SENZA NEMMENO SPARARE UN COLPO
Pubblicato da Prosopon il 2/7/2007 (4698 letture)
1
È una notte come tante, a Bay City. Il locale è stranamente deserto. Forse perché sono appena le quattro di pomeriggio. Ma io comincio a ubriacarmi presto: se una cosa fa fatta, dico io, tanto vale farla subito. Oltre a me, solo qualche anima triste e solitaria. E folletti col cappello a punta. Ma forse ho bevuto troppo.
Ordino un Martini. L’alcool, come una mano calda e amica, scende giù lento fino allo stomaco. Una sensazione di benessere m’invade. Poi un dolorino sordo al fianco mi avvisa che il mio fegato non è contento. In fondo è la decima mano amica della serata. Per distrarmi racconto alcune barzellette a degli gnomi minatori seduti vicino a me. Questo è l’ultimo, lo giuro…
Stanotte l’atmosfera non è diversa dal solito. La musica è soffusa, e le luci così basse che se non stai attento ci puoi inciampare. Eppure qualcosa sta per accadere. Me lo dice anche l’unicorno seduto al tavolo del Black Jack. Infatti...
«Jeff Andler?»
Mi volto. Una donna mi sta fissando. Ma non una donna qualsiasi. Una donna di quelle che, se non stai attento, ti trovi a sanguinare dal naso per una crisi ipertensiva. Perché mai una così dovrebbe conoscere il mio nome, e cercarmi in una notte tanto lunga e fredda? Faccio cenno agli gnomi di allontanarsi: questa allucinazione è decisamente migliore.
«Chi mi cerca?»
«Lei è ubriaco fradicio, lo sa?» dice con sdegno.
«E lei ha quattro tette, ma non per questo glielo faccio notare» ribatto, barcollando sullo sgabello.
La prima cosa che guardo in una donna è l’intelligenza. E, a mio parere, in quella scollatura ci sono almeno un paio di Nobel per la fisica.
«Non ricordo il suo nome»
«Non gliel’ho detto» risponde, tagliente «E non ha importanza. Mi manda una sua vecchia conoscenza»
«Chi?»
«Diane»
Diane… me la ricordo bene. Con quel sorriso sdegnoso, gli occhi traboccanti di stelle, e un fondoschiena che quando ci ripenso piango ancora. L’ultima volta che l’ho vista pioveva. Pioveva così tanto che ad un certo punto ho notato coppie di animali allontanarsi con una strana apprensione negli occhi.
Io e Diane avevamo appena finito l’ennesima missione assieme. Ad un tratto mi disse che voleva parlarmi. Lo disse puntandomi addosso una semiautomatica. Da un po’ le cose non funzionavano bene tra noi... Due notti prima, mentre facevamo l’amore, ho scoperto che teneva il lettore mp3 acceso. Ci appartammo in un vicolo. Pioveva. Lei andrò dritta al sodo.
«Mi spiace Jeff: non ti sopporto più. Sei diventato petulante, noioso, una palla al piede. Solo guardarti mi dà il voltastomac…»
Rimasi a fissarla mentre rimetteva la cena vicino a una grondaia. Era fatta così: le piaceva rimarcare i propri stati d’animo. Aggiunse un’altra decina di motivi per cui meritavo il suo disprezzo. Non li ricordo. Pioveva. Pioveva parecchio. Mi tolsi con nonchalance un paio di naselli dalle falde dell’impermeabile.
«Anch’io ti amo, tesoro» replicai. Di solito, quando non voglio accettare la realtà, ostento indifferenza.
«E’ finita Jeff. Finita!»
«Oh, ma tornerai. Tornerai, lo so. E io sarò qui ad aspettarti»
«Non stavolta» disse. E scomparve come una diva nella città addormentata, portandosi dietro il mio cuore, la mia anima, e le chiavi della mia auto.
Pioveva quella notte. Continuò a piovere fino alle tre e mezzo di mattina. Lo so perché rimasi lì tutto il tempo, immobile nel vicolo. Ostentavo indifferenza. E poi, sotto la pioggia, le lacrime non si notano.
«Mai sentita» mento alla donna. Ma non risulto convincente. Con calma tolgo dalla mano i frammenti del bicchiere che ho frantumato appena ho udito il nome di Diane. Poi mi arrampico di nuovo sullo sgabello dal quale sono caduto.
«Come vuole. Diane l’aspetterà comunque domani notte, dopo le due, al solito posto al porto. Ha un affare da proporle. Che devo riferire?»
