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Fiori tra le macerie
Pubblicato da Sedrik il 1/11/2006 (4285 letture)
Che dire, è il primo racconto che pubblico qui, fatemi sapere! Però, mi raccomando, non siate nè troppo indulgenti, le frasi di circostanza andrebbero bandite in molti casi, nè esageratamente spietati, sono un sentimentale e la crudeltà mi strazia il cuore!!!
A parte gli scherzi mi auguro che qualcuno possa dirmi che ne pensa senza troppi fronzoli!

FIORI TRA LE MACERIE

La città era stata attaccata; esplosioni continue, grida disperate messe a tacere da boati assordanti di ordigni che cadendo al suolo recapitavano i loro messaggi di morte. Orrore ovunque. Trasudava dagli edifici crollati e dalle strade distrutte, così come dai corpi abbandonati, privi di vita, ai lati delle vie. Nessuna cura per la dignità umana, per la pietà e per il pudore.
Nessuno aveva il coraggio di sbirciare attraverso la botola, unica via di accesso al bunker sotterraneo scavato in una zona contigua al centro città.
L’eventualità di un attacco al nostro Paese, paventata dai mezzi di informazione, divenne certezza nel momento in cui fummo tacciati come corresponsabili dell'atto terroristico avvenuto in occidente. Noi, presunti detentori di armi di distruzione nucleari... Eravamo l’obiettivo principale della guerra al terrorismo, per usare le loro parole.
Il primo scoppio colse tutti di sorpresa. Una fiammata purpurea si levò dalla torre di controllo dell'aeroporto, inghiottendo e risputando macerie tutto intorno. Di quegli attimi ricordo la fuga verso il rifugio; il tragitto breve, non più di qualche minuto nella mia percezione distorta, eppure sufficiente per sentire l'arrivo dei bombardieri e l'ululato metallico dell'allarme antiaereo. Sufficiente per vedere i primi palazzi sventrati dai missili e percepire lo stato di sospensione irreale in cui la città restava nell'attesa dell’esplosione successiva. Come trattenesse il respiro preparandosi all'urto.
Nel giro di un'ora lo stanzone si riempì. Lei, R., giunse dopo di me. Gli abiti laceri; l'hijib azzurro strappato lasciava scoperta la punta dei capelli corvini; gli occhi castani, velati di lacrime, supplicavano aiuto. Fu fortunata in quella occasione, come me del resto: c'era ancora spazio.


Conservo ricordi frammentati dei tre giorni successivi: un cicaleccio informe di voci e parole, richieste di aiuto e di protezione, invocazioni al Signore, maledizioni e richieste di spiegazione. Ma più di tutto preghiere... Preghiere ripetute meccanicamente, parole che uscivano estranee dalla mia bocca; suoni privi di significato, invocazioni interminabili scandite dal ritmo irregolare dei boati degli ordigni. Il tempo non aveva più connotati, ero cosciente del suo incessante fluire solo a causa di quelle maledette, inutili, regolari preghiere.
Mi trovai, non so come, addossato a R. e con un fianco premuto contro la parete. Era in compagnia di un vecchio, il nonno; non si parlarono per ore, troppo sconvolti e impauriti per farlo.
Notai che R. era molto più partecipe di me durante le preghiere. Si abbandonava in modo totale a continue nenie, richieste di pietà e di perdono per colpe e peccati che non aveva mai commesso, o meglio, che altri stavano commettendo.
Ora nella mia mente quel posto è lo sbiadito ricordo di un incubo, l'eco di un'immagine che torna saltuariamente alla memoria. Niente di più.


Durante la notte nessuno aveva dormito granché, eppure, vinto dalla stanchezza, ad un'ora qualunque mi addormentai.
Al risveglio R. era assopita addosso a me; la sua testa appoggiata sulla mia spalla. La luce fioca le divideva in due il volto, facendo risaltare la forma ovale e le ciglia scure che contornavano occhi leggermente a mandorla.
Non mi mossi per paura di destarla; per non rompere quel fragile momento, stupito e meravigliato da quel piacevole quanto inopportuno ritorno alla realtà. Gli echi del bombardamento tornarono a farsi sentire, anche se sembravano più lontani della sera prima. Tuttavia quel pensiero non servì a distogliere la mia attenzione dal dolce peso che premeva sul mio fianco, anzi, dopo un po’ smisi di prestare attenzione agli scoppi quasi che non ci fossero più per davvero.

