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Smoje (concorso OZOZ AWARD '08 sez. prosa)
Pubblicato da Smoje il 7/1/2008 (4269 letture)
LA PICCOLA FIAMMIFERAIA

Era la notte di capodanno, nell’aria si respirava l’odore di festa e di carne appena cotta. Il freddo pungente spingeva le donne a camminare veloci e imbacuccate, gli uomini a rintanarsi nelle grandi macchine riscaldate ed i bambini a rincorrersi festanti nelle strade giocando agli indiani e ai cowboys. Il cielo pullulava di luci colorate e di allegri scoppiettii, inequivocabili segnali che un nuovo anno era alle porte, un anno come gli altri, nella tranquilla cittadina di Baghdad.
Nella piazza principale una ragazzina, tremante per il freddo e per i vestiti troppo vecchi e laceri per proteggerla, sotto un lampione fioco vicino all’ambasciata iraniana, vendeva fiammiferi. Aveva la faccetta vispa di chi ne ha già passate tante senza per questo perdere la candida innocenza dei bambini, due occhi scuri e luminosi che rivelavano la dolcezza del suo piccolo animo, e un fastidioso callo sull’alluce destro. Tante colorate scatole di fiammiferi nella sua borsetta, più volte rammendata da una mamma premurosa che non vedeva ormai da tanto tempo, perché era dovuta andare in un paese lontano lontano per lavorare (faceva la lucidatrice, lucidava tutto, pavimenti, tavoli, portoni; un lavoro che lì non aveva futuro, “Forse è per questo che c’è polvere dappertutto”, pensò), la ragazzina sognava…

Era stata una giornata pesante per Mawhaf Ahnk – Uhll, vicepresidente di una nota ditta di dolciumi che per poter operare liberamente doveva agire sotto la copertura di una fabbrica di bazooka, e viceministro alle pari opportunità (un lavoro sempre più difficile, quello di vietare tutto a tutti in egual misura), ricordava parola per parola il colloquio – telefonico, come sempre – con il suo capo:
“Ahnk – Uhll, Ahnk – Uhll, non ci siamo”
“Ma perché, signore? Allude a quell’operaio che è caduto dal ponteggio e si è rotto le gambe? Io..”
“Te l’ho sempre detto che i ponteggi devono essere molto più alti, ma non è quello”
“Allora sta parlando del nuovo “Ovetto Killer” che ho inventato? Ma guardi che…”
“Effettivamente ho notato che ancora non dà assuefazione, e poi toglierei la sorpresa all’interno, ma non è neanche quello”
“E allora cosa? Non capisco”
“Il tuo alito, cazzo. Hai un’alitosi spaventosa, sembra che ti lavi i denti con lo scopettone, possibile che non te ne sei ancora reso conto? Non ti sei mai chiesto perché il tuo ufficio è al 7° piano? Sottoterra? O perché quando devi partecipare a una riunione passa sempre la circolare di un possibile attentato chimico per poter indossare le maschere antigas? Vedi di fare qualcosa perché sembra che c’hai un topo morto in bocca, e non posso più perdere i clienti per colpa tua, chiaro?”
Ecco cos’era, finalmente capiva tutto, la sua solitudine, il suo soprannome (pensava che lo chiamassero “faccia da culo” per la sua frizzante spregiuducatezza), il suo isolamento, anche tutti i rifiuti delle ragazze, non dipendevano dal suo naso aquilino, eredità di suo padre, nè dalle orecchie a sventola, eredità della nonna, e neppure dalle sue ridotte dimensioni (eredità di una zip chiusa troppo di fretta), era l’alito, come aveva fatto a non pensarci prima? “A proposito di ragazze, ho proprio bisogno di una distrazione”, pensò mentre saliva affranto sul suo fiammante fuoristrada nero vinto a una tombolata aziendale perché dopo aver declamato il primo estratto era rimasto solo.

…sognava un anno felice, sognava una tavola piena di dolci veri, e non di sassolini bianchi che in famiglia raccoglievano per strada fingendo fossero confetti e che non mangiava nessuno tranne il nonno che non solo era cieco, ma adesso non aveva più neanche un dente e quando parlava sembrava il vento di scirocco; sognava un albero di natale vero, e non il nonno che doveva stare un mese immobile con le braccia spalancate pieno di palline colorate da tutte le parti che una volta l’avevano scambiato per una pista d’atterraggio e un caccia gli era atterrato vicino e lui s’era pisciato sotto per lo spavento e allora un cane per segnare il territorio l’aveva scambiato per un albero vero e gli aveva pisciato addosso pure lui; sognava un caminetto vero e non la bombola che usavano per riscaldarsi che per accenderla, non avendo il gas, dovevano staccare il respiratore del nonno che ora quando respirava sembrava il ghibli. E allora ripensò alle parole di sua mamma che le aveva detto “quando ti senti triste, accendi un fiammifero, ed esprimi un desiderio. E quando vedrai una stella cadente, saprai che il tuo desiderio si avvererà”. Con gli occhi chiusi e il cuore che le batteva forte forte, prese un fiammifero, e lo accese…

