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Re: Racconto o romanzo¹?
Home away from home
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premesso che quel che dico potrebbe essere smentito in qualunque momento da un addetto ai lavori, secondo me la prima parte è vera, a patto che sia un brano autoconsistente estrapolabile dal romanzo, ma questo non implica (ergo) la seconda parte: non c'entra la sintesi, non è che se prendi un romanzo tipo La casa degli spiriti e lo riassumi in cento pagine, hai fatto un racconto

piuttosto, il racconto è un episodio immerso in un contesto più ampio non necessariamente esplicitato, che il lettore potrebbe anche immaginare con la propria più meno spiccata fantasia e quindi decidere di collocare il racconto in un luogo e un periodo di suo gradimento

un romanzo tende invece a narrare ogni singolo aspetto del contesto storico e ambientale, anche inventando ovviamente, e spesso si dilunga nel tempo e nello spazio, in luoghi remoti, generazioni precedenti, rimandi al passato, ritorni al futuro, descrizioni minuziose dei personaggi, inclusione di fatti esterni alla vicenda centrale che facciano da contorno e potrei continuare ancora a lungo... da qui credo derivi proprio il termine "romanzare"

Inviato: 4/19 11:28
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Re: Racconto o romanzo¹?
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secondo me la differenza sostanziale è proprio la lunghezza, ma non la lunghezza come numero di pagine (quella è una conseguenza), piuttosto l'estendersi della narrazione nel tempo

un racconto è un brano, un episodio, un estratto da una storia più ampia che può narrare ad esempio vicende anche di diverse generazioni, storia che di fatto in questo caso è proprio un romanzo

Inviato: 4/18 17:50
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Re: Cosa state leggendo adesso?
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certo, diciamo che mi capita da qualche anno a questa parte, ho accumulato un numero imprecisato di libri nemmeno aperti, comprati per un impulso a possederli più che con l'intento di leggerli, ahime'

poi a dicembre a mia figlia hanno dato il vangelo, tappa del percorso di catechesi per la prima comunione e ho sentito la voglia di aprirlo... beh, già il fatto che porto gli occhiali da 36 anni non mi aiuta, ma mi chiedo come si faccia a scrivere un libro con caratteri tanto piccoli, bisogna avere una fede indistruttibile per credere di riuscire a leggerne una paginetta

ieri sera mi trovavo a passare davanti a una libreria e ho cercato un libro dei vangeli scritto come dio comanda anche per quanto riguarda la dimensione del font, l'ho comprato

ricordo di aver letto i vangeli anni fa, ma mai con tanto interesse come in questo periodo, vedremo...

Inviato: 1/9 9:09
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Vincolo commenti
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Ciao a tutti,
come già fatto in passato, che ne dite di svincolare per un po' la pubblicazione di articoli dall'obbligo dei commenti? In questo modo, forse, ci sarà un nuovo flusso di cose pubblicate e quindi da poter commentare... roba fresca insomma...

Mi rivolgo a tutti in modo da raccogliere consensi, ma ovviamente la richiesta è diretta a Maurizio e Daniela.

Grazie
Ciao
Alessandro

Inviato: 2012/11/14 13:55
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Re: Le sementi dell'Apocalisse
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e io che vi dicevo?

Citazione:


La truffa dei prodotti “Bio”

Trema il settore dei prodotti Bio e trema la grande distribuzione italiana, fra guerre fratricide e le rivolte schiavili dei propri Spartacus da bancale. A rigor di logica, un alimento biologico, prodotto organico e a km zero, dovrebbe costare di meno. Niente ricerca e sviluppo, niente pesticidi o sostanze chimiche, niente additivi, poco trasporto. Eppure così non è. Il Bio è borghese e costa, e il contadino non può più permetterselo. Visto il prezzo delle materie prime, se lavori la terra fai la spesa al discount. Di fronte all’esplodere dei paradossi, per risparmiare e vivere sano non resta che smetterla di lavarci la coscienza con il biologico di comodo – quello a portata di mano, al banco frigo più vicino. Non resta che alzare il fondoschiena dal divano e recarsi alla fattoria più vicina, uno due o tre weekend all’anno, e fare provviste per il lungo inverno davanti.
Commento di Lillo Montalto Monella