Aveva un naso minuto e gli occhi erano chiusi; le labbra sottili si muovevano solo nell’atto di inspirare. Guardavo il movimento ritmico del suo petto e dopo poco, senza nemmeno volerlo, mi sincronizzai con il suo respiro. Forse anche i battiti dei nostri cuori, in quell’attimo eterno, presero a battere all’unisono, non so dirlo con certezza.

Dormiva in modo soave come se la guerra non fosse vera, reale. Stava lì, immobile, minuta, sia nei lineamenti che nel fisico; a vederla dormire sembrava di guardare un bambina, poi all’improvviso aprì gli occhi e mi guardò. I pensieri, le paure e le aspettative erano svanite, ogni cosa aveva perso significato, valore, importanza. Per il tempo di un battito del cuore l'universo intero ebbe la dimensione e lo splendore del viso di R., dei suoi occhi illuminati dalla pallida luce elettrica, della sua bocca, delle sue guance e della sua bella fronte. Non so nemmeno ora quel che pensò; ricordo però il timido sorriso che le si dipinse sul volto.

Poi riprese il controllo, si scostò da me col fare di chi, per pudore, è stato abituato a non mostrare i sentimenti in pubblico. Posò gli occhi sul suo anziano accompagnatore e vide con sollievo che dormiva ancora. Allora tornò a guardarmi e cominciammo a parlare come fosse la cosa più normale del mondo.
Ascoltai il suo racconto: la piazza della città brulicante di persone, il boato del missile, la disperazione, il panico e la fuga verso il rifugio.

Parlava sottovoce, eppure pareva estranea alla devastazione che raccontava; si rivolgeva a me come a un amico di infanzia, con naturalezza e tranquillità.
Io la ascoltavo rapito, le rispondevo mascherando l’emozione dietro una falsa maschera di sicurezza. Solo ora mi rendo conto della follia della cosa: mentre cieche macchine da guerra grandinavano la loro distruzione, io me ne stavo placidamente seduto ad ascoltare i suoi discorsi, intendendo a stento il significato delle parole concentrato nell'esplorazione del suo volto e al suono della sua voce.

Vedevo appena le persone che mi circondavano, la paura che li paralizzava, i gesti forzati per tentare di restituire alla nostra situazione da incubo una parvenza di normalità. Nonostante le riserve di viveri fossero limitate, nonostante l'incertezza della nostra condizione, il precario stato di sopravvivenza, nonostante mancassero le più elementari certezze sull'immediato futuro, nonostante tutto questo io ero tranquillo. La decadenza che avevo attorno non mi toccava più, scivolava davanti ai miei occhi senza generare alcuna reazione.
E questo derivava dalla sua vicinanza che mi dava forza, insieme era come essere chiusi in un guscio ermetico in cui l'orrore che stavamo vivendo e tutte le più autodistruttive tra le sensazioni umane non potessero entrare. Sì, tutto quel che accadeva intorno perdeva significato non appena cominciavo a parlare con R., non appena i suoi occhi mi conducevano in un luogo segreto, lontano dalla distruzione e dall'orrore che infuriavano in superficie.

Tre giorni. Durò in tutto tre giorni; fummo gli ultimi ad accorgerci della fine dei bombardamenti. Le stavo raccontando dei miei progetti di studio in occidente quando all’improvviso fummo avvolti da un vacuo sudario di quiete. Il brusio che faceva da costante sottofondo sonoro si era placato lasciandoci addosso quel silenzio assoluto, irreale. Ci guardammo intorno, tutti avevano gli occhi rivolti in alto quasi che l’assenza dei rumori della guerra fosse una cosa di cui avere paura. Non uno scoppio, non un boato.