Come ogni mattina, una arzilla e simpatica novantaquattrenne, inutilmente sorretta da un bastone in piombo con finiture in ghisa e uranio impoverito, girava barcollando pericolosamente per il mercato per comprare i generi di prima necessità: pane, cipolle e lamette da barba. Passando davanti all’unica bancarella della piazza, che vendeva frutta, verdura, abbigliamento mimetico, fiat duna, missili terra/terra, televisori al plasmon, dischi de “I ragazzi Iraniani”, “I Poveri e Poveri” e “Gli amici di Maria De relitti”, pensò
“Ah, oggi al cenone voglio fare una bella zuppa. Giovanotto, mi darebbe quel bel pomodoro rosso?”
Il commerciante, piuttosto stupito, rispose:
“Signora, quello che sta guardando è un preziosissimo rubino da venti carati, dinastia Ming…” “Intanto non dica parolacce, e poi non ho nessun cugino coi denti cariati di Nassyria, ma cosa c’entra? Piuttosto mi dia quella bella zucchina là, che con le lenticchie ci sta benissimo”
“Ma questa è completamente rincoglionita” pensò il venditore “ma signora, quella non è una zucchina, è un…un…insomma non è adatto per la sua età, si usa per il femminil…sollazzo”
“La smetta con parolacce, villano, e poi mi serve intero, non a metà, comunque lasciamo perdere, me la vuole dare o no quella pera matura?” esclamò indicando decisa il famoso clistere utilizzato tra gli altri da Sancho Panza, Pipino il Breve e Dumbo.
“Se, vabbè, buonanotte”
“Ah ah, sporcaccione, non si va a mignotte sotto natale, lo sa? E non ci provi più o la picchio con questo ombrello in bambù e piume di struzzo” disse la vecchina agitando tutt’intorno il pesante bastone con un’imprevedibile velocità causando la rapidissima schivata del commerciante, la recisione netta del mignolo della mummia originale del faraone Tuttattakkàton e l’asportazione della cornea di un ignaro passante. Poi, contrariata, la bonaria vecchietta decise di fare da sé, si riempì la sportina di datteri, cus cus e una cazzuola da muratore e si allontanò borbottando.

…non aveva ancora finito di accenderlo quando in aria, sospesa come una nuvoletta, si materializzò una stufa. Una vera stufa, di quelle con la legna, la fiamma e tutto. “Devo aver mangiato qualcosa di pesante” pensò la bambina ricordando il funghetto che aveva preso a colazione, regalatole da Imad. Stava già pregustando il calduccio che poteva provenirle da quella meraviglia, quando un boato (a cui era abituata, convivendoci da appena nata, ma che ogni volta le procurava un improvviso sussulto, un forte spavento e un principio di alopecia) face svanire immediatamente l’incanto, facendola ripiombare nella bellicosa routine…

Il camion procedeva ad andatura piuttosto sostenuta tra le strade del centro, rese poco praticabili dalle numerose ed inevitabili voragini, dalla solita folla di gente e da uno sciopero degli autotrasportatori in protesta contro l’aumento del costo del gettone per il videopoker.
“Allaccia la cintura per favore, non vorrei che ci facessero la multa”
“Ah ah, buona questa. Dai accelera, che oggi passiamo alla storia. Allah è grande”
“Non posso, stiamo già perniciosamente rasentando il limite, che, sebbene opinabile, tuttavia costituisce a tutt’oggi un valido deterrente contro l’ormai dilagante malcostume…”
“Ma come cazzo parli? E perché ti sei fermato? Dai, non perdiamo tempo. Allah è grandissimo”
“Non vedi che il semaforo è arancione?”
“Ma porca di quella miseria zozza. Idiota. Noi stiamo andando a fare un attentato all’ambasciata iraniana, con centinaia di morti, feriti e servizi in tv, e tu mi parli di semafori? Qui dietro abbiamo un arsenale da sterminare mezzo mondo e tu pensi alle cinture? Ma che ti sei rincoglionito? Su, sbrigati. Allah è enorme!”
“Mio solerte amico, anche io penso all’incommensurabile privilegio rappresentato dall’eclatante azione odierna, e mi figuro con casto ludibrio (perdonami l’ossimoro) l’incomparabile beltade delle sette vergini che attendono le nostre anime anelanti di catarsi, eziandio…”
“E non bestemmiare, cazzo. Premi quell’acceleratore chè stiamo già in ritardo. Ricordati che il muezin ha detto che se ne accoppiamo meno di 100, invece che sette vergini ci toccano tre pensionate tirolesi, una ex impiegata delle poste con il colpo della strega, lo strabismo di venere e il gomito della lavandaia, e due campioni di body-building dell’arcy-gay. Allah è gigantesco”.
“Non vorrei tu cadessi nell’abusato e stantio luogo comune della discriminazione sessista che contribuisce inequivocabilente a connotare quegli individui di vedute obsolete e retrogade”
“Ma che cazzo stai a dì? Mi stai facendo innervosire. Ringrazia che sono un buono e che stiamo andando a fare una strage, sennò t’ammazzerei con le mani mie. Allah è grandissimo”
“L’hai già detto”
“Cosa? Ah. Allora…Allah è…enorme”
“Pure”
“Azz…grandissimissimissimo?”
“Non vale”
“….Allah…lah…la…vuoi piantare di rompere le palle? Abbiamo cose più importanti da fare. Su andiamo, sterminiamoli tutti questi infedeli, massacriamoliiiiiiii”
E il pesante automezzo blindato riprese caracollando la sua folle corsa

