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Re: Editoria a pagamento: un bene, un male, una necessità
Not too shy to talk
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Appunto, quindi eviterei accuratamente. Tra l'altro è assodato che nessuno di questi può fornire all'esordiente la visibilità che cerca. Se un editore possiede una distribuzione che si rispetti, non ha bisogno di chiedere contributi. viceversa, ogni promessa di pubblicizzazione senza passare per i canali usuali, è il più delle volte una mero tentivo d'illudere a scopo di lucro.

Inviato: 2009/2/14 21:48
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Re: Editoria a pagamento: un bene, un male, una necessità
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Dai... da come la descrivi sembra un'associazione a delinquere.

Inviato: 2009/2/14 21:56
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Non è un poeta colui di cui nessuno legge le poesie.

Marco Valerio Marziale
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Re: Editoria a pagamento: un bene, un male, una necessità
Not too shy to talk
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Senza iperboli, ma in fondo ingannare per soldi è quanto meno un reato morale.

Inviato: 2009/2/14 22:14
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Re: Editoria a pagamento: un bene, un male, una necessità
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Vabbé, allora siamo a livello di Wanna Marchi.
Penso che qualche editore serio, pur essendo a pagamento, ci sia.

Inviato: 2009/2/14 22:22
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Marco Valerio Marziale
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Re: Editoria a pagamento: un bene, un male, una necessità
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Il mio libro poetico pargol del cor, come ho più volte confessato, l'ho pubblicato pagando un contributo anzi forse proprio pagando l'intera stampa ed anche qualche servizio di supporto da parte del piccolo editore della mia bassa padana in forma cooperativa. Con tutti i limiti del fatto di lavorare con un editore piccolo piccolo che sapeva benissimo che la poesia ha uno spazio ridottissimo, credo di poter dire che insieme, nei limiti del possibile, abbiamo lavorato bene. Ho avuto, grazie all'appoggio dell'editore, un buon passaggio sugli organi di informazione locali poi il resto é difficile distinguere tra quanto mi sono procurato con le mie mani e quanto è stato lavoro comunque comune. Alla fine bilancio positivo, circa 150 le copie vendute, rappresentazioni che hanno raccolto oltre 250 persone che per la poesia non son bruscolini. Naturalmente altrettanto pesanti i limiti ma ne eravamo consapevoli insieme, con il piccolo editore (ad esempio distribuzione zero fuori provincia, trattandosi di poesia: chi si è rivolto ad i.b.s. ha trovato le porte chiuise anche se ufficialmente ero presente). A breve dovrei ripetere l'esperienza. Stesso editore, stesso metodo, stesso pagamento (ma costi lievitati, porc...).

Laddove invece si parla di narrativa, finora ho rifiutato ogni ipotesi del genere perché, in ogni caso, i conti non mi tornavano. In primo luogo un limite: i costi vanno alle stelle e, allora, un ritorno economico diventa praticamente impensabile, con una distribuzione limitata.

Inviato: 2009/2/15 0:15
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Re: Editoria a pagamento: un bene, un male, una necessità
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Forse potrà anche esserci qualche commerciante come quello di cui parla arzy, nel senso che almeno, una volta pagato, non ti inganna. Ma la domanda è: vale la pena pagare per vendere 150 copie, non avere distribuzione, e quindi di fatto, nessuna opportunità d'essere visibili al di là di amici e vicini? Forse per arzy si (con tutto il rispetto arzy! Non intendo entrare nel merito di una vicenda che non conosco. Avrai le tue buone ragioni) ma qui mi sto appellando al principio: a meno che non si voglia vedere il proprio nome a tutti i costi su carta stampa, io eviterei di pagare.

Inviato: 2009/2/15 7:37
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Re: Editoria a pagamento: un bene, un male, una necessità
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Ripeto quel che ho scritto al post #7:

Citazione:

Panzer ha scritto:

La poesia ad esempio non è commerciabile ma ciò non deve comportare una sua condanna a morte. A volte quegli editori a pagamento rappresentano una vera o propria "campana di sopravvivenza".


Se è difficile pubblicare narrativa senza pagare, è quasi impossibile per la poesia. Magari inizi con il pubblicare a pagamento poi, dopo 10-20-30 anni (sic!), qualche grosso editore potrebbe accorgersi di te e offrirti una possibilità.

