logo
 
OzBlogOz

Link sponsorizzati

Pubblicizza un corso o un concorso Vuoi pubblicizzare un corso di scrittura o di editoria o un concorso letterario su OZoz.it? Clicca qui!

Concorsi Letterari

Writers' Rooms



LaboraTorio is developed by The SmartFactory (http://www.smartfactory.ca), a division of InBox Solutions (http://www.inboxsolutions.net)
Laboratorio > OZoz Awards 2008 > Prosa > _alessandro_ (concorso Ozoz Award sez. prosa)


_alessandro_ (concorso Ozoz Award sez. prosa)
Pubblicato da _alessandro_ il 7/1/2008 (2959 letture)
Si può volare

Robertina avvertiva vibrazioni negative nell’aria soffocante dell’abitacolo, erano provocate indubbiamente dal nervosismo di suo padre. Erano usciti di corsa da casa per andare a scuola. Lui fumava e sudava e ogni tanto imprecava contro qualcuno. Nei quaranta minuti trascorsi tra smog, clacson isterici, asfissiante odore di sigaretta e parolacce, Robertina non disse una parola, guardò fuori dal finestrino per tutto il tragitto restando quasi in apnea. Ebbe soltanto il coraggio di chiedergli che mettesse la sua canzone preferita, quella in inglese, la dodici, di cui capiva poche parole, ma che le piaceva tanto. Suo padre le aveva insegnato a distinguere i vari strumenti. Le diceva “questa è la batteria e… questa… aspetta che ora attacca… ecco, questa è la chitarra” - e ancora - “lo senti? il basso… ascolta com’è bello!”, mentre con la mano non impegnata nella guida dirigeva un’orchestra invisibile quanto improbabile. Malgrado il muro spesso trent’anni che separava rendendo opposte le loro visioni del mondo, adorava suo padre e le piaceva anche il suono del suo nome, Giuliano. Nei momenti no come quello, però, non riusciva neanche a guardarlo.
“Ora torno a casa e prendo la moto!” pensò ad alta voce. Robertina sentì una fitta nel petto.
Perché non siamo usciti in moto? - pensò.
Eppure lui sapeva benissimo che le sarebbe piaciuto. Aveva solo quattro anni e mezzo quando l’estate precedente, contro tutto e tutti, l’aveva fatta salire per la prima volta in moto e da quella volta se la portava sempre dietro quando poteva.
Perché?
Domande impazzite le affollavano la testolina dai riccioli chiari. Gli occhi galleggiarono in specchi di trasparente acqua verde.
Giuliano scese dalla macchina, l’aiutò prendendole la mano e attraversarono. Con occhi spenti le raccomandò di fare la brava, le diede un bacio stanco, salutò la maestra e in fretta scappò via. Mezz’ora dopo fu a casa, prese la moto uscì per strada senza indossare il casco. Desiderò la pioggia.
Aveva detto a sua moglie che quel giorno non sarebbe rientrato per il pranzo, avrebbe sbrigato alcune cose e poi sarebbe andato a mangiare al bar. Giunto all’incrocio di via del Carmine una strana forza lo costrinse a svoltare a sinistra e imboccare la salita in pietra che conduce in quella zona collinare del paese tanto frequentata da ragazzino nei pomeriggi estivi fra un anno scolastico e l’altro. Sentì il volto cominciare a distendersi, i muscoli rilassarsi, si accorse che fino a quel momento era stato un monolito di carne e sangue rappreso e che adesso quel grumo si stava sciogliendo, ogni singola parte riprendeva la propria identità. I pensieri defluirono esplorando le grotte della memoria, sfidando fantasmi e scheletri, lottando contro rimorsi e scansando rimpianti. Ricordi antichi di vent’anni gli attraversarono la testa, gli occhi, le braccia e le gambe graffiandogli la schiena. L’odore mieloso del gelsomino di fine aprile lo stordì con violenza. Ricordava quei luoghi come avvolti da un incantesimo.

