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ESSERE E SEMBRARE.
Pubblicato da Sedrik il 6/6/2007 (3599 letture)
«Ne sei certo?»
«Come di avere il nome che ho.»
L’oscillare della corda, che ondulava e si fletteva plasmata dalla lieve brezza del primo pomeriggio, gli riportò alla mente tutta la strana serie di eventi che lo avevano condotto fin lì. Ora, col senno di poi, la mente fredda e quell’unica prospettiva ad attenderlo, si rese conto di quanto piena e meravigliosa era diventata la sua vita nel momento in cui l’incontrò.
Una sciarada, una serie incredibile di gioie e dolori solo in apparenza disconnesse fra loro, in realtà saldate e uniformi come il mare in bonaccia.
«C’è ancora speranza, non accettare passivo il tuo destino, puoi ancora cambiarlo, pensaci!»
«Non temere, quel che sto per fare servirà, non temere. Anche se al momento può sembrare diversamente prima o poi qualcuno capirà. E se anche sarà uno solo vorrà dire che il mio gesto avrà avuto uno scopo. Per piccolo che sia ma pur sempre uno scopo.»
«Sei deciso allora, è inutile tentare di dissuaderti.»
«Sì. Ti ringrazio, so che puoi capirmi, anche se è doloroso.»
«Giuro che farò capire alla gente che l’indicibile crimine commesso non è stato il tuo, ma il loro.»
«Non parlare così; solo, i tempi non sono ancora maturi per questo passo.»
«È quasi il momento, vuoi parlarmi?»
«Sì, te ne prego, fammi parlare.»
«Dimmi… dimmi come vi siete conosciuti, non me l’hai mai raccontato.»
«Nessuno lo sa, e forse è meglio così. Promettimi che non lo verrà a sapere nessuno; nessuno deve poter anche solo pensare che le cose sono successe diversamente.»
«Abbi fede in me.»
«Ne ho, ne ho sempre avuta. Bene. Era inverno. Nevicava da tre giorni e quella era la prima sera in cui la tempesta di neve ci aveva lasciato un po’ di tregua. Invero, ai ricchi barricati nei loro caldi palazzi la cosa importava poco, ma noi del popolino stavamo soffrendo e dando fondo alle nostre provviste. Al termine della giornata il capo mi chiese di consegnare un involto, mi par di ricordare che fosse un bracciale, al capo delle guardie di ronda, a lui e lui soltanto; egli solo sapeva cosa farne. Le strade vuote e i lampioni accesi agli incroci donavano quella particolare atmosfera magica alla città, lasciando il cielo, ancora straziano da lunghi artigli di nuvole, libero di sbirciare tra esse con i suoi occhi stellati. Neve ovunque: schiacciava le case sotto una spessa coltre, pendeva ghiacciata dalle grondaie staccandosi di tanto in tanto per poi ammucchiarsi in gonfi covoni ai margini delle strade. Le stesse strade erano sgombre, i cantonieri si erano dati da fare nonostante le condizioni proibitive.»
«Ricordo quell’inverno. Era lo stesso del gran ballo vero?»
«Sì, quel maledetto ballo di fidanzamento. Ricordo che passai sul ponte e sbirciai attraverso il parapetto di pietra il fiume. Brillava sotto la pallida luce degli astri e già sulle rive il ghiaccio stava invadendo il corso d’acqua. Passato il ponte fu un attimo giungere alla garitta della guardia di picchetto al cancello del palazzo; con sollievo vi incontrai, assieme al soldato di ronda, il capo delle guardie che mi ricompensò del viaggio con qualche moneta d’argento.»
«Doveroso direi, con quel freddo.»
«Purtroppo per molta gente non c’è niente di doveroso nella vita, niente. Eppure sì, penso fosse doveroso. Tornai subito indietro percorrendo il ponte di slancio. Arrivato alla fine ebbi la fugace visione di un’ombra che si spostava a scatti da dietro il portico che fiancheggia la strada lungofiume, come se mi spiasse. Nonostante il freddo rimasi colpito dalla cosa: più che dal fatto in sé mi stupì che qualcun altro potesse trovarsi in giro da solo a quell’ora della sera e da solo!
Passai con finto disinteresse a fianco della colonna e subito scattai indietro, come in un agguato tra bambini. Mi accolse un grido, una voce femminile. La tenevo per le braccia, i suoi occhi di fuoco fissi nei miei, vivi, spaventati, quasi supplichevoli. Il cappuccio le copriva il viso, solo gli occhi erano riconoscibili. Le feci abbassare il cappuccio. Era lei, la figlia del Duca.»
«La riconoscesti subito?»
«All’istante. Troppo bella per essere una del popolo, troppo elegante la sua acconciatura. Troppo nobile la sua espressione.»
