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Meno di zero - B.E.Ellis
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Breat Easton Ellis – Meno di zero / ET scrittori Einaudi – 185 pag.

Questo romanzo l’ho acquistato per caso, dopo qualche ora trascorsa tra titoli infernali e vampireschi, stavo per acquistare un premio Strega, per fortuna sono rinsavito mentre ero già in fila alla cassa. Ho posato quel libro tra i suoi simili blasonati, ed ho tirato via questo libercolo fidando solo sulla legge universale del caos.

Ho letto la sinossi sul retro di copertina ed ho visto una citazione della recensione che ne aveva fatto Fernanda Pivano (Io non amo molto le sue recensioni), quindi proseguo e leggo: Sesso facile, cocaina, feste sempre più trasgressive, auto di lusso, rock a tutto volume … Al che ho temuto di aver comprato la biografia non autorizzata di Berlusconi.

Memore di quante cavolate si scrivono in quelle sinossi, mi sono avventurato alla lettura. Ellis è quello che ha scritto American Psyco, da cui è stato tratto anche un film (non mi è piaciuto), e quindi mi aspettavo una scrittura eccessiva, forte, molto colorata; invece, mi sono trovato dinanzi ad uno scritto dai periodi fulminanti, brevissimi.

 Flash di vita anni 80 raccontati in tempo reale. Le prime 50 pagine sono andate avanti nella vacuità più assoluta, e se ho continuato a leggerlo è stato solo perché raccontava di quella Los Angeles da cui giungono sempre più spesso eco di vite infrante, regno patinato del paradiso del vicodin. Lentamente però ho capito che si stava delineando una realtà molto complessa, trattata con uno stile narrativo davvero originale.

Il nulla, il vuoto di un’esistenza trascorsa nel lusso più sfrenato, emerge senza mai essere menzionato. La voce narrante è del protagonista ma non si tratta del classico racconto intimista. Gli unici attimi di riflessione sono dei flashback che il protagonista ha della sua infanzia a Palm Springs. Tutti gli altri personaggi sono delle comparse che rimangono sullo sfondo, apparendo e scomparendo in una trama che, di fatto, non esiste.

 Genitori troppo presi dal magico mondo di Hollywood si dimenticano di se stessi e portano in giro maschere sintetiche di eterna gioventù. Trattano i figli come join avedture e nessuno se ne lamenta, neanche i figli. Il lusso, la droga, il sesso, gli snuff movie, tutto affoga nella noia di una routine che non da scampo. La sola cosa che manca in quel mondo è il desiderio per quanto non si ha e l’entusiasmo di lavorare per ottenerlo, ma anche questo sono io a dedurlo.

Il racconto è scritto utilizzando una focalizzazione interna fissa, il protagonista è il narratore e vive le situazioni che si succedono seguendo un flusso di coscienza racchiuso in paragrafi molto rapidi. Il susseguirsi dei flash di vita mettono in moto una pellicola cinematografica che racconta con una sorta di montaggio cinematografico. La voce narrante non si sofferma mai su nessun particolare, e non fa riflessioni. Spesso il narrato è costituito esclusivamente dal faceto. Il protagonista non pensa, registra quanto la routine dispensa ai figli di papà della patinata Los Angeles. Solo andando avanti nella storia s’inizia a intuire un vuoto, una zona d’ombra delineata proprio dalla luce dell’assolata California.

Il romanzo è privo di sequenze narrative vere e proprie, il racconto è interrotto periodicamente da corsivi in cui dei flashback di un’infanzia non troppo lontana, trascorsa a Palm Springs con la famiglia, riempiono miracolosamente la superficialità d’intere pagine trascorse tra appuntamenti quotidiani e dialoghi assolutamente inutili. Il vento caldo del deserto diventa metafora d’inquietudine interiore che il protagonista non riuscirà mai a cogliere.

Sul finire del romanzo c’è un crescendo di avvenimenti volontariamente scabrosi di cui si farebbe volentieri a meno. Si capisce che l’autore è in cerca di un finale e vuole far salire il patos: non ci riesce. Assistiamo a scene ciniche come la fila nel retro di una discoteca per vedere il cadavere di un disgraziato in overdose, e fin qui l’autore regge con il suo stile asciutto e mai coinvolto. È antipatico, invece, leggere della prostituzione dell’amico d’infanzia. Clay, il protagonista, è usato come una handycam da real Tv. Lui viene pagato solo per guardare (comodo). Assistiamo a comportamenti scontati, direi pure abusati, da cinema tutto diventa telefilm, compresa la censura che taglia un attimo prima che le scene diventino troppo audaci. Tutto peggiora quando leggiamo di una 12enne legata a un letto con un’orda di debosciati annichiliti da droghe che si accingono a stuprarla. Certi fatti non possono essere narrati con la stessa leggerezza di un incontro montano al Beverly Ambassador. Oltre al lato prettamente etico, l’introduzione di questi episodi rompono l’equilibrio del romanzo. La struttura segue un flusso di coscienza senza l’ausilio di una trama, senza sequenze narrative preordinate, così improvvisamente ci troviamo questi episodi che sono dei veri e propri nuclei narrativi, completamente dissonanti.

In conclusione il romanzo è davvero molto interessante anche dal punto di vista della sintassi. Ellis secondo me è un autore che scrive le sue storie tra lo spazio di un rigo e l’altro. Chi vuole leggerlo in fretta, come suggerirebbe il suo stile narrativo sincopato, non troverebbe altro che il nulla: Gossip. Invece, io l’ho trovato incredibilmente profondo, capace di delineare l’ombra attraverso la luce che la circonda.

 


Inviato: 2010/1/4 15:08
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Re: Meno di zero - B.E.Ellis
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Alle volte raccontare la realtà di un mondo "in negativo" spinge a una riflessione più profonda.
E' bella l'immagine che dai di Ellis: uno di quelli che scrive le sue storie tra un rigo e l'altro. Quasi come se fosse quello che non dice a essere più importante di quello che dice.
Mi hai incuriosito

Inviato: 2010/1/11 15:40
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