…la bambina volle ripetere l’esperimento. Accese un altro fiammifero e si concentrò a fondo. Immediatamente nel cielo sopra di lei prese forma un albero di natale. Con le lucette, le palline e perfino la stella cometa in cima. “Ci dev’essere qualcosa che non va” pensò subito, e le tornò in mente la voce di Imad che le prometteva di regalarle un funghetto se lei riusciva a darne altri cento ai suoi amichetti/professori/sconosciuti con le caramelle. In quel momento si avvicinò al lampione un fuoristrada nero; rallentò fino a fermarsi e piano piano cominciò ad abbassarsi il finestrino.
Alla vista di quella faccia la bambina esclamò “che naso grande che hai, e che orecchie grandi che hai. Ma lo sai che sei proprio un cesso?”
L’uomo non fece una piega e con voce melliflua e suadente rispose “Ciao pupa, quanto vuoi?”
“Ma quanto voglio per cosa? Per i fiammiferi? Tieni, te ne regalo uno, basta che te ne vai, chè c’hai un alito che ammazzi le mosche al volo”
E così dicendo gli mise in mano il fiammifero che ancora teneva stretto, ma in quel momento un'altra di quelle innumerevoli esplosioni fece dissolvere nel nulla l’albero che ancora campeggiava in cielo e contemporaneamente andare in mille pezzi il fuoristrada.
“Mannaggia” pensò la ragazzina “questa mi ha quasi sfiorato. Ma tu guarda se questi cattivoni non mi lasciano sognare in pace” e accese decisa un altro fiammifero.
Subito si materializzò una tavola imbandita, piena di torte, di caramelle e di due bottiglie di Jack Daniel’s riserva. Allora la piccola decise che avrebbe lasciato stare Imad e che sarebbe tornata da Hussam, anche se la farina che le dava lui le piaceva di meno. Nello stesso istante le si avvicinò una simpatica vecchietta che la guardò con affettuosa commiserazione
“Bambina,” disse “ma tu devi mangiare, altrimenti ti senti male, guarda come ti sei ridotta, sei tutta pelle e ossa. Tieni, prendi queste olive nere”.
“A parte che quelle lì sono cacche di capra” fece lei “e poi io sono di qua, sta parlando con il lampione”. E, impietosita, le regalò il fiammifero, aggiungendo “ma si allontani subito, che qui sparano le bombe”
“Ma no piccola, non preoccuparti che non scavano le tomb…”
Non fece in tempo a terminare la frase che l’ennesima esplosione la colpì in pieno facendo naturalmente scomparire anche la meravigliosa tavolata.
“Oggi non è giornata” si disse la bambina “Sai che faccio? Li accendo tutti insieme”. E così fece

Il camion era già in vista dell’ambasciata, e si avvicinava pericolosamente; all’interno l’atmosfera era tesissima
“Dai fratello, dai che ci siamo, ecco l’ambasciata. Su, schiantiamoci. E se quella stronzetta di bambina sotto quel lampione non si scansa, passale sopra senza pietà. Paradiso aspettaci, stiamo arrivandooooo. Allah è…vabbè va.”
L’autista, lanciato a folle velocità e per di più in preda ad una fortissima emozione con conseguente copiosa sudorazione ascellare, riuscì a compiere una miracolosa manovra, ma non riuscì a evitare completamente quella ragazzina immobile con dei fiammiferi in mano, pestandole un piede con la pesante ruota anteriore sinistra.
“Mi scusi, graziosa signorina, per mia imperdonabile sbadataggine” disse abbassando il finestrino “tuttavia mi auguro di non averle arrecato un eccessivo indolenzimento metatarsiale, pur essendo consapevole che cotanto peso genera inevitabilmente una spiacevole sensazione di…”
“Ahiaaaaaaaaaa. Il calloooo! Maledetti, oggi non ne posso più” e così dicendo la ragazzina lanciò tutti i fiammiferi che aveva in mano attraverso il finestrino. Era mezzanotte in punto.

