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 Venerdì 12 Febbraio, ore 11:50.
Apro la porta e la vedo, in piedi, abbracciata al suo sconforto preannunciatomi prima al telefono.
La sala d'aspetto è glaciale. Noto una scrivania e una sedia che mi ricordano la scuola. Di fronte, una poltrona in finta pelle sciupata. A sinistra c'è un armadio metallico mezzo aperto che lascia intravedere delle carpette probabilmente dimenticate, un bicchiere di plastica, un paio di vecchie ciabatte da infermiere. In realtà non mi sembra una sala d'attesa ma la sala di questa attesa, considerando le decine di altri familiari che ho incontrato in piedi nel corridoio qua fuori.
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