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liberta' e perline colorate (concorso Ozoz Award sez. prosa)
Pubblicato da Sanchez il 8/1/2008 (3674 letture)
Ora mi sembra di impazzire a star fuori da questa gabbia/alcova che mi sono creato. Fuori c’è traffico, competizione, malinconia. Fuori di qui c’è tutto quello che non serve, dei soldi, tanti soldi, una casa migliore, delle amicizie brillanti, un comico, una macchina per spostarsi, un negozio dove agghindarsi.
Qui sto benone insomma. Ma a salvarmi non è certo il frigo mezzo vuoto o la finestra sul Vesuvio, o peggio quegli orrendi quadri di Hed Kandi che ho appeso ovunque. No. A salvarmi c’è internet. Internet è il mio universo. È la mia proiezione nell’universo. Internet sono io nei vari continenti. Internet è il mio micromondo. E nemmeno tanto micro a dirla tutta. Ci sono le notizie su Repubblica.it; c’è il blog di Ozoz; c’è messenger e allora non mi sento mai proprio così solo. Ma è una finta. Messenger è troppo intimo per venirne a capo. Meglio un’email. Così dai il tempo all’immaginazione di lavorarci su, proprio come una lettera scritta a mano e imbucata nella cassetta delle lettere, roba che ormai se n’è persa la memoria.
La mia stanza è il mio universo, la mia gabbia/alcova. Alcova perché ho, tra tutti i difetti che non riesco a elencare, quello di voler chiavare a tutte le ore. Credo di essere malato. Malato di sesso. Mi piace, e non posso farci niente. Che poi non credo sia propriamente un difetto. Più che altro è un vizio. E non chiedetemi che differenza ci sia tra difetto e vizio o andiamo troppo in fondo alla questione.
Allora dicevo, mi piace il sesso. Ho una ragazza tra le mani che mi fa svenire. È una tizia alta, flessuosa come un giunco, due tette a pera, e gli occhi di un’asiatica. Mi gira attorno da un po’. Mi chiede in continuazione di entrare nella mia stanza a vedere che faccio chiuso tutto il giorno, e perché vengo fuori solo di notte, come un vampiro. Vuole capire come trascorro il tempo, mentre fuori il mondo gira per conto suo. Io le rispondo semplicemente che del mondo lì fuori non m’importa più nulla. Che tutto è marcio, finito. Fuori non c’è un cazzo da fare. Non come nella mia stanza. Allora la ragazzina si è incuriosita. E la prima volta che ho detto, sì, ok, vieni a vedere la mia stanza, abbiamo fatto l’amore ed è stato bello. Avvincente quasi. E d’un tratto, senza che potessi rendermene conto, costruimmo in quella stanza il nostro mondo, che parve immediatamente il solo, l’unico posto reale dell’intero universo.
Gesù che bei giorni che abbiamo vissuto. L’amore, l’amore come non ricordavo da tempo. Mangiavamo a letto, dormivamo ore intere e appena svegli facevamo l’amore, e a volte non aspettavo neppure che si svegliasse. Non facevamo altro che mangiare, ridere, e scopare.
Ma le cose cambiano rapidamente. Ci si rende conto che internet e l’amore non servono a riempire la pancia e sei costretto a metterti in gioco. O meglio sono costretto. Perché a molti la cosa piace. Piace proprio vivere in quel caos, nel traffico, nell’ufficio, nel perfido lavorìo al fegato dei colleghi. Altrimenti la cambierebbero la storia. No? Quindi senza una lira in tasca mi dissi: Santià, datti una mossa. E per alzare due soldi non mi restò altro che prendermi in giro, per l’ennesima volta, che non sarebbe stata l’ultima, e fare come tutti gli altri, a perdere 40ore del mio tempo, preziosissimo, in una stanza, che non è la mia, dove internet è sotto controllo, a dar conto a una manica di stupidi manager che chiedono il resoconto settimanale del tuo lavoro. Del mio lavoro. Del lavoro che mi permetterà di alzare i quattrini per non morire di fame, e fare entrare nella mia stanza la ragazza flessuosa come un giunco e offrirle del vino rosso di marca.
Poche, pochissime cose mi fanno rabbia, ma aver realizzato che il mondo è un susseguirsi di gesti ripetitivi, mi uccide. Gesti incessanti che ho il bisogno di rivoltare. Per sentirmi vivo. Per essere fino il fondo me stesso.
Non ho neppure cominciato questo lavoro nuovo che ho già in mente di smettere. Non mi interessano i loro problemi, il marketing, il pareggio di bilancio, le vendite. Sono cose insulse. Quindi appena ho messo da parte il giusto per vivere un paio di mesi in pace, ciao lavoro, e mi licenzio. Che soddisfazione! Di nuovo libero, fuori dal gabbio, respirando.
Eppure, proprio quando pensavo di aver fatto il passo giusto, ecco che vengo bastonato proprio dalla ragazza dai tratti cinesi che mi aveva mostrato di nuovo come fosse intenso amare. La troia mi molla. Poco prima di Natale. Perché? Semplice. Chi cazzo vuoi che frequenti un folle che abbandona un lavoro a Castellammare di Stabia per sentirsi libero.
Da quando mi ha mollato non credevo certo di restarci così male. Potevo trovarmene un’altra, che ci vuole. Invece qualcosa mi torturava. L’impressione di aver sbagliato questa volta, e di aver lasciato andare qualcosa più importante della libertà. Forse valeva la pena perfino accontentarla, in questo momento di incertezza, e continuare a lavorare. Le donne ricercano la sicurezza. Questo dovrei averlo imparato, cazzo.
Alzo il volume al massimo, lalalala. The man in me. Dylan. Che mi dà la carica per affrontare questa giornata da disoccupato, libero di fare quello che voglio, senza padroni, e con soldi a sufficienza per arrivare al mese prossimo. Nel cuore, tagliente, la lancia spezzata della ragazza flessuosa come un giunco.

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Autore Albero
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