Dante Alighieri

Dante Alighieri (Firenze, tra il 22 maggio ed il 13 giugno 1265 – Ravenna, 14 settembre 1321) fu un poeta, scrittore e politico italiano. Considerato il padre della lingua italiana, è l'autore della celebre Commedia.

Il suo nome, secondo la testimonianza di Jacopo Alighieri, è un ipocoristico di Durante: nei documenti era seguito dal patronimico Alagherii o dal gentilizio de Alagheriis, mentre la variante Alighieri si affermò solo con l'avvento di Boccaccio.

È conosciuto in Italia come il Sommo Poeta, e spesso semplicemente chiamato per antonomasia il Poeta.

Nacque nella famiglia fiorentina degli Alighieri, legata alla corrente dei Guelfi. Suo padre, Aleghiero o Alaghiero di Bellincione, svolgeva la non gloriosa professione di compsor, cambiavalute, con la quale riuscì a procurare un dignitoso decoro alla numerosa famiglia. La madre era Bella degli Abati: Bella era diminutivo di Gabriella, Abati era il nome di un'importante famiglia ghibellina. Di lei si sa poco e Dante ne tacerà sempre. Morì quando Dante aveva cinque o sei anni.

Nel 1277, fu concordato il suo matrimonio con Gemma, figlia di Messer Manetto Donati, che successivamente sposò e da cui ebbe quattro figli.

A diciotto anni Dante incontrò Lapo Gianni, Cino da Pistoia e subito dopo Brunetto Latini: insieme essi divennero i capiscuola del Dolce Stil Novo.

All'età di nove anni Dante si innamorò di Beatrice, la figlia di Folco Portinari. Si è detto che Dante la vide soltanto una volta e mai le parlò. Più interessante però, al di là degli scarni dati biografici che ci sono rimasti, è la Beatrice divinizzata e dunque sublimata della Vita Nuova: l'angelo che opera la conversione spirituale di Dante sulla Terra, lo studio psicologico che compie il poeta sul proprio innamoramento.
È difficile riuscire a capire in cosa sia consistito questo amore, ma qualcosa di estremamente importante stava accadendo per la cultura italiana: è nel nome di questo amore che Dante ha dato la sua impronta al Dolce Stil Novo e condurrà i poeti e gli scrittori a scoprire i temi dell'amore, in un modo mai così enfatizzato prima.
L'amore per Beatrice (come in modo differente Francesco Petrarca mostrerà per la sua Laura) sarà il punto di partenza per la formulazione della sua concezione del Dolce Stil Novo, nuova concezione dell'amor cortese sublimata dalla sua intensa sensibilità religiosa (il culto mariano con le laudi arrivato a Dante attraverso le correnti pauperistiche del Duecento, dai Francescani in poi), per poi approdare alla filosofia dopo la morte dell'amata, che segna simbolicamente il distacco dalla tematica amorosa e l'ascesa del Sommo Poeta verso la Sapienza, luce abbacinante e impenetrabile che avvolge Dio nel Paradiso della Divina Commedia.

Poco si sa circa gli studi di Dante. La cultura dantesca, formatasi in un contesto educativo totalmente diverso da quello attuale, è ricostruibile, in assenza di dati documentari affidabili, innanzitutto a partire dalle opere. Si ottiene così l'immagine di un attento studioso di teologia, filosofia, fisica, astronomia, grammatica e retorica: in breve, di tutte le discipline del Trivium e del Quadrivium previste dalle scuole e dalle Universitates medievali.

A Firenze ebbe una carriera politica di discreta importanza come appartenente al partito guelfo, caratterizzata dal continuo osteggiare le ingerenze del papa Bonifacio VIII, suo acerrimo nemico.
Siamo nel 1301, quando Carlo di Valois mette a ferro e fuoco Firenze con un colpo di mano e Cante Gabrielli da Gubbio viene nominato Podestà di Firenze, dando inizio a una politica di sistematica persecuzione degli elementi ostili al Papa. Lo stesso Dante viene condannato in contumacia al rogo e alla distruzione delle case. Il provvedimento di esilio lo raggiunge mentre egli è a Roma: non rivedrà mai più Firenze.

Durante l'esilio, Dante fu ospite di diverse corti e famiglie della Romagna, fra cui gli Ordelaffi, signori ghibellini di Forlì, dove probabilmente si trovava quando l'imperatore Enrico VII entrò in Italia.
Dopo i falliti tentati colpi di mano del 1302, Dante, in qualità di capitano dell'esercito degli esuli, organizzò insieme a Scarpetta degli Ordelaffi, capo del partito ghibellino e signore di Forlì, un nuovo tentativo di rientrare a Firenze. L'impresa, però, fu sfortunata. Dante, deluso, anche se tornò a Forlì ancora nel 1310-1311 e nel 1316 (data incerta, quest'ultima), decise di fare "parte per se stesso" e di non contare più sull'appoggio dei ghibellini per rientrare nella sua città.
Dante terminò le sue peregrinazioni a Ravenna, dove trovò asilo presso la corte di Guido II Novello da Polenta, signore della città. Morì a Ravenna il 14 settembre 1321 di ritorno da un'ambasceria a Venezia. Passando dalle paludose Valli di Comacchio aveva contratto la malaria.

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