Che il cuore mi fa male – penso – ma non come mi sarei aspettato: gli anni trascorsi e l’angioplastica sono pur serviti a qualcosa. Ci metto un po’ a decidere. Tre secondi netti. E’ un’occasione da non perdere: da tempo desidero rivedere Diane... Nuda, cosparsa di miele, e legata ad un formicaio amazzonico nella stagione delle carestie.
«Come faccio a sapere che non mi ha raccontato un fracco di balle?»
«Diane le manda questo»
Sul bancone del bar scivola il portachiavi di una Packard. La mia vecchia Packard…
Cerco di ostentare indifferenza. Ma è il secondo bicchiere che frantumo, e comincio a risentirne. Il barista, peraltro, non sembra contento. Sorrido. Al barista, alla donna misteriosa, e infine a un tizio che passa di là per caso. Così farebbe Marlowe. Il tizio si spaventa e scappa via urlando. Non era un sorriso rassicurante, il mio.
«Ci sarò» rispondo. La donna scompare. Io ordino un altro Martini. L’ultimo, lo giuro.
2
Quando entro nella locanda “Al granchio spezzato” la trovo affollata come quando ci venivo con Diane in cerca d’intimità: vecchi marinai, parlamentari, criminali in fuga, ex spie in cerca di una seconda chance, pirati, adolescenti che han bruciato la scuola, scrittori noir, prostitute, iperborei, un paio di teologi, utenti di Ozoz, e un lupo che soffre di vertigine appeso al lampadario. Possibile, mi chiedo? Ma la questione non ha importanza. Le tre parole per Mezzogiorno di fuoco le ho usate. Ovviamente, non ho mai scritto la frase precedente, né voi l’avete letta.
Mi guardo intorno. La vedo. Si è tinta i capelli, porta lenti a contatto, forse s’è rifatta il naso. Ma è lei. Così bella che farebbe prendere fuoco a una caserma dei pompieri durante un temporale. Mi avvicino lentamente e mi siedo. Accendo una sigaretta. Per errore ho estratto dal taschino una stilografica, ma ormai è tardi per tirarmi indietro. Sto cercando di ostentare indifferenza… Un fumo sottile e azzurrognolo sale verso l’alto dal pennino. Lei mi riconosce.
«Jeff»
«Diane»
«E’ passato molto tempo»
«Troppo poco» ribatto. Lei accenna un sorriso.
«Non sei affatto cambiato»
«Già» ammetto «Ho sempre la stessa brama omicida nei tuoi confronti»
Diane assume un’aria da bambina imbronciata. Una bambina che sculaccerei volentieri per mezz’ora buona, poi pausa caffè, un’altra mezz’ora, e avanti così.
«Ce l’hai con me, Jeff… per quella volta?»
Ostento indifferenza. Da qualche parte, nel mio cervello, è saltato un aneurisma. Ma questo non significa che l’amo ancora…
«Figurati» rispondo «Non so nemmeno di che stai parlando»
«Bene» annuisce «Ormai son storie che appartengono al passato. Come quella volta che ti ho tradito col tuo migliore amico, e l’interruzione di gravidanza di cui non ti ho mai parlato, e il fatto che non era vero che per me era la prima volta… Sì, Jeff, dimentichiamocene. Comportiamoci da adulti»
«Hai ragione» ammetto «non ci sono più le mezze stagioni» E con calma asciugo col fazzoletto quel po’ di sangue che mi esce dall’orecchio dopo il terzo aneurisma esploso.
«Cosa vuoi da me, Diane?» domando a bruciapelo «Ormai non faccio più l’agente segreto. Se sei venuta per porgermi le tue scuse per tu sai cosa, sono pronto a parcheggiarti un proiettile tra le scapole e a metterti una pietra sopra. Ma non credo sia questo il motivo per cui mi hai cercato»
«Infatti» dice, arricciando le labbra come faceva un tempo, quando voleva sedurmi «Ho bisogno del tuo aiuto, Jeff. Eravamo i migliori, una volta. Una squadra imbattibile»
«Già» ostento «Pensa che un tempo qui era tutto campi»
«Ho l’impressione che non mi stai ascoltando»
«Sei sveglia bambina» le dico, aspirando disinvolto dalla stilografica «Vuoi propormi una missione? Suicida magari?»
Diane comincia a parlare. Mi parla di ambasciate, di archivi segreti, di un certo Prosopon che vuole rapire… L’ascolto, ma con la mente son già altrove. Chiudo gli occhi e sospiro. Poi alzo una mano, e l’interrompo.