Durò per diverse ore, nessuno in quel lasso di tempo pronunciò parola. Come si avesse paura di rompere l’incantesimo. Come se la paura di rimanere delusi fosse molto più grande della speranza che tutto fosse terminato.
Poi c’era il terrore di vedere ciò che rimaneva della città a farci rimanere bloccati, l'incertezza su chi e cosa ci attendeva di sopra, i dubbi sulla sopravvivenza di famigliari e amici. Paure che premevano con forza in ognuna delle nostre teste e che non si potevano ignorare.

Io più degli altri avevo una preoccupazione che era solo mia. Come sarebbe andata a finire con R. là fuori? Cosa sarebbe stato di noi una volta in superficie? Una sola certezza mi si fece largo in testa: l’avrei aiutata qualsiasi cosa fosse successo, qualsiasi situazione avremmo trovato. Avevo una strada da percorrere ora. Con lei.

Del ritorno alla superficie ho una serie disordinata di pallidi ricordi, di neppure una delle sensazioni che lo accompagnarono ho una chiara memoria. Fui sorpreso della differenza tra lo stato reale della città e quello che avevo immaginato, questo sì. Nessuna distesa di macerie informi. Assenza di colonne di fumo che rendevano il cielo grigio. Pareva invece una scacchiera.

Tutto era diviso in settori, zone illese intervallate da isolati completamente cancellati. Sembrava di essere tornati indietro nel tempo, quando l’agglomerato urbano era ancora in espansione ed era pieno di aree ancora da edificare. Evidentemente solo le strutture che avevano una qualche importanza strategica erano state centrate, con precisione chirurgica, dai missili.
Poi vennero loro: gli invasori. Ben protetti dai loro mezzi corazzati, dalle armi e dalle divise, ci parlavano nella loro lingua con ostentata cortesia, nascosti dietro sorrisi ieratici neanche fossero degli angeli portatori di pace. Ripetevano di stare calmi, che presto sarebbe cominciata la ricostruzione, che sarebbero rimasti solo il tempo perché la situazione si fosse assestata. Non prima di aver instaurato un governo democratico... Ci assicurarono che avremmo avuto gli aiuti necessari, che le vittime erano state limitate e che presto tutto sarebbe tornato alla normalità; anzi, sarebbe mutato in una condizione migliore. Quello che più mi fece rabbia e che ancora adesso mi riempie di disprezzo è che questi soldati sembravano, no no, erano convinti di quello che dicevano! Erano certi di aver bombardato le nostre case e i nostri cari per una giusta causa, come guidati da un proposito superiore, direi divino. Come se loro e solo loro sapessero discernere ciò che era bene e da ciò che era male. Noi dovevamo solo ascoltare e adeguarci.


Ritornato a casa lentamente ricominciai la vita ed in particolare iniziai a lavorare per il risanamento delle zone bombardate sotto il controllo e la vigilanza dei soldati stranieri.


Quel lavoro non mi pesava; le giornate passavano veloci anche perché ogni giorno nel tardo pomeriggio correvo da R. per passare un po’ di ore con lei. Il punto di ritrovo era un minuscolo giardino rimasto illeso dalle bombe che le erano cadute proprio a ridosso. Era come se qualcosa di magico lo avesse salvato, una specie di miracolo. Lì potevamo starcene tranquilli a riacquistare un po’ di normalità, lontani dai check point, lontani dagli ordini e dai moti di rivolta che stavano nascendo dappertutto.