Vigneti, aranceti, muri da scavalcare, alberi di ciliegie da saccheggiare, cacciatori da disturbare, le loro auto da rigare, corse insensate, calci ad un pallone sgonfio, ginocchia e gomiti da sbucciare, ma soprattutto lui, colui che tutto può, sotto le cui braccia ci si può rifugiare, si medita, si ozia, si osserva il mondo senza lasciarsi vedere. Lui, un carrubo con infiniti anni alle spalle, un albero ciclopico a forma di semi palla in cui entrare e da cui non voler più uscire. Le sue fronde accarezzano la terra arsa dall’impietoso sole agostano e nessun raggio riesce a penetrarne la folta chioma. Rami giganti a circa un metro dalla base del tronco consentono l’inizio dell’arrampicata, altri meno massicci, ma pur robusti, aiutano ad aggrapparsi per salire più su. Pochi metri più ad est, l’infinito: il fianco della collina scende al mare senza remore. Sotto le braccia di colui che tutto può: questo è il nome di un universo di terra, di legno, di linfa e di aria pulita. I più impavidi riescono a scalare il mostro buono fino al suo punto più alto e a far uscire la testa per ammirare muti la lontana scogliera in basso. Si può volare.

Si sentì felice di aver cambiato strada, di aver deciso di non andare al lavoro quel giorno. Doveva assolutamente riuscire a ricordare il posto esatto. Non sarebbe stato facile, se ne convinse quando cominciò a notare le innumerevoli ville e villette sorte evidentemente nel giro di qualche anno ai due lati della strada e, ogni cento metri circa, le altrettante nuove traverse recanti nomi monotematicamente botanici. Tutto era così diverso. Era divenuta una zona residenziale, ma non si perse d’animo. Orientandosi con la bussola dell’istinto girò a sinistra per via dei Ciclamini. Dopo un centinaio di metri si accorse che la strada, pur non essendo senza sbocco, disegnava una specie di semicerchio riportando sulla principale. Ben presto si rese conto che tutte le traversine erano state ideate e costruite allo stesso modo.
Stava quasi per arrendersi quando, circa a metà di via delle Zagare, notò che dall’altra parte di un cancello sgraziato non c’era prato all’inglese, né siepi poste a decoro, né fontane pacchiane né graziose, panchine, piscine, ombrelloni, non c’era nemmeno la casa. Solo un paio di limoni malconci e qualche ferula popolavano la proprietà, spersi naufraghi in un mare d’abbandono. Ma quello stesso mare che ad altri occhi avrebbe provocato una sensazione di angoscia e di solutudine, ai suoi, desiderosi di terra arida, erbacce e muretti a secco, sembrò un’oasi in quel deserto delle apparenze. Sentì un formicolio scendere dalle orecchie giù per la nuca e intuì di essere nel posto giusto.
Proseguì avanti fino alla strada principale e tornò indietro riprendendo la stessa via, stavolta in senso opposto sperando di captare altri dettagli. Niente, stessa visione di prima: la non villa era effettivamente lì insieme alle non fontane, alle non siepi e ai non nanetti e ai non dimoranti. Posteggiò la moto all’ombra di una rigogliosa buganvillea sul marciapiede di fronte e si avvicinò disinvolto al cancello non serrato. Lo dischiuse quel tanto bastevole per oltrepassarlo.
S’incamminò seguendo un antico canale d’irrigazione visibilmente assetato da anni. All’orizzonte intravedeva, nell’aria tremolante, quella che ricordava essere una casetta in pietra abbandonata adesso mezza divorata dai rovi. Per quella parte di campagna sembrava che il tempo avesse scelto una direzione differente. Attraversò quello che probabilmente era stato il loro campo di calcio, ora occupato da aspri cespugli spinosi, e una ventata di nostalgia gli fece friggere la pelle. Si spinse oltre giungendo al limite della proprietà. Una rete era stata posta dove un tempo iniziava la discesa della collina. Per qualche minuto rimase fermo, appoggiato alla recinzione, le dita strinsero forte il filo metallico, sebbene fosse già rovente. Gli occhi ammirarono quella meraviglia: l’infinito era ancora lì, intatto. Si voltò compiendo una panoramica da nord a sud. Qualcosa non andava. Qualcosa non c’era, ma cercò di non demoralizzarsi. Proseguì verso sud camminando lungo il recinto e ad un tratto il suo sguardo fu rapito da una scena che lo raggelò, in un attimo vide andare in fumo il sogno di rivederlo, di rifugiarvisi. Il maestoso albero si era ridotto in un deforme scheletro di carbone per metà invaso da un rovo gigante. Si sentì defraudato della propria gioventù, come se non l’avesse mai vissuta. In un istante sentì le risate e le grida di quei ragazzini spegnersi e subito il silenzio avvolse ogni cosa. Gli occhi erano due dighe al culmine della loro resistenza e la punta dell’enorme iceberg che si stava formando dentro il petto premeva su per la gola. Avanzò fino alla carcassa e si sedette in quel po’ d’ombra generata dalla pianta spinosa. Appoggiò le spalle a quel che rimaneva del tronco tentando di intercettarne le vibrazioni.