«Mi spiace, Diane. Non posso accettare. Ripeto, non è più il mio lavoro. Poi, in questo racconto non ci sono abbastanza battute a disposizione. E, infine, tu appartieni al passato. Sei un fantasma, che esiste solo nei miei ricordi, come il Jeff che conoscevi»
Diane mi guarda smarrita. So riconoscere uno sguardo disperato: a casa ho uno specchio. Ma è tardi. Mi alzo ed esco. La porta della locanda si chiude alle mie spalle. Il mare spumeggia nel porto. Un paio di delfini morti rimbalzano su un pontile assieme a dei bagnanti che non hanno aspettato l’ora dopo il pasto prima d’immergersi. Così è la vita…
«Jeff!»
Mi volto. Diane mi ha raggiunto, mi afferra, le sue labbra s’avventano sulle mie. Le lingue spumeggiano per alcuni istanti, e dimentico il mondo, Dio, la mia vita, e un paio di ubriachi che ci incitano con mottetti osceni. Nella mia testa risuona un’ouverture di violini e un folle scampanio. Poi una nota stona. Afferro Diane e la scollo da me. Il quartetto d’archi e il sacrestano della cattedrale protestano, delusi. Il contrabbassista viene personalmente a dirmi che sono un idiota. Diane mi guarda disorientata.
«Tu non sei Diane»
«Perché?»
«Diane non era tipo da sbaciucchiarmi di fronte a un rifiuto» rispondo «Era permalosa e vendicativa. L’ultima volta che le ho detto di no mi ha investito con un motoscafo. Carico d’esplosivo. Ed ero al trentesimo piano di un grattacielo»
«Sono cambiata, Jeff. Io…»
La zittisco di nuovo. Con un bacio così lungo che le esploro le tonsille.
«Tanto peggio» concludo «Significa che questo è un incubo. Troverò altrove un posto dove svegliarmi»
Non sa che rispondere. E io non so che ho detto. Giro i tacchi e mi allontano. Forse in cuor mio spero che mi accoltelli alle spalle, come ai vecchi tempi. Invece odo solo la sua voce.
«Tornerai Jeff. Lo so»
Sorrido, senza voltarmi.
«Non stavolta, bambina»
La notte è densa e fredda e impenetrabile. Mentre cammino, nella città addormentata comincia lentamente a piovere. Io, allora, faccio l‘unica cosa che mi riesce bene in momenti come questi…
Ostento indifferenza.
È una notte come tante, a Bay City. Il locale è stranamente deserto. Forse perché sono appena le quattro di pomeriggio. Ma io comincio a ubriacarmi presto: se una cosa fa fatta, dico io, tanto vale farla subito. Oltre a me, solo qualche anima triste e solitaria. E folletti col cappello a punta. Ma forse ho bevuto troppo.
Ordino un Martini. L’alcool, come una mano calda e amica, scende giù lento fino allo stomaco. Una sensazione di benessere m’invade. Poi un dolorino sordo al fianco mi avvisa che il mio fegato non è contento. In fondo è la decima mano amica della serata. Per distrarmi racconto alcune barzellette a degli gnomi minatori seduti vicino a me. Questo è l’ultimo, lo giuro…
Stanotte l’atmosfera non è diversa dal solito. La musica è soffusa, e le luci così basse che se non stai attento ci puoi inciampare. Eppure qualcosa sta per accadere. Me lo dice anche l’unicorno seduto al tavolo del Black Jack. Infatti...
«Jeff Andler?»
Mi volto. Una donna mi sta fissando. Ma non una donna qualsiasi. Una donna di quelle che, se non stai attento, ti trovi a sanguinare dal naso per una crisi ipertensiva. Perché mai una così dovrebbe conoscere il mio nome, e cercarmi in una notte tanto lunga e fredda? Faccio cenno agli gnomi di allontanarsi: questa allucinazione è decisamente migliore.
«Chi mi cerca?»
«Lei è ubriaco fradicio, lo sa?» dice con sdegno.
«E lei ha quattro tette, ma non per questo glielo faccio notare» ribatto, barcollando sullo sgabello.
La prima cosa che guardo in una donna è l’intelligenza. E, a mio parere, in quella scollatura ci sono almeno un paio di Nobel per la fisica.
«Non ricordo il suo nome»
«Non gliel’ho detto» risponde, tagliente «E non ha importanza. Mi manda una sua vecchia conoscenza»
«Chi?»
«Diane»
Diane… me la ricordo bene. Con quel sorriso sdegnoso, gli occhi traboccanti di stelle, e un fondoschiena che quando ci ripenso piango ancora. L’ultima volta che l’ho vista pioveva. Pioveva così tanto che ad un certo punto ho notato coppie di animali allontanarsi con una strana apprensione negli occhi.
