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Le regole della scrittura: potare le fronde
Daniela
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Visto che siamo fra amanti della scrittura (propria e altrui), vorrei sapere cosa ne pensate dell'assunto, piuttosto famoso fra gli scrittori ed aspiranti tali, di comprimere la scrittura, di dire ciò che c'è da dire nel minor numero di parole.
Semplificare, se volete, costruzioni elaborate in poche frasi brevi e dimenticarsi di tutti gli altri segni di interpunzione, a parte qualche occasionale virgola. Fuori i due punti, il punto e virgola e così via. Stringere, avvitare, Eliminare aggettivi, avverbi tutto ciò che potrebbe rendere pesante il periodare.

In questo c'è da dire che sono molto bravi gli americani, veri maestri nel genere. Ma voi, come lettori e come scrittori, cosa ne pensate? E' corretto trasporre questa regola anche nella nostra lingua? Rende bene anche in italiano? O dobbiamo lasciarlo fare solo agli anglosassoni?

Come lettori notate differenze fra i libri italiani e quelli stranieri?
E invece come scrittori il vostro stile si conforma a questa regola o no?
Non c'è il rischio, secondo voi, di confondere la chiarezza con la semplicità del linguaggio?

Inviato: 2010/3/3 8:30
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Re: Le regole della scrittura: potare le fronde
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Giustissimo questo quesito.Premetto che io vengo da studi di lett. angloamericana, dalla struttura stilistica del sonetto, che è come un cruciverba: dire tutto in un numero stabilito di parole e regole...
Detto questo, sono automaticamente strutturata sul corto, sui periodi brevi e sulla semplicità del linguaggio.
Non lo trovo un difetto, ma senz'altro un mio limite.
Ne sono talmente condizionata che ormai quando affronto un classico italiano mi infastidisce il periodare lungo e mi scoraggia.
Trovo però che questo stile non dovrebbe essere imposto dalle scuole di scrittura, né copiato per emulazione. Bisogna anche essere capaci di trovare la propria vena senza appiattirsi sui precetti in voga.

Inviato: 2010/3/3 9:20
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Re: Le regole della scrittura: potare le fronde
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Questo tipo di impostazione non lo condivido.

Credo che la lingua italiana sia una delle più ricche, per cui non sfruttarne tutte le potenzialità sarebbe un vero peccato.

Non mi piace sacrificare l'eleganza dello stile sull'altare della chiarezza e dell'immediatezza.
Lo stile asciutto va bene per il giornalista non per lo scrittore.

E' vero anche che non bisogna esagerare, altrimenti il lettore si addormenta.
Va bene un periodare forbito e ricco, ma non un fraseggiare barocco fine a se stesso. La narrazione deve sempre essere fluida.

Inviato: 2010/3/3 12:23
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Re: Le regole della scrittura: potare le fronde
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gli scrittori americani si riconoscono subito! e del resto a me non piacciono nemmeno ( a parte Faulkner, il quale però si dilunga anche troppo! )
preferisco una scrittura o lettura strabordante di aggettivi, ma sopratutto qualcosa che si perde nella contemplazione del dettaglio, dove non solo la scrittura ma anche i personaggi fanno mille pause prima di compiere la più minima azione ( e in questo Faulkner è maestro )
per me, invece il fraseggiare barocco fine a se stesso, è molto bello e vale più di qualsiasi fluidità della narrazione. se volessi qualcosa di fluido allora mi guarderei un film.
inoltre considero un difetto il non usare le congiuzioni, e costruire le frasi soggetto+verbo+punto, tutto ha lo stesso ritmo!

senza

Inviato: 2010/3/3 16:40
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Re: Le regole della scrittura: potare le fronde
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ps: anche perché se si cerca di semplificare il più possibile, si limitano i sinonimi, e quindi il testo rischia di essere ripetitivo.

senza

Inviato: 2010/3/3 16:53
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Re: Le regole della scrittura: potare le fronde
Daniela
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Doxa, il tuo stile è inconfondibile, è la tua cifra, si percepisce. Magari se ti va, puoi parlarci del sonetto angloamericano, che non sapevo essere come un cruciverba. Sarebbe interessante, credo per tutti non solo per me, saperne di più.
Confesso che i tuoi corti mi piacciono moltissimo
Però hai ragione, ciascuno deve trovare la propria voce.

Fax sei nel mezzo, il giusto mezzo così difficile da centrare La lingua italiana è una lingua ricca, sarebbe un vero peccato perdere le sue potenzialità espressive. Il problema però è capire dove sta il limite fra la fluidità e l'asciuttezza, fra l'effetto soporifero e l'eleganza.

Senza, quello che scrivi non mi stupisce conoscendo il tuo stile e dopotutto anch'io ho un debole per i dettagli, per le parole, quelle evocative bizzarre eccessive.

