi per la pochissima caratterizzazione dei personaggi, quando ho finito di leggerlo c'era un grande punto interrogativo in testa. Ma questo potrebbe essere un limite mio, visto che non si può mai sapere cos'ha in mente l'autore.
Complimenti comunque per la forma!:) A rileggerti!
Prosopon
Inviato: 11/4/2007 22:03  Aggiornato: 11/4/2007 22:03
MdF - Vincitore
Iscritto: 1/3/2007
Da: Efeso
Inviati: 241
 Re: Il torchio
Grazie Braveheart, anche se per un attimo ho tremato al pensiero della tua rivalsa... Brrrrr...!
;)

Riguardo ai tuoi dubbi sul contenuto, in parte ne ho già dato spiegazione sui commenti precedenti: per me non era importante comunicare un messaggio, nè concentrarmi sullo spessore dei personaggi, ma puntare all'impressione, al "sentimento delle cose", per così dire. Quindi evocare la malinconia per un'assurdità della vita che a volte viene percepita dolorosamente - vita di cui il torchio diviene simbolo caratteristico (se ne hai mai visto uno in funzione, puoi capire perchè). In questo sentimento nemmeno l'amore riesce a far breccia, tanto che la donna è evanescente, impalpabile; quando viene considerata dal protagonista appare un'ombra di violenza, di rabbia, da cui non c'è scampo... è il tentativo vano di impossessarsi, attraverso la fisicità della donna, di una vita che sfugge...

Ma non voglio essere troppo didascalico, o rischio di danneggiare la poesia del testo. Queste sono solo alcune indicazioni.

Spero anch'io di rileggerti presto!

P.
Shoen
Inviato: 22/4/2007 16:13  Aggiornato: 22/4/2007 16:13
La principessa dei Saiyan
Iscritto: 2/11/2003
Da: Prateria australiana
Inviati: 3521
 Re: Il torchio
Alla prima lettura, avevo capito che il protagonista è un vampiro... E la cosa mi era piaciuta, perché dava un "senso" al finale e spiegava anche alcuni dettagli accennati prima (per esempio, il fatto che la famiglia del protagonista non ci sia più).

Poi ho letto gli altri commenti e mi sono accorta di aver avuto le traveggole
Quindi l'ho riletto, e la mia opinione è questa. Il racconto è scritto bene, ma lo stile è troppo ricercato; finisce per essere ridondante e, a volte, un po' noioso. Probabilmente, secondo me, sarebbe più efficace se fosse più leggero. La storia, poi, proprio perché così breve e "sospesa", raccontata in modo così pesante finisce per perdere un po' di senso.

senza
Inviato: 22/4/2007 18:56  Aggiornato: 22/4/2007 18:56
Home away from home
Iscritto: 4/4/2004
Da: venezia
Inviati: 2856
 Re: Il torchio
niente male per un racconto costruito su un unica metafora, buona tra l'altro, come l'intero testo
sicuramente la sovrabbondanza di termini si fa notare dal primo impatto e questo dimostra che non sei affatto uno scarso ma anzi le descrizioni così curate mi hanno messo voglia di stappare una bottiglia del nonno ( ma, e se se ne accorgesse? )
inizialmente ho percepito un velo di romanticismo depresso, aspettavo solo che dicessi che alla fine l'uva era marcita per commuovermi ed invece il testo si è rivelato la descrizione non della vita ma dei pensieri cupi d'un nostalgico che ha deciso di reagire, strana sensazione
beh, non credo che questo commento ti sia molto utile, ma almeno non è stato stroncante
Prosopon
Inviato: 22/4/2007 22:35  Aggiornato: 22/4/2007 22:38
MdF - Vincitore
Iscritto: 1/3/2007
Da: Efeso
Inviati: 241
 Re: Il torchio
Rispondo a Shoen e a Senza

Senza dubbio quando si "sovrabbonda" coi termini si rischia di essere barocchi e manieristici, in altri termini di essere pallosi. Solitamente il mio stile è più asciutto. Però, quando una certa sensazione deve essere evocata, il tedio creato da un fitto tessuto di parole può risultare adeguato allo scopo... Il tema non è leggero, ergo il testo non può essere leggero: anzi, la "pesantezza" del protagonista gode della pesantezza del testo e viceversa. Il fatto che qualcuno se ne sia lamentato significa che ho ottenuto il mio scopo, e ne godo a mia volta...
;)
Comunque una traccia di vampirismo c'è...