Capire come facesse R. ad essere ottimista e fiduciosa nel futuro non è mai stato nelle mie facoltà. Eravamo infatti sotto il totale controllo di un popolo lontano un mondo dal nostro, non solo in termini geografici. Tutti i giorni ci scontravamo con incomprensioni, ordini ed imposizioni che sovente erano contrari ai nostri più intimi princìpi. Dapprima, qualsiasi cosa ci venisse detta, qualsiasi indicazione ci venisse fornita, veniva messa in pratica senza discussione; ma questo tranquillo dominio durò assai poco. Cominciarono ben presto a formarsi gruppi di ribellione che si riunivano clandestinamente nottetempo. Poi, dietro la spinta delle guide religiose, quelli che erano partiti come semplici motteggi diventarono grida rabbiose, conflitti a fuoco ed esplosioni di ritorsione.
Non vedemmo mai quell’ordine promesso, quel miraggio di democrazia che era stata la causa di quella insensata guerra.
Eppure R. ripeteva che la nostra forza doveva venire dalla fede, dovevamo avere pazienza, diceva che Dio e le guide spirituali non ci avrebbero abbandonato mai. Come non crederle se la si guardava negli occhi?

Scivolarono via in quel modo parecchi mesi in una lenta ma inesorabile deriva di violenza, di ribellione e di consapevolezza che le cose stavano marciando nella direzione sbagliata. Eravamo come stritolati tra forze nemiche e fanatici religiosi, entrambe le parti fondamentalmente uccidevano per il pretesto di detenere il potere pur nascondendosi dietro a belle parole e princìpi innegabilmente positivi.

Un giorno mentre con R. camminavo verso il nostro prato lei si mise a correre senza motivo. Pensai a un gioco, la seguii. Girando nella via principale che di solito evitavamo per via delle pattuglie di ronda, la vidi infilarsi nel cancello che dava l’accesso.
Poi fui sbattuto da una forza invincibile contro a un muro, come se un gigante mi avesse colpito con tutta la sua potenza.


Quando ripresi conoscenza sentii la parte destra del corpo fredda, come se fosse immersa in una vasca piena di ghiaccio. Ero sdraiato a terra, non sentivo nessun rumore, in bocca il sapore agrodolce del sangue, vedevo a stento. Mi trascinai in cerca di R. ma non la vidi.

Ripresi conoscenza in ospedale. Quando chiesi di R. alle infermiere ricevetti in risposta un lento diniego e uno sguardo triste. Della mia gamba e del mio braccio destro rimasero due monconi inservibili.
Forse fu una bomba inesplosa. Forse una mina antiuomo. L’unica certezza fu che R. portò con sè nell’altra vita una grossa parte di me.

Per mesi in ospedale non parlai. E anche adesso l’aprir bocca è per me uno strazio indicibile.

Incontro la mia R. quasi ogni notte in sogno. Ma al risveglio la sua mancanza mi colpisce come una stilettata al cuore, riaprendo ogni volta il l’empio dolore della mia anima.
Non riesco più nemmeno a provare la rabbia di un tempo, sperduto in un labirinto di putrida solitudine. Il mondo mi sembra un posto privo di significato come se avesse perso il colore, il sapore e l’odore di prima. È diventato perfino semplice imbrigliare l’odio per gli occidentali, per le loro regole e per il loro bel mondo fashion. Anche il desiderio di vendetta mi ha abbandonato, non mi interessa più della guerra santa, di essere un martire che si batte per la nostra libertà. Non mi interessa, no, non più.


L’altro giorno mi è capitato un fatto strano, è stata la prima volta dopo l’incidente che sono riuscito a sorridere. Andavo per la prima volta al nostro giardino, finalmente da lei, e... È difficile spiegare cosa sia accaduto: il giardino era completamente distrutto, l’erba era bruciata e rinsecchita a causa della deflagrazione, eppure, nel punto in cui R. mi ha lasciato, circondato dalla devastazione più sordida, è germogliato un mazzo di piccole pratoline colorate.
E questa è l’immagine che ho di lei: un meraviglioso, unico fiore tra le macerie.

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I commenti sono proprietà dei rispettivi autori. Non siamo in alcun modo responsabili del loro contenuto.
Autore Albero
matemati
Inviato: 11/11/2006 23:53  Aggiornato: 11/11/2006 23:54
Home away from home
Iscritto: 13/1/2004
Da: Firenze
Inviati: 1790
 Re: Fiori tra le macerie
Bella storia, coinvolgente e commovente.
Si percepiscono l'orrore della guerra e il sentimento del protagonista, e mi piace come rappresenta l'estraniamento di quest'ultimo, probabilmente unico modo per sopravvivere in certe situazioni.
Però è un po' troppo verboso in vari punti: ci sono precisazioni non necessarie, ripetizioni e sinonimi accumulati, intercalari che "pesano". Penso che ti preoccupi troppo di descrivere e far capire cosa succede: lascia qualcosa all'immaginazione del lettore.