Volgeva ora la vista oltre la recinzione che scompariva. La scarsa ombra si espandeva e lui si sentiva levitare, mentre braccia conosciute lo accarezzavano. Fu come un volo leggero nell’aria spensierata d’un tempo. Inspiegabili sensazioni lo accompagnarono in quel viaggio fino alla lontana scogliera e poi di nuovo su per la collina.

Dopo venti minuti si risvegliò rinfrancato dalla forza di quelle braccia che nel sogno l’avevano coccolato. Si rimise in piedi, diede una pacca sul fusto amico e si avviò verso il cancello. Indossò il casco e accese il motore, deciso. Arrivò dopo neanche dieci minuti.

“Sono Bruni!”
“Sì, un attimo!”

“Buongiorno!”
“Buongiorno signor Bruni, è successo qualcosa?”
“Sì… no! Cioè, no… niente! Robertina che sta facendo?”
“Stiamo facendo la lezione d’inglese”
“Ah bene! Beh, comunque, se possibile la vorrei portare via prima oggi”
“Certo, nessun problema! Vado a chiamarla”
“Grazie!”

“Ciao papi!” gli disse come se non lo vedesse da secoli.
“Ciao amore, vieni qua!” la strinse forte, come non faceva da settimane ormai.
“Dove andiamo?”
“A fare una passeggiata al mare”
“Con la moto?”
“Certo, tieni!” porgendole il piccolo casco che teneva sempre nel bauletto.
“Wow! Evviva!”

Furono in poco tempo sulla statale, il mare era alla loro destra, lontano, ma lo avrebbero raggiunto ben presto.
Robertina si legò con le esili braccia alla sua vita e Giuliano ne fu certo. Erano proprio quelle, le stesse potenti braccia che poco prima nel sogno lo avevano sollevato da terra, le braccia di colei che tutto può e potrà. Capaci di renderlo felice, di nuovo vivo. Capaci di farlo volare.

----------------------------

Bianca (o Neve)

Mario era stato incaricato di portare a termine una commissione poco piacevole: eliminare Bianca, la figlia del marito del suo capo. Fedele servitore factotum del ministro della Pubblica Apparizione Regina Stregoni, Mario non ne conosceva le motivazioni, sapeva soltanto che non sarebbe stato conveniente discutere alcuna decisione della signora.

Da qualche tempo Regina Stregoni aveva il sentore che Bianca stesse guadagnando punti presso l’opinione pubblica, per la sua freschezza, bellezza e intelligenza. Lo stesso direttore del talk show più visto di tutti i tempi, alla quale il ministro era spesso invitata, le aveva chiesto informazioni su Bianca e il perché non la si vedesse mai sui rotocalchi o in televisione, specchio inconfutabile della società moderna. Una sera il moderatore della trasmissione ebbe addirittura la spavalderia di chiederle in diretta, contro la scaletta prestabilita, di portare la ragazza con sé qualche volta in una delle sue innumerevoli apparizioni nel piccolo schermo.
Che deficiente! Se ne pentirà insieme a quella piccola maledetta impertinente! – pensò Regina Stregoni quella sera durante tutto il programma in cui si stava trattando il gravissimo problema degli orari di apertura del centro benessere frequentato da molti parlamentari, controversia che teneva impegnati tutti gli schieramenti politici ormai da diverse settimane.
“Bianca sta per partire per un lungo viaggio per studio e non so quando la rivedremo, purtroppo” – disse invece.