Grazie dei commenti!
Anche del tuo, Senza, mi è stato invece molto utile... Ma io non sfiderei il nonno, a meno che non si tratti di una buona annata!
Raffaboss
Inviato: 3/5/2007 18:24  Aggiornato: 3/5/2007 18:24
Just popping in
Iscritto: 2/11/2004
Da:
Inviati: 13
 Re: Il torchio
Testo molto curato e preciso, tutti i sensi sono coinvolti nella narrazione, anche qualcuno in più.
La differenza tra un raccontino e un pezzo letterario è dato da particolari come il 'dorso lucido di piccoli ragni verdi", che dà spessore e profondità.
I personaggi sono ben definiti, se si vede nell'uva, nel torchio, nell'ultimo vino, i veri protagonisti dello scritto.
L'incipit è la descrizione di 'forza' come è comunemente intesa, associata alla crescita, forgiata dalle esperienze più o meno pesanti. Una doppia interlinea separa questa definizione da quella personale dell'io narrante. Inizia con una frase di contrasto al comune intendere, sottolinea il valore del 'sedersi e rimanere immobili', anche questa è forza. Forse è un po' ambigua, nel senso che la frase 'quando non se ne ha assolutamente voglia' può riferirsi al camminare/mandare giù bocconi amari, oppure all'immobilità stessa. Immagino che la giusta interpretazione sia la seconda, ovvero l'immobilità indotta è forza quando si avverte il desiderio dell'azione, pregustandone il piacere, eppure stare fermi, pensare, mettere da parte l'istinto.
Ho idea che la metafora della vita, associata alla vendemmia, sia (nella descrizione) associata alla concezione dell'io narrante, che quindi nn voglia farne una metafora universale, ma molto personale. La vigna dovrebbe rappresentare gli alti e bassi della vita, che nei momenti più positivi può assimilarsi al vendemmiare. Il piacere più grande è forse quello più effimero, semplice (da bere e da capire), superficiale, quello della macina.
Il Torchio e ciò che gli sta attorno (materiale, lavoro, ultimo vino) rappresenta (almeno ho questa impressione leggendo) la parte meno superficiale delle cose, forse la meno nobile (vinaccioli e raspi), più vera e faticosa(da 'lavorare'), ambigua, nascosta, "che nn riesci mai a comprendere fino in fondo", e "... a produrlo eri costretto a dare il meglio di te stesso"
La frase "Il torchio è la parola decisiva: più del mosto torbido e ambiguo e delle risate dei bambini..." non mi convince, nel senso che forse solo se ascoltata a voce alta, in base alla sua intonazione, può essere compresa appieno. Immagino che 'più del mosto' abbia 'il torchio' come comparativo e 'decisiva' come aggettivazione. Se ho capito bene quindi la frase avrebbe questo senso: il torchio è parola più decisiva (centrale, caratterizzante) rispetto al mosto, o alle risate dei bambini. Un'altra possibile interpretazione (che non credo plausibile) è: [il torchio è 'torbido e ambiguo' più del mosto e delle risate dei bambini], e devo dire che l'associazione torbido/ambiguo a quelle risate infantili non sarebbe così assurda da scartarla a priori, riflettendoci bene... ambiguità voluta?
"Ci vuole forza, le ripetei. Volle provare a tutti i costi"/"E’ un peccato che non sia arrivata prima, nella mia vita". Fuor di metafora, ci leggo un amore particolare, quasi maestro-apprendista, lei che vuole entrare nel suo mondo, dopo che ogni cosa è marcita per lui, e da lungo tempo non c'è stata vendemmia 'le vigne erano state tagliate e lasciate morire', forse a causa della solitudine 'non c'era più nessuno'. C'è un amico, probabilmente importante (perchè simile/affine 'uno dei pochi che...'), ma non basta.
Lei è l'apprendista di quel mondo a lei sconosciuto, lui stesso pur facendone parte non ne ha che un ricordo, insieme scoprono/riscoprono esperienze profonde e particolari, vere e faticose: "La aiutai. Creare assieme quel suono che tanto bene ricordavo e amavo fu una sorta di incantesimo rigenerato". Ora riemerge l'ambiguità dell'ultimo vino/profondità delle cose, dove l'attrazione diventa non più (non solo) bisogno di affetto, ma di assimilazione, un dare e prendere più misterioso e totalizzante.
La chiusa è perfetta, il sangue di lei (la sua essenza, anche dolorosa) è paragonata a quell'ultimo vino, il prodotto del torchio.
Ecco quindi la caratteristica ogni manifestazione di quel mondo "non stordisce, ma penetra a fondo, facendosi strada lentamente, senza fretta, e s’insedia con tutta la sua forza intatta da qualche parte dell’anima e della memoria".
Più o meno questo è quello che ho visto dal tuo racconto, che mi è piaciuto davvero molto. La lettura del sottotesto risente degli occhi del lettore, non è importante, in fondo, che rispecchi in pieno la volontà dello scrittore; quel che conta è che uno scritto evochi qualcosa, nel profondo.
Compliments.
Prosopon
Inviato: 6/5/2007 13:55  Aggiornato: 6/5/2007 13:56
MdF - Vincitore
Iscritto: 1/3/2007
Da: Efeso
Inviati: 241
 Re: Il torchio
Ammazza, che commento...
Sono momenti come questi in cui mi sento già il Nobel in tasca!