Esempi:

" non so dirlo con certezza."
"non fosse vera, reale"
"mascherando l’emozione dietro una falsa maschera"
...gli altri trovali tu

Poi c'è forse un refuso: "empio dolore"
E non mi piace molto quando si indicano i personaggi solo con l'iniziale (R.),preferisco che ci sia un nome per esteso o in alternativa si usi il pronome personale...non so, così mi "inciampa" la lettura.

Cmq a livello di idee direi che hai della stoffa.
L'immagine finale è meravigliosa.
Ala prossima!
rosalinda
Inviato: 6/12/2006 16:42  Aggiornato: 13/12/2006 16:56
Just can't stay away
Iscritto: 7/10/2006
Da:
Inviati: 324
 Re: Fiori tra le macerie
Senza parole.
Di' la verità,è un pezzo che conosco ,vero?
Sedrik
Inviato: 31/12/2006 10:29  Aggiornato: 31/12/2006 10:29
Just can't stay away
Iscritto: 23/10/2006
Da: Imola (BO)
Inviati: 296
 Re: Fiori tra le macerie
Rosalinda, mi fa piacere se tu dici che è un pezzo che già conosci, perchè se è così mi sa che sei la prima persona che conosco dotata di poteri paranormali, tipo lettura del pensiero!!!

A parte le battute, posso giurare sull'originalità del racconto, non ho copiato niente e nessuno, poi magari può essere che assomigli a qualcosa che hai già letto!
rosalinda
Inviato: 2/1/2007 20:37  Aggiornato: 2/1/2007 20:37
Just can't stay away
Iscritto: 7/10/2006
Da:
Inviati: 324
 Re: Fiori tra le macerie
Non è il titolo di una canzone di De Andrè?
Comunque,forse mi sono espressa male,intendevo dire che l'atmosfera mi ricordava un po' un film che avevo visto ed un po' un romanzo.Ma non era detto in senso negativo.Forse farei meglio a precisare che :1)vado avanti ad associazioni;2)ho bisogno di collegare le esperienze ad altre precedenti che ho fatto,anche letterarie,per riuscire ad orientarmi meglio e non sentirmi spaesata.
Ci tenevo a precisare che il tuo racconto mi è piaciuto moltissimo.
Sedrik
Inviato: 2/1/2007 22:34  Aggiornato: 2/1/2007 22:34
Just can't stay away
Iscritto: 23/10/2006
Da: Imola (BO)
Inviati: 296
 Re: Fiori tra le macerie
Nessun problema rosalinda, ma nemmeno la mia risposta voleva essere offensiva per nessuno; forse il tono scherzoso è parso strafottente, non era questa la mia intenzione, chiedo scusa!!!
Naturale che uno viaggia per associazioni, capita a tutti, e capita magari di vivere il classico deja-vu!
E, per inciso, apprezzo molto il fatto che il racconto ti sia piaciuto, anche perchè dai tuoi interventi letti mi sembri una parecchio ferrata in letteratura!
Non so dirti se il titolo sia di una canzone di De Andrè, mi devi scusare ma non lo conosco troppo bene, solo le più famose! Ok, e anche qui ammetto la mia ignoranza musicale (seppur di De Andrè andrebbero lodati i meriti letterario/poetici più che musicali, almeno credo!).
Alla prossima!!!
rosalinda
Inviato: 3/1/2007 10:23  Aggiornato: 3/1/2007 10:23
Just can't stay away
Iscritto: 7/10/2006
Da:
Inviati: 324
 Re: Fiori tra le macerie
Mi piace incoraggiare chi merita.
Grazie per il parecchio ferrata,io non mi definerei così,cmq.
Amo moltissimo leggere,questo sì.
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