La gente si sarebbe ricordata per decenni di quel capodanno. Fuochi artificiali eccezionali, un boato assordante e luci multicolori senza precedenti. Qualcuno giura anche di aver visto due grandi stelle cadenti sfrecciare sul cielo di Baghdad.
“Le stelle!” immediatamente la bimba ebbe la visione della mamma. Era felice, e stava lavorando! La vide mentre lucidava il vetro di una macchina tutta insaponata. E la lucidava con il corpo. “Sicuramente per non sprecare la spugnetta” pensò, candida; e poi lucidare un palo verticale in mezzo ad una strana sala piena di distinti signori, nuda “Per non rovinare i vestiti, certo” si disse.
La piccola non si accorse dell’ennesimo miracolo di quella magnifica notte: le due stelle, splendidi bagliori incandescenti sullo sfondo del cielo nero, stavano parlando:

“Immenso. L’ho detto immenso?”
“Cosa? Ah, no non mi pare, o quantomento non mi sovviene, in codesto concitato momento”
“Allah è immensoooooooooooooooooooooooo”
BOOOOOOOOM

La ritrovarono due giorni dopo, il suo corpicino già freddo ma l’espressione felice, ancora strette delicatamente in mano tutte le sue scatoline, ognuna con una piccola scritta ormai quasi cancellata: RAUDI