Scandalo alimentare – Cosa c’è dietro il falso Bio

Pubblicato il 7 dicembre 2011
Autore: Christian Teevs
Testata: Spiegel
Traduzione a cura di Claudia Marruccelli per Italiadallestero.info

La scoperta di una banda di truffatori italiani fa tremare il settore dei prodotti bio e preoccupa i consumatori. I truffatori hanno piazzato anche sul mercato tedesco prodotti alimentari spacciandoli per biologici, spesso agevolati nei loro sporchi traffici da connivenze con le autorità competenti mentre controlli più severi ricadrebbero sui consumatori.

Amburgo – Chi acquista alimentari bio, spesso lo fa mosso da buoni propositi: si fa qualcosa per la tutela dell’ambiente, in difesa degli animali e, come pensa quasi l’80% dei consumatori, anche per la propria salute. Gli esperti però non sono tutti d’accordo, anche se le vicende della carne avariata, delle uova alla diossina e altri scandali che hanno coinvolto la produzione alimentare tradizionale, hanno favorito il boom dei prodotti bio, un tempo considerati un settore di nicchia.

Potrebbe essere molto più catastrofico per i produttori e i commercianti, il contraccolpo subito dal recente scandalo sugli alimentari. Non sempre quello che si presenta nella confezione come bio di fatto lo è. Una banda di truffatori italiani ha spacciato per biologici 700.000 tonnellate di prodotti alimentari. Farina, soia e frutta secca per un valore di 220 milioni di euro sono stati esportati in numerosi paesi d’Europa, tra cui anche la Germania. Il mercato italiano degli alimenti biologici è cresciuto di tre miliardi di euro nell’ultimo anno.

Esponenti del mondo ecologico hanno tenuto a precisare mercoledì che questa truffa è solo un caso sporadico: sono tutti concordi nel dichiarare che il marchio bio il più sicuro di tutti. In nessun altro settore i controlli sono tanto accurati quanto in quello degli alimenti prodotti in modo ecologico. Ma è davvero così? L’associazione per la difesa dei consumatori ha qualche dubbio. Sostanzialmente le ispezioni da parte delle autorità e delle aziende private di controllo funzionano, dice Silke Schwartau dell’associazione dei consumatori di Amburgo. Però il sistema, in particolare all’estero, non è del tutto perfetto, tenuto conto che il personale addetto ai controllo non è davvero affidabile. “Se poi il lavoro dipende da chi ogni tanto chiude un occhio, allora questo non esclude che vengano commessi errori” avverte la Schwartau.

Le autorità cinesi sono conniventi con i truffatori
Nelle scorse settimane proprio i media nazionali hanno riferito casi di truffa in Cina: alcuni ispettori hanno concesso il marchio bio, in cambio di soldi. Per un paio di migliaia di dollari si può ottenere la certificazione bio, senza che siano state rispettate le condizioni necessarie, ossia assenza di uso di pesticidi o alimenti geneticamente modificati, minor uso di additivi e osservanza di standard più elevati nell’allevamento degli animali.

Anche l’associazione italiana per gli alimenti bio rivendica controlli più accurati. La vicenda mostra punti deboli soprattutto nel controllo delle materie prime importate e impiegate nelle colture della soia e dell’orzo, ma anche nei controlli della catena di produzione più lunga, per esempio per il pane o la pasta. Secondo l’associazione, il settore dovrebbe essere controllato più seriamente per impedire “l’infiltrazione della mafia in un settore in via di espansione”. La banda di truffatori ha chiaramente trovato un aiuto nell’ambito dei controlli privati, infatti il direttore del centro di certificazione è stato arrestato. La banda avrebbe acquistato alimenti tradizionali, spacciandoli per biologici e ottenendo il marchio bio europeo. Questa etichetta raffigurata da alcune stelline bianche su fondo verde esiste da solo tre anni, ma in Germania può essere anche affiancata da un marchio a forma esagonale [con la scritta “Bio”, NdT].