Scherzi a parte, Raffaboss, hai scritto un testo complesso che si carica di vere e proprie istanze critiche. E te ne sono grato. L'ho letto e riletto attentamente. Mi ha aiutato a riflettere ancora di più su questo racconto, e sulle conseguenze ermeneutiche di cui si è reso capace, pur nella sua brevità. Ovviamente, come in un circolo ermeneutico che si rispetti, essendo l'opera ormai un mondo a sè rispetto all'autore, è stato per me un sottile piacere l'essere messo di fronte a significati finora inediti e inesplorati, perfino a me stesso. Col tuo occhio indagatore hai dischiuso nuovi sensi di lettura. A questo percorso di indagine sul testo hanno contribuito tutti, e l'ultimo intervento è stato quasi il raschiare l'ultima gromma (tanto per restare a tema).
Ovviamente, è capitato che alcune interpretazioni non rispecchino le intenzioni dell'autore. Ma anzichè indicarle una per una e completarle, preferisco non dire nulla. Quest'ultimo commento mi fa capire l'autonomia che ormai ha raggiunto "Il torchio". Io l'ho già commentato abbastanza. Ormai "La lettura del sottotesto risente degli occhi del lettore" ed è arrivato il momento in cui "non è importante... che rispecchi in pieno la volontà dello scrittore; quel che conta è che uno scritto evochi qualcosa, nel profondo".

Ringrazio sinceramente il sito e quanti mi hanno coinvolto in quest'esperienza di maturazione letteraria.

Prosopon
PetitPrince
Inviato: 8/5/2007 10:18  Aggiornato: 8/5/2007 10:18
Just popping in
Iscritto: 18/4/2007
Da:
Inviati: 20
 Re: Il torchio
Caro Prosopon,
ho molto apprezzato il tuo racconto. Possiede un pregio che ritengo molto importante: la completezza nonostante la brevità. Ho visto che seppur molto breve, dice tutto quel che deve dire. La brevità del testo non toglie nulla al messaggio che vuoi far passare (che mi è molto più chiaro dopo la tua spiegazione sul correlativo oggettivo). Trovo interessante non tanto il legame che crei tra sangue e vino - forse già visto, non credi? - ma soprattutto tra il protagonista e il torchio, che suscita un gran bell’effetto, soprattutto nel momento in cui assegni al torchio una motivazione esistenziale, e di conseguenza l’assegni al protagonista. Altra cosa che apprezzo è lo scarso tratteggiamento dei protagonisti, che credo derivi dall’impianto del racconto: correggimi se sbaglio, ma tratteggiarli sarebbe stata cosa inutile, dopo aver dato un’idea così precisa del torchio, del suo significato e di tutte le sensazioni collegate, tutto è già racchiuso in esso e quindi i protagonisti prendono consistenza proprio dal torchio.
Altra cosa che mi ha entusiasmato è stato l’inizio del racconto, con quella parte filosofico-esistenziale, in cui accosti la vita e la vendemmia, senza la quale nulla di tutto ciò che segue potrebbe stare in piedi.
Una cosa non ho capito: perché stanno usando il torchio se la vigna è stata tolta?
La cosa che invece mi dà un po’ di perplessità è il tono del linguaggio: contribuisce di certo a trasmettere alla perfezione le tue (o dei protagonisti) sensazioni, ma ritengo che sia in generale troppo sostenuto e forse possa dare un aspetto un po’ troppo serio al racconto. Non dico che il racconto non sia serio, ma io avrei puntato ad uno stile un po’ più secco… in effetti si notano degli abbassamenti del tono proprio perché è difficile conservarlo sempre ad un alto livello (prova a confrontare la frase, perfettamente riuscita, che va da “La sbarra di ferro che ti scorre tra le dita…” fino a “…beccuccio metallico fin nella vasca.” o anche altre, con la frase che va da “Solo non c’erano più mio nonno…” a “…con la sua magia di fine estate.”)
Nel complesso però, ripeto, un ottimo racconto. Spero di leggerne altri.
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