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Interviste : Intervista a Giulio Mozzi
Inviato da She-OZoz il 17/6/2003 14:35:58 (5069 letture) Notizie dallo stesso autore


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Interviste

Giulio Mozzi è una persona simpatica e disponibile. Mi ha concesso l’intervista senza sapere neppure chi fossi. Io invece sapevo perfettamente chi era, conoscevo il suo stile limpido e schietto, i suoi libri di racconti (“La felicità terrena” e “Fiction” entrambi di Einaudi, tanto per citarne un paio) e il suo poema “Il culto dei morti nell’Italia contemporanea” (anche questo per Einaudi).
Avevo anche sentito parlare della sua attività di scopritore di nuovi talenti come editor della Sironi Editore e del suo impegno -a scadenza quasi settimanale- con il bollettino via posta elettronica Vibrisse.
Perché scrivere, come nasce un caso letterario, quale rapporto fra Internet e la scrittura, sono alcuni degli interrogativi a cui questo importante autore italiano ha risposto. Questo è il risultato dell’intervista.

La scrittrice americana Margaret Atwood ha detto di scrivere perché "creare è divino. Per far credere che fossi una persona più interessante di quanto ero in realtà, per fare marameo alla morte, per far soldi, per giustificare i miei fallimenti scolastici. Per passare il tempo anche se sarebbe passato comunque". Lei perché scrive?

Ma, perché mi viene bene. Più o meno come mio fratello maggiore: lui fa l'ingegnere elettronico, perché gli viene bene.


Kerouac ci ha messo anni a pubblicare On the road, F. S. Fitzgerald ha ricevuto cento e più rifiuti, Lei come ha iniziato?

Scrissi un raccontino, quasi per caso, nel febbraio del 1991. A dicembre 1991 lo spedii a qualche indirizzo. Il 15 gennaio 1992 mi telefonò Marco Lodoli dicendomi: "Posso farlo vedere in giro?". Io dissi: "Sì". Due mesi dopo avevo due proposte di contratto: una da Theoria, una da Bompiani. Scelsi Theoria. Il libro uscì il 30 aprile del 1993: ebbi giusto il tempo di scriverlo.


Chi è lo scrittore Giulio Mozzi?

E' Giulio Mozzi. Pensavate che fosse un altro?


Cos'è Vibrisse e come è nato? E dove trova il tempo per tutti questi impegni? Soffre d'insonnia?!

Vibrisse è un bollettino quasi settimanale di scritture e letture, distribuito gratuitamente via posta elettronica. Per riceverlo basta chiederlo, scrivendo all'indirizzo vibrisse.bollettino@libero.it . E' nato nell'agosto del 2000, finora sono usciti 107 numeri. In luglio e agosto non esce. La cosa è andata così: io incontravo tanta gente in pubblici avvenimenti, conferenze, laboratori di scrittura, e così via. Mi sono detto: non mi piace, perdere tutta questa gente. Allora ho cominciato, nel gennaio del 2000, a mandare in giro delle specie di "lettere circolari". Qualcuno ha detto: "Ma perché non fai una vera e propria rivista?". Io ci pensai su, e alla fine è venuto fuori Vibrisse. Che funziona in modo molto semplice. Io faccio il redattore unico: il mio lavoro è mettere insieme tutto. Parecchie persone contribuiscono con recensioni, appunti, noterelle, brevi saggi, esperimenti di lettura, e chi più ne ha più ne metta. Io ricevo, letto, vaglio, eventualmente discuto, accetto, rifiuto. E, appunto, impagino e confeziono il tutto. Mi va via circa un giorno per settimana, tra una cosa e l'altra. Quanto al tempo, si trova. Certo: è un'attività gratuita, non remunerativa. Ma bisogna per forza cavar soldi da tutto quello che si fa? Non si può essere un po' più rilassati, di tanto in tanto?


J. S. Foer, l'autore di Ogni cosa è illuminata, colleziona le pagine bianche dei suoi colleghi scrittori, Lei promuove invece questa singolare iniziativa delle Vibrissescatole. (Una come me, sia detto per inciso, fa collezione di cartoline, hobby del tutto scontato). Perché a suo giudizio queste bizzarre attività? Hanno a che vedere con il genio?