“Il miglior sistema di controllo non può impedire l’attività di bande criminali”, ha dichiarato Alexander Gerber dell’unione per l’agricoltura biologica, “ma può porre fine ai traffici illeciti, come in questo caso”. Quindi il pericolo che il consumatore tedesco acquisti prodotti illecitamente dichiarati bio è estremamente ristretto”. Gerber ritiene che i casi di truffa rappresentino meno dell’1% del fatturato complessivo dei prodotti bio. Però come è davvero la situazione riguardo la qualità dei controlli nella UE? Stephan Dabbert dell’Università di Hohenheim sta lavorando ad uno studio che intende proprio dare una risposta alla questione. I risultati saranno resi pubblici non prima di quattro settimane, dice Dabbert. Tuttavia appare già chiaro che “in linea di massima il sistema funziona, ma ci sono dei punti deboli”. Quindi Dabbert si sta battendo affinché vengano intensificati i controlli nelle gestioni a rischio, per esempio in quelle aziende che già in passato sono state colte in fallo, ma anche in quelle che producono sia prodotti tradizionali che biologici.

Il sistema di controllo perfetto sarebbe troppo costoso
Alcuni centri di controllo e autorità preposte si stanno già dando da fare in questo senso, dice Dabbert, ma non proprio in tutta Europa. Riferendosi alla vicenda italiana l’agronomo raccomanda inoltre di tenere sotto controllo in particolare quelle aziende che potrebbero causare seri danni al mercato. “Quindi società che producono autonomamente molti alimenti o che riforniscono – per esempio di mangimi – un gran numero di produttori”. L’opinione di Dabbert è che anche così non è possibile escludere del tutto le truffe. “Un sistema di controllo perfetto però non ha alcun senso. I costi sarebbero troppo elevati”. Cioè: alla fine il consumatore risentirebbe dei prezzi troppo cari e nel dubbio non acquisterebbe più prodotti bio.


Inviato: 2011/12/16 11:27
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LEZIONI ECUADORIANE: se il debito è illeggitimo non si paga!
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6 dicembre 2011
(http://www.vocidallastrada.com/)

di Andrea Degl’Innocenti

Come accaduto in Islanda, anche in Ecuador il popolo, guidato dal presidente Rafael Correa, si è rifiutato di pagare il debito. Una commissione appositamente istituita l’ha dichiarato illegittimo in quanto si trattava di un prestito che faceva gli interessi esclusivi di banche e multinazionali e non del paese che avrebbe dovuto aiutare. Un’altra lezione di cui tenere conto.

Parliamo di vulcani. E di eruzioni. Tempo fa, in Islanda, l’impronunciabile vulcano Eyjafjallajökull sbuffava nubi di ceneri bianche mandando in tilt i collegamenti aerei di mezzo mondo; allo stesso tempo il popolo islandese decideva di sollevarsi contro i poteri forti della finanza globale. Nell’altro emisfero, in Ecuador, da qualche anno si è risvegliato il potente Tungurahua – appena più facile da pronunciare, ma neanche poi tanto – proprio nel periodo in cui il presidente Rafael Correa dichiarava il debito estero che gravava sulle spalle dei suoi cittadini “illegittimo ed illegale”.

In una sinergia quasi sovrannaturale, sembra che la natura e gli esseri umani si destino all’unisono, in varie parti del mondo, in un moto di ribellione verso i propri oppressori. Che a ben vedere, per l’una e per gli altri, sono i medesimi. Quell’elite finanziaria che controlla l’economia globale, possiede corporazioni e multinazionali, controlla le banche e gestisce i mercati, è responsabile da un lato dei maggiori crimini ambientali: emissioni nocive, fallimento dei vertici internazionali sul clima, deforestazione, disastri petrolieri; dall’altro della schiavitù dei popoli, oppressi da debiti immensi, privati dei propri diritti e della sovranità nazionale.

Dunque è curioso vederli sbottare all’unisono, quasi che vulcani ed esseri umani siano due diversi strumenti nelle mani di un unico potente flusso vitale. Ma accantoniamo la retorica e andiamo a vedere cosa è successo. Dell’Islanda, e di come il popolo si sia ribellato ai poteri forti internazionali e abbia dato vita ad un percorso di democrazia partecipata, vi abbiamo già parlato tempo addietro. Occupiamoci dell’Ecuador.

