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Letture Incrociate - Racconti : L'attraversata
Inviato da senza il 17/9/2004 14:26:06 (1944 letture) Notizie dallo stesso autore


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Letture Incrociate - Racconti

Rita capì alla fermata di essere parte di ciò che aveva incontrato lungo la sua vita.
Quando mancava ancora mezz’ora alla partenza dell’autobus che l’avrebbe portata a casa, l’autobus delle 4.12, l’ultimo che partiva dal capolinea la notte, l’ultimo autobus.
E quel capolinea sembrava essere il posto in dove finiva il mondo.

Aveva passato una bella serata, anzi una bella giornata in compagnia di due suoi amici di Trieste e si chiese perché, dovessero abitare così distanti da lei… il giorno dopo le sarebbe dispiaciuto non poterli chiamare dicendo: “ci vediamo alle cinque al parco?”, ma il parco era un po’ troppo lontano da Trieste; giusto qualche ora di treno. Accompagnandoli alla stazione si sentì arrivata ormai alla debacled: false promesse di rivedersi presto ma negli anni della loro amicizia gl’incontri erano stati giustificabilmente rari e faticosi, e lei in realtà non era mai andata a trovarli. Non era solo la distanza, ma l’abitudine ad uccidere quest’amicizia, apparendo strano ormai contagiata dalla quotidianità e dalle cose e persone a cui era legata nel suo paese prendere un treno, per andare, lontano.
Eppure si trovava più spesso a pensare a loro ed ad altre persone conosciute ad esempio in vacanza piuttosto che alla gente con cui era solita uscire pomeriggi e sere, perché loro erano qualcosa di molto più importante perché insoliti. Oltre al dialetto differente e al differente modo di vivere essere ‘fare’, le avevano preso il cuore. Era sempre brutto salutare qualcuno. Le false promesse le lasciavano un immenso senso di vuoto e Rita sapeva benissimo che la scuola e gli altri normali impegni consueti le avrebbero impedito una relazione viva, anche semplicemente telefonica con loro. Avrebbe voluto chiamarli in quel momento, seduta s’un muretto alla luce fioca di un lampione che arrivava frammentaria dopo le fronde di un albero, ad illuminarle le scarpe, a scacchi.
Le sarebbe piaciuto chiamare il suo ex ragazzo in quel momento: probabilmente era ancora sveglio, o forse no, ma l’avrebbe disturbato, le sarebbe piaciuto disturbarlo. Nel momento in cui accavallò le gambe capì anche che c’era una grossa differenza tra aver voglia e volere. Non chiamò nessuno. E circa cinque ore dopo sarebbe stata chiusa in un’insulsa aula squallida scolastica pronta per una nuova era. Questo pensiero la depresse quasi più della coscienza di aver passato ore stupende, che non torneranno (invece quelle scolastiche e utili solo ad un futuro incerto sarebbero durate per altri interminabili nove mesi), poi pensò di far molto piano a rientrare a casa, anche se, sua madre comunque si sarebbe prontamente svegliata per ricordarle l’orario.
Ma tutto questo le sembrò vuoto e che soprattutto, non volesse dire niente.
Sospirò e sembrò come se stesse sbuffando fuori dalle labbra tutta l’aria che stava nei suoi polmoni ed improvvisamente notò di avere un gran mal di testa, causato dalle troppe cose di cui aveva bisogno di pensare, ad ogni singolo istante che ricordava con precisione, al più insignificante particolare che le rimaneva in mente riguardo, alla vita; se la riguardò e si sentì stanca, ma non voleva dormire.
Poi l’autobus delle 4.12 s’illuminò al centro del piazzale, l’autista si sistemò e lei salì accomodandosi sull’ultimo sedile, passando salutò l’autista che non capì.
Ma non voleva dire assolutamente niente una cosa così banale come una traversata in un autobus, un giorno prima di tornare a scuola, s’un sedile arancione, sull’autobus della 4.12; sull’ultimo autobus del mondo.
In verità il suo sedile arancine non era affatto comodo. Prese carta e penna la macchina fotografica ed il lettore cd, lo accese, lo spense ma lasciando le cuffie appollaiate sulle orecchie, poi infilò una maglia a maniche lunghe perché l’intensità degl’eventi l’aveva riscaldata come fosse fuoco o amore, ma gli eventi erano passati e l’autobus arancione non era caldo come non era calda quella nottata. Suoi compagni d’attraversata erano un vecchio e un giovane. Rita si chiese cosa potesse farci a quell’ora un signore così anziano in giro per le strade, sembrava affaticato e immaginò che tenesse gli occhi chiusi.
Il giovane invece poteva avere all’incirca tre anni più di lei, la guardava nel riflesso del finestrino e in quella combinazione i loro sguardi si toccarono per qualche secondo, poi, lui si mise a guardare la strada che fuggiva a destra e sinistra del suo viso, in abbagli veloci; belli da fotografare. Nel riflesso del vetro quegli occhi sembravano azzurri.
I vestiti invece erano scuri: pantaloni larghi bucati consumati sgualciti alla fine, quasi scuciti, dove il bordo confinava tra strada e scarpe.
Le pieghe della sua maglia erano dolci e casuali, coloravano in rosso curve d’aria. La maglia era rossa. Rosso cupo.




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Autore Albero
EwanMcGreg
Inviato: 18/9/2004 18:25  Aggiornato: 18/9/2004 18:25
Just popping in
Iscritto: 2/8/2004
Da:
Inviati: 45
 Re: L'attraversata per Ewan
ahahahahah Giudil hai ragione con la tastiera sono un cane. Ho le ditone troppo grosse. Grazie per il commento sul commento.
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