Inviato: 2009/2/15 9:49
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Marco Valerio Marziale
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Re: Editoria a pagamento: un bene, un male, una necessità
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Secondo me è una necessità, e ci aggiungo un purtroppo. So bene, infatti, che così non dovrebbe essere, ma così è, ci piaccia o no!
Non voglio nemmeno prendere in considerazione quelle brave persone, di fatto negate per lo scrivere, che un po' per megalomania, un po' per civetteria, pagano per vedere la copertina della loro “opera” far bella mostra di sé sugli scaffali della propria libreria, magari accanto ai mostri sacri della letteratura mondiale. Se non ci fosse la comoda possibilità (tutto sommato anche economica), di pagare un editore/stampatore, sono certo che s’inventerebbero mille altri sistemi, pur di veder coronato il loro sogno.
Io mi preoccupo dei tantissimi validi scrittori per i quali è storicamente difficile farsi notare, per tutta quella serie di motivazioni già note a tutti noi. Nell'ardua ricerca di un editore a tutto tondo, è giusto, a mio parere, non lasciare nulla d’intentato, e presentarsi nel migliore dei modi è senz’altro preferibile che spedire un pacco di fogli sciolti. Ho detto validi scrittori, non eccellenti scrittori, per quelli non dovrebbero esserci difficoltà a farsi “scoprire” dalle grandi case editrici, anche se nutro comunque dei seri dubbi, prova ne sia la valanga d’indecenze che regolarmente sono pubblicate anche dai vari Mondadori e compagnia. E’ solo in quest’ottica che giustifico, obtorto collo, il pagamento di un editore, non senza aver prima provveduto a “confezionare” un buon prodotto, avvalendosi dell’aiuto di un valido editor, unito al parere “indipendente” di un buon numero di lettori, e magari dopo aver ricevuto delle rassicuranti conferme da buoni piazzamenti in concorsi letterari il più possibile affidabili.

Inviato: 2009/2/15 11:18
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Re: Editoria a pagamento: un bene, un male, una necessità
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Accetto senza colpo ribattere tutte le critiche alla mia scelta di pagare per pubblicare poesia ma attenzione io non volevo pubblicare, non avevo come obiettivo la pubblicazione, volevo e voglio far poesia e la pubblicazione è stato ed è uno strumento utile.

Senza libro di supporto le mie poesie non le leggeva nessuno (salvo pochissimi in internet). Con il libro come base ... sono diventato famoso. Nei limiti del mio piccolo mondo, sia chiaro.

Ma quando, come pochi giorni fa, torno dopo mesi in un bar che frequentavo e un tizio che mi salutava, mi abbraccia contento di rivedermi e mi dice "ciao, poeta", beh, io dico che quel che ho pagato mi è tornato.

Dico però a Gighen: il mio piccolo editore non può essere definito un commerciante, grazie a lui hanno visto la luce libri, anche con contributo, che hanno aperto pagine sulla storia del movimento operaio "locale" o sull'antifascismo. Libri importanti a scarsissima redittività, che nessun Mondadori sogna di pubblicare condannando ricordi di vita ad essere persi nell'oblio.

Quanto alla mia poesia, sai cosa mi risponderebbe Einaudi se mi proponessi? Hai mai letto le quarte di copertina, chi sono gli autori che vengono pubblicati? Gente già famosa di suo, magari postuma, che nella vita ha fatto teatro, giornalismo, che lavora in rai o alla repubblica e più per sfizio o per omaggio alla memoria che per altro arriva anche al libro di poesia. Che venderà perchè giornalsita di repubblica, attore di teatro sperimentale, personaggio da ricordare e così via. Per tacere del cantante di grido, del giallista famoso che per una volta si diletta coi versi, del calciatore famose e via a seguire.

Einaudi, se io mi proponessi, mi risponderebbe di vivere un paio di altre vite, di diventare famoso come giurista (magari come magistrato che riesce a condannar berlusconi) e poi di ripresentarmi.

150 copie, dici, sono poche? Sì, ma sono anche tantissime, prova ad estorcere 10 euro di questi tempi (12 in libreria) e scoprirai quanto sangue devi sputare. La favola dei parenti e degli amici vale 20 copie al massimo, poi sei senza rete.

Sono tantissime 150 copie! Soprattutto non ci si prende in giro con la distribuzione: mi fanno ridere certi editori romani che vantano di sostenerti inserendo l'annuncio del tuo volume in internet. E chi ti dedica un secondo d'attenzione? Per tacere della distribuzione in libreria: hai mai visto uno scaffale dedicato a poeti che non siano i classici?

Non dico certo che la mia scelta sia quella giusta. Purtroppo è quella obbligata. Io te lo ripeto, ho portato a casa moltissime soddisfazioni e soprattutto ho fatto poesia, ho incontrato persone meravigliose, ho ritessuto rapporti di consocenza e d'amicizia sepolti nel tempo passato. Un paio di Comuni, dopo i primi successi e lo spazio sulla stampa locale, hanno pagato per darmi spazio.

No, Einaudi continua ad ignorarmi ed io dovrò ancora pagare perchè comunque 150 copie fanno recuperare le spese a me ma non fanno guadagnare un grande editore e soprattutto io non ho la forza di allargare la mia ... sfera di influenza.