Qui è accaduto che il paese si ritrovava schiacciato, da una trentina d’anni circa, da un debito pubblico enorme. Nel 1983, infatti, lo Stato si era fatto carico, di fronte ai creditori, del debito estero contratto da privati, per un totale di 1371 milioni di dollari, ai tempi una cifra notevole. Talmente notevole che nei successivi sei anni il paese non fu in grado di pagarla. Invece essa crebbe fino a raggiungere la soglia di 7 miliardi.

Ora, i creditori erano principalmente istituti di credito statunitensi; nel contratto stipulato con il governo dell’Ecuador esisteva una clausola che prevedeva che dopo sei anni il debito cadesse in prescrizione. Ma il 9 dicembre 1988, a New York, in un atto unilaterale, venne abolita la prescrizione della totalità del debito. In pratica, gli Stati Uniti decisero che, a dispetto di ogni accordo preso in precedenza e senza consultare l’altra parte, l’Ecuador avrebbe pagato ugualmente tutto il debito, che intanto continuava a crescere. Nessun membro del congresso ecuadoregno si oppose alla risoluzione, che gli organismi statali nascosero persino alla popolazione.

Poco tempo dopo, sempre dagli Stati Uniti arrivò la seguente proposta: che il debito estero fosse scambiato con l’acquisto dei cosiddetti Buoni Brady. Nicholas Brady era ai tempi, siamo nel 1992, Segretario del Tesoro americano, e stava attuando il Piano Brady, che interveniva sul debito di molti paesi latinoamericani ristrutturandolo attraverso la vendita di nuovi bond e obbligazioni. Molti paesi accettarono l’offerta, che consisteva di fatto nel pagare il proprio debito contraendone un altro, sul quale sarebbero maturati nuovi interessi. Anche l’Ecuador accettò.

Le condizioni imposte da questo nuovo debito furono decisamente pesanti. Fra il 1992 ed il 1993 molte delle compagnie statali venero privatizzate. In particolar modo si stabilì che sarebbero state le risorse di metano e di petrolio a dover garantire il debito.

Alejandro Olmos Gaona, storico ed investigatore ecuadoregno, ha dichiarato di aver personalmente trovato sia nel ministero dell’economia argentino che in quello ecuadoriano tre lettere: una da parte del Fondo Monetario Internazionale diretta alla comunità finanziaria, ovvero a tutte le banche; un’altra della Banca Mondiale; una terza della Banca Interamericana dello Sviluppo (BID). Cosa chiedevano? Di appoggiare il governo argentino di Carlos Menem, che si era impegnato a privatizzare il sistema pensionistico, a cambiare le leggi sul lavoro, a riformare lo stato e privatizzare tutte le imprese pubbliche, specialmente quelle riguardanti il petrolio.

Nell’accettare il Piano Brady, l’Ecuador si impegnava a rispettare una serie di clausole molto articolate e piuttosto confuse. Ve n’era una, ad esempio, che fissava i termini ed i tempi per i reclami. L’Ecuador avrebbe potuto reclamare qualsiasi tipo di controversia legata al contratto a partire dal 21° anno dopo la morte dell’ultimo membro della famiglia Kennedy. Una clausola che suonava come una vera e propria beffa, volta ad impedire qualsiasi tipo di reclamo futuro da parte del paese.

Passiamo al 2000. I buoni Brady vengono sostituiti con i buoni Global, che aggiungono alle vecchie condizioni nuove misure di austerità e privatizzazioni, sotto pressione di alcune banche. I nomi? JP Morgan, Citibank, Chase Manhattan Bank, Lloyds Bank, Loeb Roades, E.F. Hutton. Il contratto viene stipulato dallo studio legale Milbank.

