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Laboratorio > Scrivi una storia per Meggy > Il gatto sul balconcino


Il gatto sul balconcino
Pubblicato da Brigatta il 31/10/2006 (2002 letture)
C’era un balconcino che sporgeva sulla facciata della casa. Era come un trampolino per tuffarsi sulla strada. Pareva messo lì quasi per dare la possibilità agli inquilini di evitare le scale ripide di pietra, prive di cera e lucide solo di tempo, che passo passo si attorcigliavano intorno ad una ringhiera instabile, scendendo da lassù fino al piano terra.
Sul balconcino ci stava sempre un gatto magro e bianco che aspettava il tramonto nei giorni di sole e sembrava scomparire nel nulla nei giorni di nuvolo, quasi non avesse più motivo di stare lassù. Quando dall’imbrunire affioravano le stelle, il gatto pareva aspettarne, fra tutte, una sola. Ci fissava gli occhi e accoglieva nello spiraglio delle sue pupille tutta la sua luce, riflettendola nel buio della notte come dal pertugio di una grotta filtra il bagliore del mondo esterno.
Il paese era piccolo e stretto, proporzionato al balconcino su cui ci stava solo un gatto. Un grappolo di case costrette nell’unica piazza, sul piano di un colle che pareva il contenuto di un secchio di sabbia. Gli abitanti erano alti e filiformi, come si fossero adattati fra loro per farsi spazio il più possibile. Il gatto bianco e magro, invece, era l’unico gatto del paese e non avrebbe avuto nessuna necessità per svilupparsi così sottile. Pesché stava da solo su quel balconcino. Eppure ogni mattina pareva essersi smagrito di più, come se ogni giorno versasse fuori qualche goccia di sé.
Il gatto guardava la gente. La sottile umanità che abitava in quel cerchio di tetti, vivendo una vita regolare, proprio come accade altrove in spazi più ampi e complessi. Una vita regolare fatta di quotidianità, chiacchiere, amori e tristezze. Di notte il gatto ascoltava i loro sogni, leggendoli dai pensieri, piccole scariche elettriche che stuzzicavano le sue vibrisse, facendone messaggi per la stella che compariva solo per lui. Scagliava i sogni verso il firmamento, facendoli decollare dalle fessure delle sue pupille, delicato e deciso come un sasso sul pelo dell’acqua, fino a colpire il centro luminoso. Come se svuotasse uno scrigno, restava ogni giorno più vuoto, sempre più bianco e così magro da sembrare che presto il vento l’avrebbe portato lontano e altrove. Invece ogni giorno restava su quella postazione sospesa a metà fra il mondo della strada e il mondo dei sogni.
Ogni notte il gatto era in attesa di un nuovo giorno, dove i sogni che non si avverano alimentano la luce delle stelle.

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Autore Albero
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