No, con il genio no. E' un esperimento. La domanda è: i 2.400 e passa abbonati di Vibrisse, sono una comunità? Un'altra domanda è: si può inventare un modo diverso dal solito di fare una rivista? Un'altra domanda ancora è: che cosa salterebbe fuori, sollecitando un poco la manualità? E, in somma, una sera, chiacchieravo con quattro amici, è saltata fuori questa idea qua. La prossima, in settembre, saranno i messaggi in bottiglia. Chiederò di mandarmi una bottiglia (di plastica, eh!) con dentro un messaggio. A chiunque mandi una bottiglia, io spedirò un'altra bottiglia. E vediamo come va.


Qual è il libro che le ha rivoluzionato l'esistenza?

Nessuno. Alcuni me l'hanno cambiata, parecchi me l'hanno migliorata. In confidenza: a quarantatre anni suonati, continuo o a pensare che le persone siano più interessanti dei libri.


Dopo Fiction, cosa ha in cantiere per i suoi lettori?

Nulla. Uscirà un libro per Sironi, intitolato "Sotto i cieli d'Italia", a quattro mani con Dario Voltolini. Sarà una raccolta di pezzi, scritti nel corso degli ultimi quattro-cinque anni, che descrivono luoghi. Ma di nuovo, nulla. E dal giugno del 2000 che non scrivo niente di nuovo, se non su commissione.


Come editor della Sironi editore, ha scoperto Avoledo e il suo formidabile L'elenco telefonico di Atlantide. Come nasce un caso letterario? Strategia delle case editrici, complotto degli addetti ai lavori, o cos'altro?

Un caso letterario può nascere per pura fortuna. Quello che è successo, è successo solo perché un giornalista, con il quale non avevo mai parlato in vita mia e che, tra parentesi, non ha alcuna stima di me come scrittore, ha letto il libro, si è entusiasmato, e ha deciso di fare quattro pagine sul Sette, il magazine del Corriere della sera. Tutti gli altri si sono accodati. Punto.
La nostra strategia, era semplicemente di pubblicare un buon libro d'intrattenimento e di farlo sapere in giro. Il potere editoriale di Sironi è sostanzialmente nullo.
Controprova. Il 16 giugno abbiamo pubblicato "Il suicidio di Angela B.", di Umberto Casadei. E' un libro al cui confronto tutti i libri pubblicati dalla mia generazione vanno in fumo. Mi arrischio a dire: è un capolavoro, un libro che si dà del tu con l'Ulisse o L'uomo senza qualità. Bene. Non ne parla nessuno. Quando telefono nelle redazioni o ai critici, mi rispondono: "Ma, sa, è così lungo...". In effetti fa 560 pagine. I critici letterari italiani non sono capaci di leggere un libro di 560 pagine? (Avoledo ne faceva 526). No, è che questi signori sono pronti a lodare il prodotto commerciale ("L'elenco telefonico di Atlantide" è un prodotto commerciale; il che non significa che sia un buon libro; così come se una donna è bellissima, ciò non significa che sia un'oca), ma difronte alla vera grande letteratura si tirano indietro, spaventati.


Lei ha detto che le arrivano circa 1500 dattiloscritti all'anno. Ma davvero li legge tutti? Non è che li butta in pasto al tritarifiuti, come da più parti si sostiene essere politica di editor e case editrici? Facciamo un esperimento, vuole? Io le mando un manoscritto e poi lei mi dice quello che ne pensa. Una testimonianza diretta sul filo del web...

Confermo: arrivano, tra casa mia a Padova e Sironi a Milano, circa 1.500 dattiloscritti. Tutti vengono guardati: non tutti personalmente da me. Molti si fanno scartare in brevissimo tempo. Su 1.500, un centinaio circa meritano di essere letti da cima a fondo, magari da due o tre persone, e poi discussi. E uno o due saranno da pubblicare.
Molti mi scrivono: "Mi basterebbe un suo giudizio"; e poi magari mi mandano una cosa che solo a guardarla, a leggerne otto pagine, a sfogliarla, si vede che non sta in piedi. A queste persone, che giudizio potrei dare? (A parte quello di darsi all'ippica). Per questa ragione, non do giudizi. Quanto tempo ci vuole, a emettere un giudizio? Mezz'ora di telefono o di scrittura? Quindi: 750 ore annue (quattro mesi e tre settimane, lavorando 40 ore per settimana) per dare giudizi negativi su libri che mi sembrano privi di valore? Per carità.