Qualche giorno dopo, appena Bianca rientrò in casa, Mario le chiese di fargli compagnia per alcuni compiti da svolgere in città per conto della signora. Bianca non ne fu entusiasta, ma quell’uomo aveva da sempre esercitato un certo fascino su di lei e accettò. Giunti al centro, Mario imboccò una stradina isolata, fermò l’auto, estrasse un coltello e lo puntò alla gola di Bianca.
“Non sai quanto mi dispiaccia, ma purtroppo devo ucciderti e far sparire il tuo corpo! È una questione di vita o di morte… la mia o la tua!”
“Oh santo cielo! Ma perché mai? Che ti ho fatto io? Siamo amici!”
“Non chiedermi niente! È stata quella pazza ad ordinarmelo!”
“Nooo… ti prego! Ti preeegooo…”
Mario stava per sgozzare impietosamente la povera Bianca, ma fissandola negli occhi ne fu trafitto e la mano si bloccò.
“Scendi! Scendi subito! – le urlò aprendole lo sportello - e non farti mai più vedere a casa tua o nei dintorni, anzi cambia città, cambia vita, cambia nome. Fallo anche per me, ma soprattutto fallo per te!”

Bianca stravolta e sconcertata scappò via senza riuscire a dire una parola. Corse per tutta la notte e infine svenne su un marciapiede. La soccorse un mendicante che l’accolse nel proprio rifugio scaldandola con un vecchio cappotto sgualcito. Dormì e tremò per tutta la notte.

Un altro senzatetto in quello stesso momento stava facendo una brutta fine. L’indomani lo avrebbero ritrovato con il petto squarciato e privo di alcuni organi interni. Mario li portò con sé come prova della morte della ragazza. Per qualche mese le televisioni avrebbero parlato di questa vicenda presentandola con tutto il sangue e la crudeltà immaginabili per soddisfare le voglie vampiresche dei telespettatori aumentando così lo share e tutto il resto.

Passarono un paio di mesi e il ministro, dopo aver fatto mandare il conduttore dell’anno a moderare non si sa bene cosa sulla quattordicesima rete, riacquistò fiducia in se stessa e il suo auto-gradimento risalì vertiginosamente.
Bianca aveva invece trovato un discreto posto come segretaria presso uno studio medico e divideva un mini-appartamento con sette amici, sebbene fosse l’unica a pagarne l’affitto. Con cinque di loro ci lavorava anche.
Il primo era un duro. Spietato e stronzo come un calcio in bocca, non la faceva essere gentile con nessuno, le infondeva cattivo umore non appena arrivava. Però un po’ le piaceva perché le faceva odiare meno gli altri.
Il secondo era leggermente meno peggio, ma non riusciva a lenire del tutto le ferite inferte dal primo.
Il terzo era né carne né pesce e manco pollo. Insomma, lasciava intravedere qualche speranza, ma era pur sempre uno che non sapeva da che parte stare. Per lei però, che vedeva quasi sempre il bicchiere mezzo pieno, era almeno una boccata di ossigeno.
Il quarto era già un tipo più deciso e in grado, se il tempo meteorologico era dalla sua parte, di farle spuntare un mezzo sorriso.
Il quinto era il migliore. Riusciva ad eccitarla per tutte le idee fantastiche che le suggeriva.
Il sesto era quello che realmente le avrebbe permesso qualunque cosa, ma purtroppo le parava davanti un’infinità di possibili alternative e lei non sapeva mai da che parte cominciare finendo sempre per rifugiarsi nella stanza della libera espressione. Dipingeva fitti boschi ostili, simpatici animaletti canterini, strani omini gentili e streghe cattive e un po’ troppo superbe. L’erba era copiosa per trovare l’ispirazione, però ne uscivano fuori quadri di notevole grazia e armonia.
Infine, il settimo. Lui era un vile. Si presentava sempre bene, immenso e raggiante, e poi inaspettatamente le voltava le spalle e l’unica cosa alla quale la spingeva a pensare era che presto se ne sarebbe andato.

Passarono ancora alcuni mesi. L’onorevole Regina Stregoni era in camerino e stava preparandosi per andare in scena. Sentì delle voci nel corridoio. Accostò l’orecchio alla porta e non ebbe dubbi: si stava parlando di Bianca, senz\\\'altro era così.
“Quell’idiota di Mario non ha portato a termine il suo compito e per questo la pagherà cara… ha cambiato nome la furba maledetta: Neve! Bah… che nome stupido! Proprio adatto a lei! La dissolverò come neve!” - disse a bassa voce.