CUORE DI PIETRA

La luce entrava obliqua dalla finestra, carezzando d’oro gli oggetti nella stanza e facendo sembrare romantico perfino il solito disordine di carte, attrezzi da lavoro, vestiti gettati qua e là sul letto ancora disfatto e bozzetti di ogni forma e dimensione sparsi nella stanza vuota. Tiago non era quello che poteva definirsi uno studente modello: ventitreenne, i capelli ricci e ribelli, scanzonato e sempre dedito alle serate con gli amici, le bisbocce, il vino e le ragazze. Era costantemente al verde e non raramente si era trovato invischiato in risse che più di una volta l’avevano costretto a fughe rocambolesche o a dolorosi ricordi violacei sulle braccia e la schiena. Ma con lo scalpello in mano era un genio.
Si trovava ora nella taverna sotto la sua mansarda, in uno dei quartieri più vivaci (e pericolosi) di Lisbona, l’Alfama, in compagnia dei suoi inseparabili compagni di corso, Bento e Joaquim.
“Ma è possibile” stava dicendo quest’ultimo, un ragazzone con la faccia grande e rampollo di una delle migliori famiglie della città, “che non vuoi capirlo, Tiago? Ognuno di noi darebbe tutto quello che possiede, pur di avere un decimo del tuo talento, e tu lo sprechi così, semplicemente perché ti piace la bella vita. E’ quasi un delitto”
“Già” aggiunse Bento, un ragazzetto minuto che parlava velocissimo e che non riusciva a stare fermo più di un minuto “Mi fa rabbia pensare che tu con quattro colpi distratti riesci a creare delle forme così perfette che a me non riescono neanche dopo un mese di lavoro”
“E’ che voi la prendete troppo sul serio, la scultura” rispose Tiago, degustanto lentamente un bicchiere di vino, “non capite che non funziona così, che non è come far di conto? Si può stare giorni e giorni senza toccare il marmo, ma quando senti che devi scolpire qualcosa, qualsiasi cosa, devi mettertici e lavorare finchè non crolli stremato”.
Effettivamente per lui era così, c’erano momenti improvvisi, inaspettati, in cui era come se lo scalpello lo chiamasse, come se diventasse il prolungamento della sua mano, e allora era capace di stare su un orlo di vestito, o su una piega di capelli per giorni, senza fermarsi, sentendosi quasi divorare dal fuoco di quell’arte che amava, di un amore incostante e passionale, più di qualsiasi altra cosa al mondo.
“E comunque ora basta” riprese posando il bicchiere vuoto e osservando lo sguardo assorto degli altri due “ne ho abbastanza dei soliti discorsi. Usciamo e vediamo di divertirci un po’”.
Usciti dalla taverna furono investiti dalla luce accecante del sole di primavera; era una giornata magnifica, di quelle che ti fanno passare in secondo piano ogni preoccupazione, le strade erano piene di gente che parlava e camminava in ogni direzione. Davanti a loro, bella come un gioiello su uno sfondo di velluto, si ergeva la Sé. La cattedrale di Lisbona, uno stupendo esemplare romanico del XII secolo, aveva la capacità di lasciare ogni volta senza fiato chiunque la guardasse; era stata parzialmente distrutta dal terremoto di dieci anni prima, il 1755, ma i cittadini non volevano veder menomato il simbolo della loro città, e si erano messi a ricostruirla, mattone su mattone. I tre amici, ogni volta che la osservavano, si sentivano ancora più orgogliosi, perché a tutti gli studenti della scuola di scultura della capitale era stato chiesto di realizzare un’opera da collocare nelle cappelle laterali. Il lavoro di Tiago, un bassorilievo di una nave che trasportava le spoglie di San Vincenzo scortata da due corvi, era di una fattura così squisita che fu posizionata nell’abside.
Dopo aver contemplato ancora una volta la facciata e lo stupendo rosone, ed essersi goduti i primi raggi di sole, i tre si diressero quasi automaticamente verso il vicino Castelo de Sao Jorge, residenza reale e quindi anche di quel ridicolo principino “Fonsinho”.
In effetti per loro divertirsi equivaleva spesso a tormentare in ogni modo possibile il principe Alfonso de Castro, marchese di Estremadura, Ribatejo e di vari casati sparsi qua e là per tutto il Portogallo. Era costui un giovane di un paio d’anni più grande di loro, talmente grasso da avere problemi perfino a caminare, che non perdeva occasione per ostentare la sua ricchezza e la sua proverbiale insopportabile protervia.
“Avete sentito che il ciccione si fidanza?” esclamò Berto non dopo aver lanciato uno sguardo più che esplicito ad una ragazza che non ebbe altra reazione se non quella di accelerare il passo.
“Già, con Isabella, la ragazza più dolce e succulenta di tutto il Portogallo” fece Tiago “non posso neanche pensare che quel corpo stupendo verrà insudiciato da quell’idiota sudaticcio. Quanto lo odio. E’ proprio vero che le migliori mele vanno ai porci”.
“Lasciala perdere quella, Tiago, non fa per te” aggiunse Joaquim “è figlia del conte di Sintra. A gente come noi non ci degna neanche di un’occhiata. Non hai nessuna speranza”
“Lo so, lo so, ma non mi dispiacerebbe lo stesso dare un’allisciatina a quelle belle mele”
I tre scoppiarono in una fragorosa risata. In realtà quel giorno Tiago non aveva voglia di ridicolizzare il principe Alfonso, anzi per la verità la cosa gli stava andando un po’ a noia. Era troppo stupido. Era talmente facile intrufolarsi nel castello che gliene avevano combinate di tutti i colori: nascosto dei rospi nel letto, versato calce nelle scarpe, una volta gli avevano tagliato a metà tutti i pantaloni del nobile armadio in modo che lui era dovuto andare a messa con le calzamaglie a vista, come i ragazzini del volgo. Tutto quello che egli sapeva fare per reagire a queste vessazioni era riempire il castello di urla isteriche minacciando di morte ogni servo che gli passava accanto. Non c’era più gusto.