«E cosa ti disse?»
«Mi chiese di lasciarla andare, che sarebbe tornata a palazzo e che se non l’avessi subito liberata avrebbe chiamato le guardie. Lasciai subito la presa, non per uno stupido timore reverenziale o per paure dell’intervento di qualcuno, solo per la tranquillità con cui me lo chiese. Mi sorrise, dopotutto aveva capito che non le avrei fatto del male. Mi offrii di accompagnarla a palazzo ma rifiutò dicendo che in due saremmo stati troppo visibili e che invece da sola avrebbe, come tutte le altre volte, attraversato le mura invisibile alle guardie.
Mai avrei pensato che mi chiedesse di incontrarla nei giorni successivi.»
«Te lo chiese così, senza averti mai visto?»
«Sì, credo che fosse spinta da una di quelle sensazioni femminili che dicono loro di fidarsi o meno di qualcuno.
Ci vedemmo spesso, lei riusciva a fuggire dalla vita di palazzo da una postierla delle mura che dava sul mare, per questo poco controllata.
Fu incredibile per me vedere come la figlia del Duca fosse in realtà una ragazza tanto sola.
Mi disse che da quando era nata non aveva mai mangiato in compagnia dei suoi, che poteva vederli solo in rare occasioni e durante le cerimonie pubbliche. È sempre stata intrappolata in una rete di apparenza e costrizione, una gabbia adamantina splendida ma inesorabile. Pensa cosa vuol dire per un bambino doversi trattenere in qualsiasi manifestazione d’affetto verso un genitore, per non parlare del fatto che i genitori non sono presenti nella tua vita ma ti osservano da lontano con espressione imperscrutabile.»
« Credo sia una vita peggiore di quel che sembra, tutta un’apparenza.»
«Esatto, è quel che ho pensato io, e quel che lei mi ha sempre detto. Ha vissuto in un mondo artificiale, in cui la sola cosa che conta è la vista esteriore, l’immagine bieca e cruda. Niente contenuto, solo apparenza esteriore.»
«È brutto pensarlo.»
«Sì. E pensa cosa vuol dire viverlo. Pensaci. Anche noi, in fin dei conti non siamo troppo differenti, in proporzione. Ci facciamo attrarre dalle belle cose anche se sono vuote. Cerchiamo la gioia all’orizzonte e non vediamo la felicità che ci pesta i piedi.
Una volta mi ha detto che avrebbe preferito guardare il tramonto da una baracca di pescatori piuttosto che essere la primadonna del ballo, coi suoi bei vestiti scomodi e l’espressione sorridente dipinta sul viso.
Diceva che il mondo era pieno di gente falcidiata da malattie. Malattie senza nome, che colpiscono l’anima e che ci fanno dimenticare quali sono le cose vere e importanti della vita. Era disperata,e tutto per un ballo.»
«Già, il ballo.»
«L’ha rovinata. Suo padre le ha procurato un fidanzato senza nemmeno chiederle consiglio, si è trovata promessa sposa ad un uomo che aveva conosciuto solo per fama.
Il suo cuore di cristallo non ha retto, si è spezzato, e con esso il suo equilibrio.»
«Per questo si è tolta la vita?»
«Per cos’altro? L’ho trovata sulla sponda del fiume, già morta. Credo si sia avvelenata, glielo chiederò tra poco. Le guardie mi hanno trovato vicino al suo corpo. Inebetito, distrutto.»
«Dovevi fuggire, nessuno avrebbe mai capito nulla!»
«Mi sono mancate le forze. Vederla così mi ha prosciugato. Era il giorno precedente al ballo di fidanzamento.»
«Il Duca ha sbagliato! Come ha potuto incolpare te?.»
«Dolore. Dolore e disperazione. Su di me è ricaduto il dolore di un padre.»
«Tutto questo attaccamento alla figlia doveva dimostrarlo quando lei era viva!»
«Apparenza. La buona creanza non permetteva di dimostrarsi eccessivamente affettuoso con la bambina. Sarebbe stato uno sconveniente comportamento esteriore.»
«Sì, forse, ma questo non giustifica la tua condanna, non puoi pagare per i suoi sbagli! E lei, lei non poteva parlargli?»
«Ci ha provato ma no. No. Forse il mondo ha tante malattie, che lei ha saputo di certo capire. Ma anche lei ne aveva una, che si è dimostrata fatale: l’orgoglio. Orgoglio di una ragazza ferita che sapeva di avere ragione. Le è stato fatto un torto cominciato con la sua venuta al mondo. Ha pianto tanto nella sua giovinezza; crescendo ha abbandonato le lacrime trasformandole in una corazza di cortesia e buone maniere affettate. Ma non le sentiva sue, era solo il suo costume esteriore, un’armatura fatta di falsità e finzione.