Lo studio Milbank – il cui nome steso è Milbank, Tweed, Hadley & McLoy – ha fra i propri clienti, guarda caso, JP Morgan e Chase Manhattan Bank, e ha curato negli anni la maggior parte dei contratti sul debito stipulati dai paesi dell’America Latina. Ogni singolo contratto dell’Ecuador è uscito da quelle stanze. Fra i suoi avvocati più brillanti sono annoverati John McLoy, primo presidente della Banca Mondiale, William H. Webster, ex-direttore dell’Fbi e della Cia e giudice della corte dello Stato di New York.

I contratti venivano stipulati con gli avvocati dell’Ecuador negli Stati Uniti: Cleary, Gottlieb, Steen e Hamilton, uno studio fantoccio che si limitava a ratificare quanto già deciso senza mai sollevare contestazioni.

La situazione è proseguita, uguale, fino al 2008. Poi qualcosa è cambiato. L’Ecuador si trovava allora in una situazione particolarmente difficile, con un debito gonfiatosi fino a raggiungere gli 11 miliardi di dollari, decisamente troppo per un’economia relativamente povera. Il presidente socialista Rafael Correa, in carica dal Gennaio 2007, prese allora la grande decisione.

“L’Ecuador non pagherà il proprio debito estero, in quanto è stato contratto in maniera illegittima”, dichiarò davanti al mondo intero. Come poteva fare un’affermazione così forte? Perché nel frattempo egli aveva istituito una commissione d’inchiesta che srotolasse il bandolo della matassa del debito, che negli anni era andato crescendo e ingarbugliandosi sempre più. Dalla relazione di tale commissione sono emerse tutte le alterne vicende che hanno portato alla creazione e alla crescita del debito – le stesse di cui vi abbiamo parlato sopra. Ed una serie di dati interessanti.

È emerso, ad esempio, che oltre l’80% del debito è servito a re-finanziare il debito stesso, mentre solo il 20% è stato destinato a progetti di sviluppo. Si è reso così lampante che il sistema dell’indebitamento è un modo per fare gli interessi di banche e multinazionali, non certo dei paesi che lo subiscono. La Commissione è quindi giunta alla conclusione che il debito estero dell’Ecuador è illegittimo e dunque non verrà pagato.

Da allora, potendo utilizzare le proprie risorse per la crescita sociale e non più per il pagamento del debito, l’Ecuador è andato incontro ad uno sviluppo senza precedenti; la popolazione sotto la soglia di povertà è diminuita di quasi il 15 per cento.

Nell’ottobre 2010 il presidente Correa è riuscito a scampare ad un colpo di stato militare grazie all’incredibile sostegno di cui gode da parte della popolazione. Da dentro l’ospedale in cui era stato rinchiuso dichiarava: “Il presidente sta governando la nazione da questo ospedale, da sequestrato. Da qui io esco o come presidente, o come cadavere, ma non mi farete perdere la mia dignità”.

Dall’Ecuador, come dall’Islanda, ci arriva un messaggio di speranza. Il ricatto del debito, utilizzato dai poteri forti della finanza globale per imporre misure drastiche e impopolari – depredare così intere nazioni – può essere interrotto. Dell’enorme debito che grava sul mondo intero, solo una piccolissima parte è in mano a piccoli risparmiatori, cittadine e cittadini. La stragrande maggioranza appartiene ad enormi gruppi finanziari privati, che lo usano per alimentare e gonfiare all’infinito questo meccanismo suicida. In Ecuador hanno deciso che a questo debito, ingiusto, è giusto ribellarsi.

Inviato: 2011/12/6 10:29
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Re: Nonna, ti spiego la crisi economica (P.B.) - 3
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che bello sentire voci amiche qua...

ti chiedi perché chiesa sia andato via? te lo spiego io, anche se credo si sia capito abbastanza: è andato via dopo essere stato sfumato senza neanche accorgersene, mentre parlava di cose serie e documentate e soprattutto con modi garbati, per mandare la pubblicità appunto

NB. è stato vinci a dire che chiesa era andato via, ma potrebbe anche darsi che lo abbiano voluto tagliare loro il collegamento...

Inviato: 2011/11/17 12:13
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Re: Nonna, ti spiego la crisi economica (P.B.) - 3
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Re: Nonna, ti spiego la crisi economica (P.B.) - 3
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Re: Nonna, ti spiego la crisi economica (P.B.) - 3
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