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Simenon e la scrittura
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riporto uno stralcio di intervista tratto da railibro.it sul processo di scrittura di Simenon:

Ena Marchi: Simenon e la lingua tradotta
Intervista a Ena Marchi, editor della casa editrice Adelphi, che dal 1990 lavora sui libri di Simenon, e ci svela alcuni segreti della sua scrittura.
di Francesca di Mattia

D. Quando ha incontrato Simenon per la prima volta? Ed è stato un coup de foudre o una conoscenza più dilatata nel tempo?

R. Ho cominciato a leggere Simenon quando ero ragazzina. Mia madre me lo proibiva, poiché con con la sua pruderie cattolica aveva colto nei grandi volumi raccolti da Mondadori sul commissario Maigret – all’epoca Simenon era Maigret per la maggior parte degli italiani - tutto ciò che vi è di torbido e inquietante in questo autore.
Io leggevo i suoi libri di nascosto con il piacere della trasgressione, per cui ho avuto modo di confrontarmi molto presto con il côté sensuale della sua scrittura, proiettata nella figura di Maigret: quando entra in un posto, per esempio, sente subito gli odori, che Simenon abilmente descrive, e questo mi colpiva moltissimo. Ma dopo i dodici-tredici anni ho smesso.
Poi sono arrivata in Adelphi, ho cominciato ad occuparmene anche professionalmente, e soprattutto ho cominciato a scoprire Simenon nella sua interezza: ho avuto una folgorazione, per cui ho letto quasi tutto quello che era stato tradotto e molti dei romanzi non ancora tradotti. Me ne restano altri, è chiaro: come dice giustamente lo studioso Jacques Dubois, nessuno può dire di aver letto tutto Simenon.

D. Qual è il lavoro che fa attualmente su Simenon? E quali sono le particolarità linguistiche del francese nei suoi libri?

R. [...]di primo acchito, infatti, la scrittura di Simenon è il massimo della trasparenza: si prende sottogamba, invece, la difficoltà nel trasformare questa apparente assenza di stile in una lettura piacevole in italiano: la lingua di Simenon è piena di trappole. Lo scrittore usa moltissime espressioni idiomatiche e ha una sua lingua, piena di idiomatismi propri, che bisogna rendere in modo né piatto né falsato rispetto all’originale [...]

[...]

D. Nell’universo di Simenon, ha molta importanza la fase immediatamente precedente la scrittura.

R. Simenon, com’è noto, aveva la straordinaria capacità di scrivere in fretta, perché si identificava totalmente nei suoi personaggi e scriveva in una sorta di trance.
Ma c’è una differenza nel modo di scrivere i romanzi e i libri di Maigret: questi ultimi venivano scritti a macchina, fischiettando, con una certa disinvoltura. La struttura ben definita del giallo – diceva Simenon – costituita dal triangolo delitto-investigatore-assassino, impone delle regole fisse: e quindi, anche se il primo capitolo del libro non è scritto benissimo, è certo che il lettore andrà avanti per sapere come va a finire.
Diverso è per il romanzo. In questo caso il processo era più lento. Simenon non partiva da una storia, ma da una sensazione. Il suo era un rituale fisso, codificato.
Diceva di non inventare mai niente. Iniziava col mettere insieme cose e persone che aveva conosciuto e situazioni che intrecciava e sovrapponeva, rimescolandone le sfumature e i caratteri.
Penso per esempio a quando Monsieur Sim partì per fare dei reportage in Africa, e in due mesi visitò città, villaggi, deserti. Dalle sensazioni che provò nacque un romanzo, quello che pubblicheremo a giugno, intitolato Colpo di luna.