Ma, pagando, avrò ancora l'opportunità di far poesia e, questo, mi ripaga di tutto.

Un inciso finale: ho conosciuto Lucia a mezzo blog. Non era e non è mia parente, mia amica, mia conoscente come normalmente inteso. Lei ha letto le mie poesie, mi ha chiesto come procurarsi il mio libro. Gliel'ho spedito e lei mi ha mandato il prezzo. A distanza di mesi ... ecco, nel link a seguire [ http://arzaniclaudio.splinder.com/pos ... mpleanno+illuminato+di+po ], puoi vedere ... la "paga del poeta".

Questo gratifica per la dolorosa scelta di pagare per pubblicare, ed è impagabile.

Inviato: 2009/2/16 1:06
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Re: Editoria a pagamento: un bene, un male, una necessità
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Ragazzi, mi pare che si stia travisando il senso della questione, o quanto meno che si omettano dettagli di non poco conto. Non discuto che pubblicare poesia sia oggi come oggi quasi impossibile se non ti chiami in un certo modo o se tuo padre non è un giornalista del corriere della sera, ma del resto la condizione del poeta, da che si ricordi, non è stata mai troppo dissimile da questa. Il mercato della poesia è di per sè ristretto, nel senso che non son tanti quelli che trascorrono l'estate sotto l'ombrellone con un libro di poesie (e lo dice uno che molti anni fa tartassava invano le librerie del piccolo paese dove son nato cercando una copia di "Foglie Morte" che quelli incredibilmente non avevano). Detto questo, caro Arzy, diventare famoso nei limiti del proprio piccolo mondo è, a mio parere, un concetto di dubbia identificazione. Mi spiego: l'ambizione di un poeta (così come quella di uno scrittore) dovrebbe essere a mio parere, e dopo aver superato tutte le prove impostele dalla più ferrea autocritica, quella di essere conosciuto dal mondo intero, essere cioè un Poeta, non un artigiano della poesia, termine che oggi molti usano ma che sempre a mio giudizio, nulla ha che spartire con l'arte. Non si può essere artigiani dell'arte. O si è artisti oppure si è un'altra cosa. Ne consegue che se ci si ritiene poeti validi (o validi scrittori) la via obbligata è proprio la più difficile (la grande pubblicazione), non la più facile (cioè pagare per farsi pubblicare). E ciò proprio per giustificare l'ambizione, il convincimento di bontà riguardo la nostra opera. Va da sè che qualcuno sbaglierà in questo giudizio del sè, non tutti saranno così grandi come immaginavano...e allora cosa? Difronte all'impossibiltà di accedere a canali privilegiati ci si rifugia in una pubblicazione a pagamento? Se quei canali esistono, se esiste validità nel nostro lavoro, e soprattutto se c'è costanza, penso che il dovere di un artista sia quello di tentare fino alla fine, e sopportare stoicamente il caso (abbastanza probabile) d'essere ignorato. E' la maledizione di chi intraprende la strada dell'arte, la prima regola, e non si può scendere, sempre a mio avviso, a compromessi. Ecco perchè concettualmente, e anche se capisco tutti i tuoi calcoli, credo che non bisognerebbe mai sborsare soldi per pubblicare. Se poi parliamo, e ci basta, una notorietà da quartiere, bè, non è che sia molto lontana da quella di parenti e amici no?
Cerca di capirmi: non intendo certo svilire i tuoi successi. sto parlando del fine ultimo di scrivere, che in ogni caso prevede due situazioni agli antipodi: o lo si fa senza pretese, terapeuticamente, al caldo in una stanzetta restii all'idea di esporsi, o si pensa d'essere Shakespeare (tutti coloro che scrivono seriamente pensano d'esserlo, ha detto giustamente un grande autore) e ci si mette a reclamare davanti al mondo lo spazio che ci compete. Il fallimento fa parte del gioco.
Per concludere, se alludete al fatto che comunque pubblicare a pagamento potrebbe essere un inizio per qualcosa di più grande, posso essere d'accordo, ma allora chiedo: vale la pena tribolare come raccontava Arzy non avendo comunque alcuna certezza che il nostro impegno e quello del piccolo editore (a pagamento) porteranno ad una crescita? Non è meglio penare sin da subito bussando per cent'anni alla porta di Einaudi?
Pubblicare a pagamento non può essere una necessità. Lo diventa solo (e qui nascono gli avvoltoi) se ci facciamo traviare da un'ambizione marcia, quella della notorietà a tutti i costi. Se siamo grandi poeti o grandi scrittori, mettiamoci alla prova come si deve: o miriamo al tutto, o sopportiamo il niente.

Inviato: 2009/2/16 9:17
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