I tre si trovavano già in vista della fortezza, in prossimità del miraduro di Santa Luzia, e lì si fermarono come al solito per riposarsi un po’ dalla lunga e ripida salita e per gustarsi lo splendido panorama dell’Alfama e del fiume Tago che si godeva da quel belvedere decorato con azulejos celesti raffiguranti Praca do Comercio prima del terremoto.
Improvvisamente udirono alle loro spalle delle grida concitate e un rumore confuso di passi veloci e colpi. Si girarono improvvisamente e videro che si era già formato un capannello di persone al centro del quale si scorgevano uomini in uniforme reale intenti a fare qualcosa che da quella distanza non poterono vedere.
“Cosa succede?” chiese Tiago, avvicinandosi ad una donna anziana con una brocca d’acqua in mano. “Pare che quel balordo abbia rubato qualcosa dalla sala del trono” rispose questa “ma il principe se n’è accorto e ha mandato le guardie a catturarlo. Temo che pagherà cara questa bravata”. In effetti la scena che si parò davanti agli occhi dei tre amici era piuttosto cruenta: sette uomini in uniforme stavano riempiendo di calci e pugni un giovane riverso per terra. Una delle guardie recuperò dalla tasca del ragazzo, ormai quasi privo di sensi, un oggetto scintillante e lo sollevò in alto in modo da mostrarlo a tutti: era una stupenda collana con 24 perle purissime, tutte perfettamente uguali. Era un oggetto di altissima oreficeria, che lasciò la gente del posto sinceramente ammirata e invidiosa. Le guardie, soddisfatte, non degnarono neanche di uno sguardo il ladro, e si avviarono nuovamente in direzione del castello. Mentre la folla andava lentamente scemando, i tre amici si avvicinarono al giovane, ancora raggomitolato per terra e lo aiutarono a rialzarsi. Questi, con la faccia completamente tumefatta emetteva in continuazione gemiti e lamenti, e rivolgendosi verso la fortezza che si ergeva minacciosa in cima alla salita alzò il pugno e con un filo di voce esclamò: “Che tu sia maledetto, principe de Castro, e che nessuno possa mai godere di quella collana”.
Poco dopo il principe, assicuratosi di essere tornato in possesso del proprio gioiello e dopo averlo nuovamente riposto sotto chiave, non senza aver promesso di punire severamente i servitori che se lo erano lasciati rubare, si vestì e si recò alla messa del pomeriggio. Ma non riusciva a concentrarsi sulla funzione, si sentiva inquieto. “Tra un mese annuncerò a tutta la corte il mio fidanzamento con Isabella” pensava “sicuramente sarà un ottimo affare allearsi con la contea di Sintra, e non posso negare che sia una fanciulla deliziosa, eppure si vede lontano un chilometro che non è soddisfatta, che le manca qualcosa. Non posso permettere che gli invitati le leggano sul volto qualcosa, e temo che non basterà nemmeno la stupenda collana che le regalerò e che mi è costata una fortuna. Ci vuole qualcos’altro, qualcosa che renda eterno quel momento”. Mentre pensava a tutto ciò, gli cadde l’occhio su una curiosa nave in in marmo sormontata da due corvi, che si trovava dietro l’abside. Era stupenda. E in quel momento gli venne un’idea. Si rivolse al servitore al suo fianco “Domattina voglio l’autore di quella scultura nel mio salone. Alle nove. E bada di non deludermi, anche se dovessi cercarlo per tutto il regno. Fila”. Quando uscì dalla cattedrale, l’espressione sul suo volto era decisamente più sollevata.
Era l’alba, e aveva ancora nella testa la sbornia della sera prima. Ci volle un bel po’ prima che si accorgesse che qualcuno stava bussando con insistenza alla porta. Si alzò barcollando e quando la aprì, gli occhi ancora assonnati, si trovò davanti due delle guardie del giorno prima. “Lavati e mettiti qualcosa di decente addosso” fece una “sei atteso a palazzo”. Dopo essersi sistemato alla bell’e meglio, stava già per controbattare che non aveva la minima voglia di recarsi a corte, ma non ne ebbe il tempo, perché fu quasi prelevato di peso e, prima di riuscire a capirci qualcosa, si trovò sbattuto in un salone immenso, quasi accecato da tutti quegli ori e con la sgradevole sensazione di trovarsi fuoriposto.
Il principe lo stava guardando, senza nascondere la repulsione per il suo abbigliamento e il suo contegno. Dopo un lungo silenzio, esclamò “Pare che tu sia discretamente abile, come scultore. Bene, voglio che tra un mese esatto mi consegni una statua della mia futura sposa, e vedi di fare del tuo meglio, deve essere perfetta.” “Ecco cos’era” pensò “lavorare per questo odioso ciccione, in balia dei suoi capricci”. No, non l’avrebbe mai fatto. Guardò dritto negli occhi il principe e rispose “Non se ne parla nemm…” “Ti darò tanti di quei soldi che tu non hai mai visto” lo interruppe questi “mi è giunta voce che sei in ritardo di un bel po’ con la pigione della tua lurida topaia, e che inoltre in molte locande non ti fanno più credito”. “Effettivamente ha ragione” riflettè Tiago “sarei pazzo a rifiutare. Ma in qualche modo gliela farò pagare, per questa sua arroganza. Se ne accorgerà”.
“Lavorerai nella stanza qui accanto” riprese il principe “ogni giorno. Tutto il necessario è già lì, e comincerai oggi stesso. La mia sposa ti raggiungerà tra poco. Mi raccomando, vedi di fare un buon lavoro. Ah” aggiunse allontanandosi “mi raccomando di mettere bene in risalto la collana”.
La stanza accanto era leggermente più piccola, ma non si poteva negare che era illuminata in modo perfetto, e che gli strumenti da lavoro erano il meglio che potesse sperare. Stava accarezzando il grande blocco di marmo, sentendo quella stupenda sensazione di brividi sottopelle, quando vide entrare la futura principessa. Rimase senza fiato, la mano incollata sulla pietra, non riusciva a toglierle gli occhi di dosso: era meravigliosa. Mille volte più bella di come la ricordava, i capelli castani morbidi le accarezzavano le spalle, gli occhi neri che guardavano per terra luminosi come stelle, il seno non troppo grande ma messo in risalto da una generosa scollatura impreziosita dalla collana che lui già conosceva, le mani piccole e delicate. Ma quello che lo aveva colpito di più, era il collo. Un collo liscio, perfetto, che non chiedeva altro che essere baciato.