Doveva necessariamente inventarsi qualcosa. Decise di cambiare fede politica.
Nessuno se n’accorgerà, sono tutti talmente sciocchi! E soprattutto lei, quella piccola vipera, non mi riconoscerà!
Si mise in macchina e partì, non fu difficile per lei sapere dove vivesse Bianca.
“Buongiorno signorina! Sono la dottoressa Bellisani dell’Istituto Mondiale di Chirurgia Plastica Alternativa. Sono qui per proporle un intervento di rimozione delle evidenti borse sotto gli occhi e un altro per ingrossare di un bel po’ quell’insignificante seno che si ritrova… ehm… mi scusi… intendevo dire… migliorare visibilmente la sua già attraente scollatura!”
L’intento della Stregoni era ovviamente quello di far manomettere la naturale bellezza di Bianca, ma lei non si fece abbindolare. Le disse, mentendo, di essersi già sottoposta ad un simile intervento e di star bene con i risultati ottenuti.
Urgeva un secondo tentativo. Cambiò sesso e si presentò a Bianca tentando di convincerla di essere il principe Azzurro sorridente e ammaliante che l’avrebbe salvata da quella vita tanto triste e addormentata.
“Mi dispiace, ma non credo che questa storia possa finire in un modo così scontato… e poi, mi perdoni, ma lei somiglia troppo ad una certa persona che preferirei piuttosto dimenticare definitivamente! Addio!” – lo salutò cordialmente.
Regina Stregoni non poteva desistere, doveva sconfiggerla a tutti i costi. Era disperata. Sganciò i tiranti che le rendevano liscio e sorridente il viso anche durante il sonno, sgonfiò le abbondantemente finte tette e assunse una postura incurvata. Si armò di una mela avvelenata, pur non sapendone bene il motivo, forse… chissà… l’aveva letto in un’antica fiaba per bambini, e si diresse verso la casa di Bianca, o Neve che fosse… che importava ormai.
Morirà presto quella disgraziata! – pensò sorridendo malignamente.
Però non arrivò a destinazione. Qualcuno per strada la riconobbe nonostante le nuove sembianze.
“Ma lei è il ministro Stregoni!”
“Sta’ zitta vecchia troia!”
“Sì, sì… ne sono sicura! Come si è ridotta, poverina! La vedevo sempre in televisione!”
“Ti ho detto di stare zitta! Maledettaaa!”
“Ma che le è successo! Madooonnaaa…”
Nel frattempo altra gente si era avvicinata al luogo del dibattito.
“Certo, è lei! Guardate! Guardate tutti!”
“Ohhh…” – esclamazioni di stupore di sollevarono da più parti.

Il ministro della Pubblica Apparizione, l’onorevole Regina Stregoni, finì il suo mandato addentando inconsolabilmente la mela per la gioia degli astanti e dei paparazzi avvoltoi che sarebbero presto sopraggiunti a stormi per assaporare il loro gustosissimo spuntino.

Bianca seppe della morte della donna che era stata la seconda moglie di suo padre avvenuta in circostanze del tutto improbabili e ne rimase colpita, ma un senso d’inspiegabile leggerezza le pervase il corpo e questo l’aiutò ad amare pian piano, uno dopo l’altro, i suoi sette amici sempre presenti, ognuno in grado di regalarle di tanto in tanto una sorpresa, magari semplicemente piacevole.

Sfoglia i testi
Precedente liberta' e perline colorate (concorso Ozoz Award sez. prosa) Smoje (concorso OZOZ AWARD '08 sez. prosa) Successivo
I commenti sono proprietà dei rispettivi autori. Non siamo in alcun modo responsabili del loro contenuto.
Autore Albero
Login
Nome utente:

Password:


Hai perso la password?

Registrati ora!

Newsletter

Se vuoi ricevere la segnalazione di 1.000 bandi di concorsi letterari l'anno, iscriviti alle nostre newsletter Corsi&Concorsi!


Novità
  O  I  S 
Iscritti003
Oggi · Ieri · Settimana

Utenti Online 51 utente(i) online (2 utente(i) in Laboratorio)

Iscritti: 0
Utenti anonimi: 51

Altro...

Membri Membri:
Oggi: 0
Ieri: 0
Totale: 5330
Ultimi: Equinozio

Utenti Online:
Ospiti : 51
Membri : 0
Totale: 51
Lista Utenti [Popup]

© 1999-2017 OZoz.it - P.I. 02878050737