La potatura serve a far respirare l'albero e farlo crescere, allo stesso modo nella scrittura serve a mantenere il ritmo. E procedere agevolmente nella lettura significa quasi sempre abbandonare la contemplazione e buttarsi nell'azione.

Però penso ai classici ottocenteschi: sono libroni che ho sempre divorato, nonostante il linguaggio forbito, le costruzioni non proprio brevi, e i momenti contemplativi. Qual è il loro segreto?

Inviato: 2010/3/4 0:05
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Re: Le regole della scrittura: potare le fronde
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Veramente intendevo letteratura anglo-americana. Comunque il sonetto in inglese, quello shakespeariano, ha una forma diversa: 3 quartine e un distico.
Il sonetto forse, più che un cruciverba, è un sudoku. Tutto deve andare al suo posto, 14 versi per quello italiano, in endecasillabi, rispettando le rime e la loro posizione. Tutto seguendo un'idea e portandola a svolgimento. Può sembrare un'esercizio di tecnica, ma non è solo questo. Sarebbe, altrimenti, solo un componimento di circostanza.
L'aver scritto solo così per anni, mi ha "formattata" alla prosa che uso per i miei corti. E non poteva essere altrimenti. Con questo non voglio assolutamente dire che siano poetici: intendo che mi ha abituata alla sintesi.

La prosa dell'800 è frutto di tradizioni nostre e non va assolutamente ignorata. Fa parte della nostra cultura letteraria, giusto che si studi e, possibilmente, si apprezzi.
Sta di fatto che un Manzoni riesce più ostico di un Calvino, quindi stanca di più. Forse, se non fosse obbligatorio , sarebbe una scoperta per molti studenti.
Abbiamo divorato libroni perchè li abbiamo letti nell'età giusta, parlo per me, quando ancora non c'erano proposte diverse e un tema a scuola andava scritto in quello stile. Sono stati la nostra piattaforma, dalla quale , mi sembra anche giusto, staccarsi e sperimentare.
Non sto facendo un manifesto futurista, ma, scrivere oggi
come 100 anni fa, sarebbe come obbligare una transavanguardia a tornare alla pittura fiamminga. Quello che non va fatto è invece la trasgressione senza avere le basi per applicarla.
Picasso sapeva dipingere perfettamente prima di scomporre le sue figure nel cubismo.

Scusate lo sproloquio!

Inviato: 2010/3/4 6:34
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Re: Le regole della scrittura: potare le fronde
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Concordo con doxa (sul discorso della sperimentazione, in particolare)!
Però riporterei l'attenzione sull'espressività e l'efficacia: ogni lingua ha i suoi mezzi per ottenerle e ogni scrittore un suo stile per perseguirle.
Se essere concisi vuol dire rinunciare a efficacia o espressività (ma per la prima è ancora più grave!) allora abbasso l'essere stringati!

Inviato: 2010/3/4 12:15
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Per sempre, spera lo scrittore. Per sempre. Carver
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Re: Le regole della scrittura: potare le fronde
Daniela
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Ogni lingua ha i suoi mezzi, giusto.
Penso a quello che Hemingway diceva essere il suo migliore lavoro. Un racconto in sei parole.

For sale: baby shoes, never born.

Solo sei. Efficace, vero?
L'italiano potrebbe fare altrettanto? Nella nostra lingua sarebbe altrettanto potente?

Flash fiction. Sarebbe divertente se anche noi provassimo a scrivere delle potenti, evocative, microstorie come quella di Hemingway.
Doxa ci batterebbe tutti, naturalmente

Inviato: 2010/3/4 23:59
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Re: Le regole della scrittura: potare le fronde
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doxa l'ha già fatto !
Era un gioco: l'invasione degli ultracorti, Edizioni XII, con tanto di selezioni e tipologia di "cortezza". Il difficile per me era il genere ammesso: noir, horror, fantasy... Insomma non il mio. Inoltre ero in competizione con giovani agguerriti, bravissimi ed esperti.
Sono arrivata alla finalissima, tra i magnifici 12, ma non ho vinto il titolo di regina degli ultracorti. Andrò però in antologia.
Il racconto: "Non si butta niente" fa parte dei lavori che ho scritto, ma non selezionato. Mi sono classificata con un horror di 900 caratteri. Ce n'erano anche da 200.
Anche la Feltrinelli e il Corriere della Sera hanno lanciato un gioco simile, uno prevedeva 125 battute.
Non è una cosa da prendere sul serio! E' una piccola sfida, dato che, oltre al limite, bisogna fare un racconto, possibilmente buono. Però è molto divertente e, se si vuole, un ottimo esercizio.
Tre anni fa, quando ho cominciato a scrivere racconti, venivo regolarmente bacchettata per la lunghezza. Adesso va di moda! Comunque fa parte di quel che io considero sperimentazione. E poi: adoro giocare con le parole!
Daniela: se vuoi , lancia il gioco. Io farò solo da arbitro!

Inviato: 2010/3/5 6:12
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