Mentre lui non riusciva a muoversi, la ragazza si era seduta su uno sgabello di fronte a lui, si era sistemata il pesante vestito che arrivava fino a terra e aveva poggiato le mani su un ginocchio. La luce la colpiva dolcemente di taglio. Era già un capolavoro. Tiago si sentì bruciare di quel fuoco che ben conosceva, prese lo scalpello e cominciò a lavorare, per tutto il giorno. Non si dissero neanche una parola.
E fu così ogni giorno: lui si recava a palazzo la mattina presto e ne usciva solo quando il sole era tramontato, non si parlavano mai; lui lavorava quasi in preda a un delirio, lei, la sua collana sempre ben in mostra, ogni tanto alzava gli occhi per guardarlo, e nulla più. Ma le notti erano un inferno, il giovane sentiva crescere in petto un qualcosa di sconosciuto, quasi doloroso; non poteva più negare di essere innamorato, e capì perfettamente che senza di lei nulla sarebbe stato più lo stesso, neanche lui. Il lavoro era sempre più difficile, più volte doveva resistere all’impulso di lasciare lo scalpello e correre a baciarla, lentamente, sotto quella luce leggera, e dimenticarsi del mondo. Allora colpiva il marmo furiosamente, ferocemente, per sfogare il suo amore senza fiato e l’odio per il principe.
Non poteva sapere che le notti di Isabella erano altrettanto insonni. Si era accorta subito, era una donna, dei sentimenti del giovane, e col passar del tempo aveva notato con stupore prima e timore poi che li corrispondeva. Non poteva non fare paragoni tra il suo futuro sposo, orribile e per di più con un carattere impossibile, e quel bel giovane che la divorava in segreto con gli occhi e che riusciva a trasmettere fisicamente l’aedente passione per la sua arte. Si, lo amava, lo amava più della sua vita, e ogni notte non faceva che piangere, piangeva ininterrottamente, e la mattina doveva farsi impacchi di acqua fredda e malva, per impedire che lui se ne accorgesse. Ogni giorno seduta su quello sgabello, al rumore dei colpi furiosi, sognava che lui si fermasse e la baciasse, almeno una volta. E pensava “Se sapessi quanto ho pianto per te. Milioni di lacrime. Se lo sapessi…” L’atmosfera in quella stanza era diventata insostenibile. Due amori nella stessa gabbia.
Il giorno prima della scadenza, l’opera era praticamente completa, mancava solo la collana. Tiago si staccò dalla statua e si avvicinò ad Isabella per scostarle delicatamente una ciocca di capelli che le scendeva sul collo. Quando lui la toccò lei alzò gli occhi. I loro sguardi si incrociarono. E lei lo guardò fino dentro l’anima, e ancora lo guardò. E lui qualcosa capì. Dopo un’eternità tornò alla statua, ubriaco. “Quello sguardo” pensava “anche lei mi ama. Me lo ha detto. Quello sguardo. Ah se fossi un pittore, potrei renderlo immortale”. Ora si sentiva bruciare tutto, il cuore, le dita, e riprese a lavorare, più infervorato che mai, lavorò anche la notte alla luce delle candele, in un mondo che comprendeva solo quella stanza, e solo loro due.
Poi la notte finì, e anche la statua, lui la coprì con un telo, guardò l’ultima volta Isabella e andò via. Erano più innamorati che mai. E non si erano scambiati una parola.
Il pomeriggio stesso il salone era gremito di gente, c’era la nobiltà dell’intera nazione, e dopo un ricchissimo banchetto c’era stata una gradevole esibizione di musicisti e commedianti, ma la futura sposa, la festeggiata, non aveva scambiato che qualche monosillabo di ringraziamento a chi veniva a renderle omaggio. Il principe fece tacere la musica con un gesto e, recatosi al centro della stanza, dove era posizionato un grosso oggetto coperto, esclamò “Signori ospiti, è con sommo piacere che annuncio a tutti voi il mio fidanzamento con la bellissima Isabella de Sintra, qui al mio fianco, e che voglio mostrare a voi tutti un dono che le ho fatto e che renderà eterno questo momento”. Così dicendò con gesto teatrale tolse il velo. La statua apparse in tutto il suo splendore. Nessuno dei presenti potè trattenere un’espressione di ammirazione, Isabella era stupenda, la forma dei vestiti accuratissima, i capelli sembravano muoversi, morbidamente, le mani poggiate sulle ginocchia e aperte a coppa verso l’alto erano perfette, e lo sguardo sembrava penetrare l’osservatore. Sembrava viva. E bella come l’originale. Ma la cosa che toglieva veramente il fiato era il collo. Tutti dovettero resistere all’istinto di accarezzarlo, lasciava senza parole. Il principe, dopo i primi momenti passati a godersi l’ammirazione degli ospiti, guardò meglio l’opera e rimase di sasso, la collera gli montò immediatamente “Maledetto!” esclamò “la mia collana. Prendetemi quel bastardo e portatemelo qui. Voglio scuoiarlo vivo!” Effettivamente il collo di Isabella era nudo, una cosa audace per non dire lasciva, e le perle della preziosissima collana erano disseminate qua e là, qualcuna tra le pieghe del vestito, qualcuna nel basamento ai piedi della statua, un paio sulle braccia; una si insinuava nella scollatura ed una nel palmo della mano aperto. Allora Isabella guardò la statua anch’ella, e per la prima volta dopo più di un mese, si lasciò sfuggire un breve, piccolissimo sorriso.
Intanto fuori dalla finestra un giovane incappucciato e con una barba posticcia osservava quello che accadeva nel salone. Vide la faccia del principe diventare rossa di rabbia e subito dopo un fugace sorriso colorire le splendide guance della sua amata. “Ha capito” pensò. E si allontanò sorridendo.