Io e Diane avevamo appena finito l’ennesima missione assieme. Ad un tratto mi disse che voleva parlarmi. Lo disse puntandomi addosso una semiautomatica. Da un po’ le cose non funzionavano bene tra noi... Due notti prima, mentre facevamo l’amore, ho scoperto che teneva il lettore mp3 acceso. Ci appartammo in un vicolo. Pioveva. Lei andrò dritta al sodo.
«Mi spiace Jeff: non ti sopporto più. Sei diventato petulante, noioso, una palla al piede. Solo guardarti mi dà il voltastomac…»
Rimasi a fissarla mentre rimetteva la cena vicino a una grondaia. Era fatta così: le piaceva rimarcare i propri stati d’animo. Aggiunse un’altra decina di motivi per cui meritavo il suo disprezzo. Non li ricordo. Pioveva. Pioveva parecchio. Mi tolsi con nonchalance un paio di naselli dalle falde dell’impermeabile.
«Anch’io ti amo, tesoro» replicai. Di solito, quando non voglio accettare la realtà, ostento indifferenza.
«E’ finita Jeff. Finita!»
«Oh, ma tornerai. Tornerai, lo so. E io sarò qui ad aspettarti»
«Non stavolta» disse. E scomparve come una diva nella città addormentata, portandosi dietro il mio cuore, la mia anima, e le chiavi della mia auto.
Pioveva quella notte. Continuò a piovere fino alle tre e mezzo di mattina. Lo so perché rimasi lì tutto il tempo, immobile nel vicolo. Ostentavo indifferenza. E poi, sotto la pioggia, le lacrime non si notano.
«Mai sentita» mento alla donna. Ma non risulto convincente. Con calma tolgo dalla mano i frammenti del bicchiere che ho frantumato appena ho udito il nome di Diane. Poi mi arrampico di nuovo sullo sgabello dal quale sono caduto.
«Come vuole. Diane l’aspetterà comunque domani notte, dopo le due, al solito posto al porto. Ha un affare da proporle. Che devo riferire?»
Che il cuore mi fa male – penso – ma non come mi sarei aspettato: gli anni trascorsi e l’angioplastica sono pur serviti a qualcosa. Ci metto un po’ a decidere. Tre secondi netti. E’ un’occasione da non perdere: da tempo desidero rivedere Diane... Nuda, cosparsa di miele, e legata ad un formicaio amazzonico nella stagione delle carestie.
«Come faccio a sapere che non mi ha raccontato un fracco di balle?»
«Diane le manda questo»
Sul bancone del bar scivola il portachiavi di una Packard. La mia vecchia Packard…
Cerco di ostentare indifferenza. Ma è il secondo bicchiere che frantumo, e comincio a risentirne. Il barista, peraltro, non sembra contento. Sorrido. Al barista, alla donna misteriosa, e infine a un tizio che passa di là per caso. Così farebbe Marlowe. Il tizio si spaventa e scappa via urlando. Non era un sorriso rassicurante, il mio.
«Ci sarò» rispondo. La donna scompare. Io ordino un altro Martini. L’ultimo, lo giuro.
2
Quando entro nella locanda “Al granchio spezzato” la trovo affollata come quando ci venivo con Diane in cerca d’intimità: vecchi marinai, parlamentari, criminali in fuga, ex spie in cerca di una seconda chance, pirati, adolescenti che han bruciato la scuola, scrittori noir, prostitute, iperborei, un paio di teologi, utenti di Ozoz, e un lupo che soffre di vertigine appeso al lampadario. Possibile, mi chiedo? Ma la questione non ha importanza. Le tre parole per Mezzogiorno di fuoco le ho usate. Ovviamente, non ho mai scritto la frase precedente, né voi l’avete letta.
Mi guardo intorno. La vedo. Si è tinta i capelli, porta lenti a contatto, forse s’è rifatta il naso. Ma è lei. Così bella che farebbe prendere fuoco a una caserma dei pompieri durante un temporale. Mi avvicino lentamente e mi siedo. Accendo una sigaretta. Per errore ho estratto dal taschino una stilografica, ma ormai è tardi per tirarmi indietro. Sto cercando di ostentare indifferenza… Un fumo sottile e azzurrognolo sale verso l’alto dal pennino. Lei mi riconosce.
«Jeff»
«Diane»
«E’ passato molto tempo»
«Troppo poco» ribatto. Lei accenna un sorriso.