Come quella di tutti noi.»
Il vento cessò, la corda smise di fluttuare.
Un rullo di tamburi annunciò che il momento era giunto.
Il Duca fece un cenno col capo; la folla, prima agitata, interruppe il suo informe cicaleccio.
«Mi spiace, ti prometto che la verità verrà scoperta.»
«Lo so, prima o poi la gente capirà.»
«Ci rivedremo presto.»
«A presto, amico mio.»
Il boia gli passò il cappio attorno al collo, il cappuccio nero chiazzato da lacrime che sgorgavano senza sosta dagli occhi scuri.
Grottesco il fatto che una corda possa spezzare un’amicizia di anni.
Il rullo di tamburi si zittì all’improvviso.
Il boia triste calò la leva che azionava la botola.
La corda, con uno strappo, si tese.

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I commenti sono proprietà dei rispettivi autori. Non siamo in alcun modo responsabili del loro contenuto.
Autore Albero
Ciantod
Inviato: 6/6/2007 15:58  Aggiornato: 6/6/2007 15:58
Quite a regular
Iscritto: 28/4/2007
Da:
Inviati: 218
 Re: ESSERE E SEMBRARE.
Accidenti!
Questo si che si chiama effetto sorpresa.
Mi ha fatto pena pure il boia.
Vedi un po' gli scrittori come ti rigirano le frittate.
Dai,sù:Voto POSITIVO.
Vale_freedom
Inviato: 7/6/2007 12:49  Aggiornato: 7/6/2007 12:49
Not too shy to talk
Iscritto: 3/4/2007
Da:
Inviati: 94
 Re: ESSERE E SEMBRARE.
Voto: positivo

Molto carino, ben scritto. Commovente, coinvolgente e scorrevole, di piacevole lettura. Belle le desscrizioni e l'argomento trattato. Solo un po' forzato l'inserimento della parola "malattie". Complimenti! A rileggerti
Shoen
Inviato: 7/6/2007 23:21  Aggiornato: 7/6/2007 23:21
La principessa dei Saiyan
Iscritto: 2/11/2003
Da: Prateria australiana
Inviati: 3529
 Re: ESSERE E SEMBRARE.
Molto carino. Pesano un po' troppo i dialoghi (troppi, troppo lunghi e poco credibili nel contesto), ma alla fine hanno un loro senso nella struttura del racconto e non disturbano più di tanto. Positivo
il_corvo
Inviato: 8/6/2007 6:51  Aggiornato: 8/6/2007 6:51
Home away from home
Iscritto: 30/11/2004
Da: Carpi (mo)
Inviati: 949
 Re: ESSERE E SEMBRARE.
C'ho messo un po' a decidermi di votare per il tuo racconto Sedrik. Perchè l'ho visto in un certo modo e come me, mi accorgo ora, l'ha sentito anche Shoen.
Potrei fare un copia e incolla del suo commento, tranne, purtroppo, del giudizio.

Proprio la poca contestualità dei dialoghi - così lunghi e dettagliati in attesa che il boia ti appenda per il collo - non mi hanno convinto e non mi hanno permesso di apprezzare maggiormente un racconto sicuramente ben scritto.

Perdonami, è un voto che mi spiace darti: negativo
senza
Inviato: 9/6/2007 13:06  Aggiornato: 9/6/2007 13:06
Home away from home
Iscritto: 4/4/2004
Da: venezia
Inviati: 3123
 Re: ESSERE E SEMBRARE.
il racconto è noioso e già visto ( mi riferisco per esempio alla traversata notturna tra la neve, scena troppo filmica ), le emozioni non si sentono, e nemmeno lasci intuire la verità perchè tutto è detto chiaramente nel colloquio, e questa cosa non è un bene
certo, la fine è una gran bella intuizione, ci si aspetta un atto estremo da parte del protagonista ed invece ad agire è l'amico
però non si sente tristezza angoscia paura, cose che la situazione richiederebbe, e per questo ti do un voto negativo
ti consiglio di rivedere il racconto fuori dalla gara, fare un qualcosa di molto pù breve e denso
Ostialla
Inviato: 19/6/2007 9:26  Aggiornato: 19/6/2007 9:26
Not too shy to talk
Iscritto: 5/4/2007
Da: Padova
Inviati: 68
 Re: ESSERE E SEMBRARE.
Voto POSITIVO
Per me la tecnica del ricostruire la storia attraverso i dialoghi dei personaggi è bella e raffinata; regge bene anche il colpo di scena finale. Unica critica, un certo addensarsi di luoghi comuni sulla duchessa che preferirebbe essere nata povera. Bravo, però.
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