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Manuali di Scrittura : Gioie e dolori del romanzo epistolare
Inviato da Laert il 30/1/2003 17:17:54 (6280 letture) Notizie dallo stesso autore


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Manuali di Scrittura

Almanaccando su un mio personale progetto di scrittura mi è sorta la domanda: "e se mettessi tutto in forma di romanzo epistolare?" Risparmierò al benevolo lettore le premesse che hanno condotto al quesito ma le riflessioni nate a quel punto - e le ragioni per cui alla fine mi sono deciso a scartare l'idea - possono rappresentare un bel filo di discussione. Cominciamo.

La trama romanzesca che si andava dipanando nella mia mente vedeva un privato cittadino, poco convinto dalla versione ufficiale delle autorità sull'improvviso suicidio di suo fratello, deciso a darsi da fare in proprio per cercare di fare chiarezza sulla vicenda. Non essendo un commissario di polizia, un maresciallo dei carabinieri, un detective privato o un sostituto procuratore la sua indagine personale doveva procedere per vie poco ortodosse ed avventurose, a contatto con la mala romana, personaggi loschi in odore di servizi segreti, ricattatori ecc... Una trama magari avvincente ma che conteneva molta azione.

Molta azione? E' un problema questo?

Sì, è un problema perché contrastava con il mio proposito di contenermi entro le cento pagine - hai visto mai che ne venisse fuori una cosa buona da presentare ad un editore non volevo che le quattrocento pagine che la mia storia minacciava di partorire lo spaventassero. Per ragioni che discuterò magari in un altro articolo le mie idee sull'azione romanzesca si basano essenzialmente sull'esempio dei tomi di Alexandre Dumas, e in cento pagine, secondo quella scuola, non si può dire neanche "buongiorno".

A questo punto interveniva l'idea del romanzo epistolare. Se gli eventi devono essere narrati per lettera da personaggi che vi hanno direttamente preso parte si può operare una drastica riduzione dei dettagli da raccontare compensando la perdita di interesse e di suspence che così si viene a pagare con le possibilità del vivo contatto umano offerto dalla comunicazione a due vie di un carteggio.

Qui mi sono accorto subito di una cosa che a ben vedere è ovvia ma che io ho dovuto scoprire a mie spese dovendo rinunciare - se avessi adottato la soluzione epistolare - a molte buone idee che mi erano venute in precedenza. Avevo pensato di iniziare il romanzo dalla fine, dedicando i primi tre capitoli alla soluzione dell'intreccio e proseguire poi ricostruendo la trama in retrospettiva. Ma è evidente che il romanzo epistolare non ammette questa possibilità. Il carteggio deve essere praticamente parallelo allo svolgimento dei fatti. Se infatti si vogliono raccontare retrospettivamente gli eventi della trama è sufficiente che uno dei due corrispondenti scriva: "Carissimo Arcibaldo, ma come andò davvero quella faccenduola?" e Arcibaldo risponde: "Diletta Petronilla, non me ne parlare..." e qui novantanove pagine di lettera per raccontare la cronaca della faccenduola. Fine del carteggio.

Una possibilità di compromesso per salvare la soluzione epistolare e la narrazione in retrospettiva è offerta da quello che io considero il più grande capolavoro noir di tutti i tempi: "Delitto a Notting Hill". Gli amanti del genere sanno che l'autore anonimo di questo romanzo - un grande scrittore inglese della seconda metà dell'ottocento (Trollope?) che aveva timore di compromettere la sua reputazione di scrittore "serio" firmando un'opera di genere "minore" - con straordinaria abilità racconta una tenebrosa storia di occultismo e sangue attraverso le pagine di un dossier messo insieme da una compagnia di assicurazione che nutre dubbi sul risarcimento di una polizza sulla vita. Le lettere private qui si mescolano con diagnosi mediche, orari dei treni e dei bastimenti, dichiarazioni giurate di testimoni, articoli di giornale e così via. Ovviamente però il vantaggio di non dover raccontare i fatti in presa diretta che abbiamo menzionato più su va soppesato con le difficoltà di far procedere una storia attraverso un simile caleidoscopio di documenti. Forse non è qualcosa alla portata di un autore esordiente.

Un'ultima questione che voglio discutere a proposito della forma epistolare è ovviamente il dilemma: lettera o email? Va da sé che se la storia è ambientata ai nostri giorni le probabilità che ci si invii delle lettere in cartaceo è piuttosto scarsa. Questo pone un problema di "gusto letterario" che almeno io trovo per il momento insuperabile: le email proiettano in una tale dimensione Hi Tech da far avvertire un brusco senso di rottura con la vetusta e venerabile tradizione delle "Ultime lettere di Jacopo Ortis", "Le relazioni pericolose" e così via. Nulla impedisce, ovviamente, che attraverso le email si dipani un carteggio letterariamente pregevole. Ma si può ancora parlare di romanzo epistolare?




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Autore Albero
milonga
Inviato: 22/8/2004 10:19  Aggiornato: 22/8/2004 10:19
Just popping in
Iscritto: 22/8/2004
Da:
Inviati: 6
 Re: Gioie e dolori del romanzo epistolare
mi hai fatto venire in mente due straordinari romanzi di Camilleri, La concessione del telefono e La scomparsa di Patò, dove si usa di tutto per portare avanti la narrazione tranne che la narrazione tradizionale... lettere, dialoghi teatrali, articoli di giornale, ecc ecc ecc... e la storia fila che è un piacere! Se non li conosci ti consiglio di leggerli, potrebbero offrirti buoni spunti!
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