«Non sei affatto cambiato»
«Già» ammetto «Ho sempre la stessa brama omicida nei tuoi confronti»
Diane assume un’aria da bambina imbronciata. Una bambina che sculaccerei volentieri per mezz’ora buona, poi pausa caffè, un’altra mezz’ora, e avanti così.
«Ce l’hai con me, Jeff… per quella volta?»
Ostento indifferenza. Da qualche parte, nel mio cervello, è saltato un aneurisma. Ma questo non significa che l’amo ancora…
«Figurati» rispondo «Non so nemmeno di che stai parlando»
«Bene» annuisce «Ormai son storie che appartengono al passato. Come quella volta che ti ho tradito col tuo migliore amico, e l’interruzione di gravidanza di cui non ti ho mai parlato, e il fatto che non era vero che per me era la prima volta… Sì, Jeff, dimentichiamocene. Comportiamoci da adulti»
«Hai ragione» ammetto «non ci sono più le mezze stagioni» E con calma asciugo col fazzoletto quel po’ di sangue che mi esce dall’orecchio dopo il terzo aneurisma esploso.
«Cosa vuoi da me, Diane?» domando a bruciapelo «Ormai non faccio più l’agente segreto. Se sei venuta per porgermi le tue scuse per tu sai cosa, sono pronto a parcheggiarti un proiettile tra le scapole e a metterti una pietra sopra. Ma non credo sia questo il motivo per cui mi hai cercato»
«Infatti» dice, arricciando le labbra come faceva un tempo, quando voleva sedurmi «Ho bisogno del tuo aiuto, Jeff. Eravamo i migliori, una volta. Una squadra imbattibile»
«Già» ostento «Pensa che un tempo qui era tutto campi»
«Ho l’impressione che non mi stai ascoltando»
«Sei sveglia bambina» le dico, aspirando disinvolto dalla stilografica «Vuoi propormi una missione? Suicida magari?»
Diane comincia a parlare. Mi parla di ambasciate, di archivi segreti, di un certo Prosopon che vuole rapire… L’ascolto, ma con la mente son già altrove. Chiudo gli occhi e sospiro. Poi alzo una mano, e l’interrompo.
«Mi spiace, Diane. Non posso accettare. Ripeto, non è più il mio lavoro. Poi, in questo racconto non ci sono abbastanza battute a disposizione. E, infine, tu appartieni al passato. Sei un fantasma, che esiste solo nei miei ricordi, come il Jeff che conoscevi»
Diane mi guarda smarrita. So riconoscere uno sguardo disperato: a casa ho uno specchio. Ma è tardi. Mi alzo ed esco. La porta della locanda si chiude alle mie spalle. Il mare spumeggia nel porto. Un paio di delfini morti rimbalzano su un pontile assieme a dei bagnanti che non hanno aspettato l’ora dopo il pasto prima d’immergersi. Così è la vita…
«Jeff!»
Mi volto. Diane mi ha raggiunto, mi afferra, le sue labbra s’avventano sulle mie. Le lingue spumeggiano per alcuni istanti, e dimentico il mondo, Dio, la mia vita, e un paio di ubriachi che ci incitano con mottetti osceni. Nella mia testa risuona un’ouverture di violini e un folle scampanio. Poi una nota stona. Afferro Diane e la scollo da me. Il quartetto d’archi e il sacrestano della cattedrale protestano, delusi. Il contrabbassista viene personalmente a dirmi che sono un idiota. Diane mi guarda disorientata.
«Tu non sei Diane»
«Perché?»
«Diane non era tipo da sbaciucchiarmi di fronte a un rifiuto» rispondo «Era permalosa e vendicativa. L’ultima volta che le ho detto di no mi ha investito con un motoscafo. Carico d’esplosivo. Ed ero al trentesimo piano di un grattacielo»
«Sono cambiata, Jeff. Io…»
La zittisco di nuovo. Con un bacio così lungo che le esploro le tonsille.
«Tanto peggio» concludo «Significa che questo è un incubo. Troverò altrove un posto dove svegliarmi»
Non sa che rispondere. E io non so che ho detto. Giro i tacchi e mi allontano. Forse in cuor mio spero che mi accoltelli alle spalle, come ai vecchi tempi. Invece odo solo la sua voce.
«Tornerai Jeff. Lo so»
Sorrido, senza voltarmi.
«Non stavolta, bambina»
La notte è densa e fredda e impenetrabile. Mentre cammino, nella città addormentata comincia lentamente a piovere. Io, allora, faccio l‘unica cosa che mi riesce bene in momenti come questi…
Ostento indifferenza.
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