D. E dopo la sensazione iniziale, come continuava il processo di scrittura?

R. Dopo aver trovato la sua atmosfera, la sensazione, l’intuizione – cosa che gli accadeva spesso durante una passeggiata - tornava a casa e prendeva una grande busta gialla, su cui cominciava a descrivere il suo personaggio. Questo per ragioni scaramantiche, perché fin dal suo primo romanzo aveva fatto così.
Ogni volta aveva bisogno di individuare un personaggio-guida, che sarebbe diventato il personaggio centrale del libro.
Questi personaggi-guida, anche se sono diversissimi l’uno dall’altro, hanno un grande punto in comune: la struttura è molto simile. Simenon diceva: l’importante è prendere un personaggio, metterlo in una certa situazione e farlo andare ai limiti di sé stesso.
Per cominciare doveva trovare il nome adatto, e ci poteva passare delle ore, perché per lui il nome aveva un’importanza fondamentale: che si chiamasse Michel o Joseph faceva una gran differenza. Per questo studiava gli elenchi telefonici.
Scriveva tutto di lui, una sorta di biografia dettagliatissima, appuntando anche cose che spesso non entravano nei romanzi: chi erano i nonni, la storia della sua infanzia, il comportamento della madre. Tanti particolari, insomma, che lo definissero nel suo contesto.
In seguito decideva il luogo d’ambientazione del romanzo, cercava la piantina della città in questione e si informava sulle strade, i nomi dei ristoranti, le stazioni ferroviarie, i mezzi di trasporto, la disposizione dei monumenti e dei palazzi… una sorta di iperrealismo esasperato. Arrivato a questo punto scriveva a tutta velocità, e si calava totalmente nel personaggio.

D. Una tecnica narrativa molto raffinata.

R. Assolutamente. E la cosa più impressionante è che, pur partendo da tutti questi elementi realistici, la sua scrittura diventa molto spesso onirica: i suoi personaggi-guida hanno un’ossessione che nel novanta per cento dei casi li porta al delitto e talvolta alla follia. Un’ossessione fatta di stati d’animo, odori, percezioni tattili: un’accumulazione di dati sensoriali che creano la celebre “atmosfera” tipica dei suoi romanzi - Simenon è infatti definito uno scrittore “d’atmosfera”.
E nello stesso tempo è uno strano scrittore realista: da una parte racconta fatti concreti, reali, ma poiché il punto di vista è rigorosamente quello del suo personaggio che vede la realtà attraverso i suoi occhi, Simenon ne racconta anche i malesseri, i tormenti, le contraddizioni, i sogni, i deliri.
La sua scrittura potrebbe sembrare strettamente connotativa, ma in realtà è una scrittura che sfonda continuamente il realismo, che va oltre il realismo.

D. Tutto questo implica sicuramente una certa difficoltà nella traduzione, a cui lei prima accennava.

R. Verissimo. Con Simenon non si può sgarrare: se è vero da un lato che usa un lessico abbastanza ristretto (non più di duemila parole), è anche vero che quando sceglie un sostantivo, un aggettivo o quando un personaggio fa un gesto o ha un certo tipo di sguardo, deve essere precisamente e assolutamente quello. [...]
Questa scrittura così trasparente e semplice è fatta di una scelta “per sottrazione”: una volta scritto il testo, lui interveniva pochissimo. Ma quando lo faceva era per eliminare aggettivi inutili o per sostituire una parola letteraria con una meno letteraria. L’obiettivo costante di Simenon sono quelle che lui chiama le mots-matière, le “parole-materia”, quelle meno ricercate, che abbiano un’eco immediatamente materiale.
Vi sono poi altri inconvenienti nella traduzione: in Simenon si trovano espressioni idiomatiche che oggi in francese non si usano più. C’è il problema della scansione: lui non usa mai il punto e virgola, che è la punteggiatura della grande prosa francese - quella di Flaubert e Stendhal -, mentre fa un grande uso dei puntini di sospensione, che non vanno assolutamente eliminati, e dei punti, che accentuano le sue frasi secche: bisogna quindi evitare che i traduttori scrivano lunghi periodi con frasi subordinate.

[...]

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Re: Simenon e la scrittura
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grazie per il contributo,
dovrebbero pero' aprire un angolo nel sito dove si possano mettere questo tipo di informazioni e non sul forum perche' anche a me a volte e' capitato di leggere cose del genere e di volerle condividere... non so se ci sia e se noi utenti lo possiamo fare.. ad esempio io ho trovato una cosa simile di lucarelli... ciaooooooooo

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Re: Simenon e la scrittura
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Sarebbe interessante una sorta di data base dove inserire i metodi di scrittori famosi. Giriamo la proposta agli amministratori.

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