A proposito di web, quale rapporto c'è fra Internet e la scrittura?

Cambio la domanda: che rapporto c'è tra il telefono e la conversazione? Ad esempio: una volta, gli adolescenti si tiravano il telefono in camera, per chiacchericciare di nascosto. Adesso invece escono, e chiacchiericciano in pubblico: in piazza, al bar, alla Upim. Ma essendo il contatto (anche via sms) pressoché continuo, cambiano i tempi delle conversazioni: non più lunghe ore al telefono, canonicamente la sera o nel primo pomeriggio, ma parecchi contatti brevi disseminati nella giornata. Il telefono era il luogo della privatezza, adesso è il luogo della "bolla": chi telefona si comporta come se fosse dentro una "bolla", anche se è in pubblico, anche se è in un luogo pubblico dove si sta stretti (treno, ad esempio), comunque si comporta come se una "bolla" lo circondasse, procurandogli una privacy in mezzo alla folla. Sono cambiati anche i tempi: una volta, non ci si arrischiava a telefonare in certe case a ore molto tarde o molto preste. Adesso si può tentare a qualunque ora: non si disturba nessuno, mal che vada il telefono è spento. Poi: il numero di telefono, una volta, era sull'elenco. Oggidì non esiste un elenco dei numeri di telefono portatile. Poi: si suppone che uno stia più o meno sempre attaccato al telefono. Tutti hanno (e il bello è che sembra sentano il dovere di avere) una reperibilità assoluta: ma solo per chi ha il numero. E' diverso, è diverso...
Ora: il telefono è un mezzo di comunicazione, come l'internet. Non capisco perché si scriva Internet maiuscolo. Se io avessi scritto: quale rapporto c'è tra Telefono e la conversazione, avrei scritta una frase anormale. L'internet è essenzialmente un buon sistema di posta, come stiamo verificando con questa intervista (fatta, ovviamente, via posta elettronica). Sì, c'è anche il web: un ottimo veicolo per la pornografia. Ma quella mi interessa meno.


L'ultima domanda, dia un consiglio davvero utile agli aspiranti scrittori.

Che smettano di fare gli aspiranti scrittori. Lo "scrittore" è una categoria che non esiste. Chi è lo scrittore? Thomas Mann è uno scrittore? Fabio Fazio è uno scrittore? Lucio De Palma è uno scrittore? Tullio Avoledo è uno scrittore? Bartolomeo Di Monaco è uno scrittore? Thomas Velimir è uno scrittore? Ornella Vanoni è uno scrittore? Come si fa a distinguere tra chi è "scrittore" e chi non lo è? Al massimo si può distinguere tra chi ha pubblicato dei libri e chi non ne ha pubblicati. Tutti i sopracitati hanno pubblicato dei libri. Non tutti i loro libri, però, sono effettivamente nel mercato: e quindi anche questa distinzione è incerta.
Non si può aspirare ad appartenere a una categoria indefinita. Io, personalmente, e per mia fortuna, non ho mai desiderato "essere uno scrittore".




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Autore Albero
siddharta
Inviato: 20/6/2003 14:52  Aggiornato: 20/6/2003 14:52
Just popping in
Iscritto: 29/5/2003
Da:
Inviati: 2
 Re: Intervista a Giulio Mozzi
Brava Daniela,
bella intervista!

Mi chiedo però, chi si leggerebbe i libri di Mozzi sui consigli di scrittura, se noi aspiranti scrittori smettessimo di aspirare ad esserlo?

Siddharta, che sta giungendo all'Illuminazione
Ospite
Inviato: 24/6/2003 21:59  Aggiornato: 24/6/2003 21:59
 Re: Intervista a Giulio Mozzi
I miei libri sullo scrivere non sono destinati agli "aspiranti scrittori". Sono destinati a persone che vogliano aumentare la propria capacità di scrittura. Così come quasi tutti quelli che vanno in palestra, ci vanno per tenersi in forma: mica perché sono degli "aspiranti atleti". giulio mozzi
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