“Ragazzi andiamo. Il museo sta per chiudere. Il pullmino ci sta aspettando qua fuori. Manuel smettila di scattare fotografie con il cellulare, non ti ha detto il custode che è vietato?”. L’insegnante non vedeva l’ora di rientrare in albergo e rilassarsi un po’. Ogni anno le toccava accompagnare i ragazzi in gita ed ogni anno era più difficile, erano sempre più indisciplinati, e poi quel quartiere di Lisbona era tutt’altro che tranquillo. Paula era rimasta un po’ indietro nel palazzo reale, a fissare la statua di una signora seduta. Era indubbiamente bellissima. Ma la spiegazione della professoressa sulla storia di Tiago e Isabella non l’aveva convinta. Aveva detto che le perle disseminate qua e là avessero un significato di scherno verso il principe e di audace ammirazione verso il collo della donna. “Sarà” pensò osservando quella nella mano “ma a me sembrano lacrime”.

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Precedente _alessandro_ (concorso Ozoz Award sez. prosa)
I commenti sono proprietà dei rispettivi autori. Non siamo in alcun modo responsabili del loro contenuto.
Autore Albero
giosp
Inviato: 9/1/2008 13:12  Aggiornato: 10/1/2008 10:10
Home away from home
Iscritto: 21/10/2003
Da: Veneto
Inviati: 2896
 Re: Smoje (concorso OZOZ AWARD '08 sez. prosa)
Ops, credo che non si possa ancora votare... riposterò il commento a febbraio.
_alessandro_
Inviato: 13/1/2008 9:16  Aggiornato: 13/1/2008 9:16
Home away from home
Iscritto: 15/3/2007
Da:
Inviati: 526
 Re: Smoje (concorso OZOZ AWARD '08 sez. prosa)
invece si può votare solo fino all'ultimo del mese, non a febbraio...

confermi stefano?

alessandro
giosp
Inviato: 15/1/2008 13:00  Aggiornato: 15/1/2008 13:02
Home away from home
Iscritto: 21/10/2003
Da: Veneto
Inviati: 2896
 Re: Smoje (concorso OZOZ AWARD '08 sez. prosa)
Sì, Alessandro, hai ragione tu.
Allora posto i voti e i commenti il 31 gennaio solo se riuscirò a leggere tutti.
giosp
Inviato: 31/1/2008 21:15  Aggiornato: 31/1/2008 21:15
Home away from home
Iscritto: 21/10/2003
Da: Veneto
Inviati: 2896
 Re: Smoje (concorso OZOZ AWARD '08 sez. prosa)
La piccola fiammiferaia: voto positivo.
Il fatto che l'originale sia triste non significa che debba esserlo anche il remake. Mi ha fatto ridere, a cominciare da Mawhaf Ahnk – Uhll e passando per tutti i personaggi apparentemente slegati che hai creato intorno alla povera (petardaia?). Bello anche l'incastro finale dei personaggi apparentemente slegati fra di loro.

Cuore di pietra: voto negativo.
Non mi piacciono i ritmi, sono tutti sballati: rallenti quando si può correre, acceleri quando si dovrebbe rallentare. La trama è un po' confusionaria, confusione che può star bene in una storia come quella di prima ma che qui dà fastidio. A tratti sembra che ogni cosa che succede abbia lo stesso peso nell'economia della storia, cosa che invece non può essere.
Molto bella l'ultima frase, in cui Manuel riesce a dare un significato più profondo di quello che per anni i critici avevano affibbiato alle perle... peccato, perché una sola frase non basta.
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